ANSELM AUDLEY.
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ERESIA.
La saga di Aquasilva.
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Parte 3.
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Titolo originale: Heresy. 
Traduzione di: Annarita Guarnieri.
2003. Editrice Nord, MILANO.
ISBN 88-429-1241-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE TERZA: IL CLAN.
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CAPITOLO SEDICESIMO.
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Incontrammo i pirati a meno di trenta miglia da Pharassa, dopo un lungo viaggio che, fino a
quel momento, era stato del tutto tranquillo.
Palatine, Ravenna, un altro accolita oceaniano e io stavamo giocando a carte nell'alloggio di
Palatine, uno degli appartamenti più grandi del ponte superiore della Stella d'Ombra; adesso a bordo
c'erano così poche persone che avevamo avuto praticamente mano libera nello sceglierci le camere che
volevamo, optando per quelle che sarebbero state destinate di certo all'ammiraglio e ai suoi ufficiali,
all'epoca in cui la Stella d'Ombra era una nave da battaglia.
Il suono dell'allarme, un acuto lamento stridente che sovrastò la nostra conversazione, mi
strappò un sussulto e indusse Ravenna, che stava distribuendo le carte, a gettare a terra il mazzo con
un'imprecazione.
«Che succede, adesso? Un branco di delfini?» borbottò, chinandosi a raccogliere le carte, che si
erano sparpagliate.
«Andiamo a vedere» propose Palatine, spingendo indietro la sedia per alzarsi, e si avviò verso
la porta, aggiungendo. «Per ora lasciate perdere le carte.»
La seguimmo fuori della stanza e lungo il corridoio, con l'allarme che continuava a echeggiare e
le luci rosse di avvertimento che lampeggiavano nei pannelli applicati al soffitto; lungo il tragitto,
alcune porte si aprirono e altri accoliti vennero a raggiungerci.
Quando arrivammo alla scala di prua, il ponte cominciò a inclinarsi leggermente, tanto che io
fui costretto ad aggrapparmi alla ringhiera per non perdere l'equilibrio; due livelli più sotto, potevo
vedere i marinai andare e venire di corsa intorno alla base della scala, e sentii alcuni ordini, impartiti
con voce stentorea, provenire dal ponte di comando.
Quando arrivammo sul ponte, andandoci ad ammucchiare tutti dietro la ringhiera che cingeva la
postazione di comando, dove non intralciavamo i membri dell'equipaggio, la prima cosa a cui rivolsi lo
sguardo fu la scena che appariva sullo schermo aetherico. Per settimane, ogni volta che ero venuto sul
ponte esso aveva mostrato soltanto la Stella d'Ombra che navigava attraverso un oceano vuoto, mentre
adesso erano visibili altre tre mante. Una di esse sembrava una nave mercantile, ma mi era impossibile
vederne i colori per scoprire a quale Casato appartenesse, perché il bracciolo di una sedia mi copriva la
visuale; le altre due erano snelle navi pirata, compatte e armate in maniera massiccia. La prima delle
due era ancora intenta a inseguire il mercantile, che stava virando in un disperato tentativo di sfuggire
alle scie azzurre del fuoco del cannone a impulsi, e nel seguire la manovra io mi augurai che essa mi
permettesse finalmente di vedere le insegne del Casato a cui apparteneva la manta in difficoltà. L'altra
nave pirata aveva invece abbandonato l'inseguimento e si stava dirigendo verso la Stella d'Ombra, un
attacco così diretto da indurmi a chiedermi come mai quei pirati fossero tanto sicuri di loro stessi.
Anche se demilitarizzato, infatti, un incrociatore da battaglia doveva comunque essere in grado di
tenere loro testa.
«Aprire il fuoco!» ordinò il capitano, e io vidi gli armamenti della Stella d'Ombra animarsi di
colpo, producendo altre scie di fuoco a impulsi, dirette questa volta verso i pirati, seguite da un paio di
torpedini provenienti dai lanciasiluri sottostanti lo scafo.
«Ho identificato le navi dei pirati, signore!» esclamò d'un tratto uno dei marinai, che era chino
sulla console informativa, alle nostre spalle. «Secondo la biblioteca di bordo, sono fregate rubate due
anni fa alla Marina Cambressiana, e che si ritiene siano ora nelle mani di un gruppo di corsari che opera
al largo dell'Equatoria Settentrionale. Sono navi a reattore doppio!»
«Per gli Elementi!» esclamò il capitano, assumendo di colpo un'espressione preoccupata. «Date
quanta più potenza possibile agli scudi e lanciate le cariche a pressione!»
Io fui costretto ad aggrapparmi alla ringhiera quando le prime scariche dei pirati colpirono la
Stella d'Ombra, e anche se scivolarono senza danno sullo scafo grazie all'azione degli scudi,
l'espressione preoccupata del capitano si accentuò, cosa peraltro comprensibile. Personalmente, non
avevo mai visto una nave a reattore doppio prima di allora, ma il nostromo della Stella d'Ombra me ne
aveva parlato durante il viaggio fino alla Cittadella, e sapevo che due reattori al posto di uno
quadruplicavano la potenza di fuoco e la resistenza difensiva di una nave.
«Signore, le cariche a pressione sono illegali, e la manta del Casato potrebbe denunciarci se le
utilizzassimo!»
«Il Casato terrà la bocca chiusa, se sa fare i suoi interessi. Lancia quelle cariche!»
«Sì, signore.»
Due ovoidi neri uscirono dal portello degli armamenti, nel ventre della Stella d'Ombra, e si
diressero verso la nave pirata secondo traiettorie differenti, uno sopra e uno sotto di essa. Nel guardarli,
io mi chiesi cosa fosse, con esattezza, una carica a pressione, anche se d'istinto potevo supporre che
dovesse essere un mezzo per aggirare il problema costituito dagli scudi aetherici.
Ottenni la risposta al mio interrogativo un momento più tardi, quando i due ovoidi esplosero
direttamente in linea con la nave, uno sopra il vascello e l'altro leggermente più lontano da esso;
l'istante successivo, la nave pirata venne sbattuta verso l'alto come se fosse stata spinta da una mano
gigantesca, poi fu scagliata verso il basso con pari violenza. Immediatamente il fuoco diretto contro di
noi cessò, e l'altra nave pirata smise di inseguire il mercantile per tornare a tutta velocità verso la
compagna danneggiata.
«Continuate a fare fuoco finché non se ne vanno» ordinò il capitano.
Sul ponte di comando scese quindi un silenzio carico di aspettativa mentre attendevamo, il solo
movimento presente nella stanza costituito dal tremolare delle luci, sullo schermo aetherico.
Poi le ali della prima nave pirata cominciarono a muoversi, e mentre la Stella d'Ombra
sospendeva il fuoco, le due mante si allontanarono nell'oscurità oceanica.
«Prima che io apra le comunicazioni con la manta mercantile, qualcuno mi sa dire a quale
Casato appartiene?» chiese il capitano, che appariva molto soddisfatto di sé.
«I colori sono blu notte e argento, ma non riconosco...» cominciò a rispondere qualcuno.
«Il Casato Barca» interloquì all'istante Palatine. «Sono amici.»
«Oh, si tratta del tuo Casato, vero?» commentò il capitano. «Me ne ero dimenticato. Aprite un
canale di comunicazione, proiezione sul ponte.»
Un momento più tardi, l'immagine aetherizzata del ponte dell'altra manta apparve sullo schermo
di prua della Stella d'Ombra, nascondendo quella del mare. Nel lasciar scorrere lo sguardo
sull'equipaggio presente sul ponte, non rilevai nessun volto familiare, neppure quello del capitano, fino
a quando il mio sguardo si posò su qualcuno che conoscevo bene.
Hamilcar Barca.
In silenzio, ascoltai Hamilcar e il capitano della sua manta ringraziare il capitano della Stella
d'Ombra, per poi riferire quello che era successo; senza dubbio, i pirati dovevano essere stati assoldati
dal nemico di Hamilcar, il Casato Foryth, per eliminare sia lui sia il suo Casato, in un solo colpo.
L'attacco era iniziato alcune miglia più indietro, e la manta di Barca aveva cercato invano di seminare
gli inseguitori. A quanto pareva, noi eravamo arrivati proprio al momento giusto, perché i loro scudi
erano stati sul punto di cedere.
Palatine attese che Hamilcar avesse finito di parlare, poi si fece avanti.
«Palatine!» esclamò Hamilcar, con un sorriso che gli affiorava sul volto solenne, segnato dalle
preoccupazioni quanto l'ultima volta che lo avevamo visto, ma in certa misura più sereno. «Nel nome
di Ranthas, dove sei stata per tutto l'ultimo anno? Elnibal non mi ha voluto dire nulla, tranne il fatto che
eri stata accidentalmente rapita da alcuni suoi amici e che saresti stata lontana per circa un anno.»
«A dire il vero non te lo posso spiegare... non ancora» replicò Palatine.
«Dove sei diretto?»
«A Lepidor, per prelevare il primo carico completo di ferro.»
Quello era un vero e proprio colpo di fortuna, perché ci avrebbe risparmiato la perdita di tempo
di un'attesa a Pharassa.
«In questo caso, potresti prenderci a bordo?» domandai.
«Certamente» assentì Hamilcar. «Questo plurale, chi includerebbe?»
«Palatine, io e un'altra amica.»
Quando Ravenna emerse dal portello, Hamilcar la squadrò con aria piuttosto sospettosa, e il suo
saluto non fu uno dei più calorosi che avessi mai sentito: Ravenna, dal canto suo, parve assumere un
atteggiamento altrettanto riservato, e io mi chiesi come mai Hamilcar mostrasse di averla in antipatia
quando lei non aveva ancora neppure aperto bocca. Anche dopo la notte precedente la partenza, alla
Cittadella, io continuavo ad avere opinioni contrastanti sul suo conto, ma non riuscivo a capire quale
potesse essere il motivo dell'atteggiamento di Hamilcar. Agganciatasi alla manta di Hamilcar, la
Fenicia, la Stella d'Ombra aiutò a porre riparo a parte dei danni, e nell'eventualità di un altro attacco
dei pirati, il suo capitano volle trasferire sul mercantile alcuni armamenti, incluse due cariche a
pressione, ricordando al comandante della Fenicia che avrebbe dovuto utilizzarle soltanto in casi di
estrema necessità. Ultimate le riparazioni, noi tre ci congedammo dal capitano della Stella d'Ombra e
dagli accoliti che sarebbero rimasti a bordo, poi le due navi si separarono, la Stella d'Ombra diretta a
Pharassa per scaricare gli ultimi accoliti e raccogliere gli Oceaniani che sarebbero diventati gli studenti
dell'anno successivo, la Fenicia con la prua a nord, verso Lepidor.
Quella sera noi tre... dato che Hamilcar non poteva certo escludere Ravenna... cenammo
nell'alloggio del mercante; lui e Ravenna si scambiarono qualche parola in tono gelido, ma per la
maggior parte della cena preferirono ignorarsi a vicenda.
«Che cosa avete combinato nell'arco degli ultimi diciotto mesi?» domandò Hamilcar, quando il
domestico se ne fu andato dopo aver servito la prima portata, un'insalata tanethana che mi piaceva, ma
che mangiai un po' a fatica perché, dopo un anno di cibo dell'Arcipelago, mi pareva avesse un sapore
strano.
«Non possiamo dirtelo» replicò Palatine. «Abbiamo giurato di non farlo.»
«È qualcosa che ha a che vedere con il Dominio?» insistette Hamilcar.
«A me non piace più di quanto piaccia a tuo padre, Cathan.»
«Palatine, ricorda quello che abbiamo convenuto» scattò Ravenna, prima ancora che Palatine
potesse aprire bocca. «Cathan e io corriamo molti più rischi di te.»
«Ravenna» fu pronta a ribattere Palatine, «se dovesse dire qualcosa al Dominio, Hamilcar
verrebbe arrestato con noi. In una situazione del genere, mi fido di lui.»
«Non ti fidare mai di un Tanethano» l'ammonì Hamilcar, in tono di gentile rimprovero.
«Mia madre mi ha sempre detto di non fidarmi mai di nessuno che potesse avere qualcosa da
guadagnare nel tradirmi» ribatté Palatine, scrollando le spalle. «Se tu ci tradissi, questo segnerebbe
anche la rovina di Lepidor, quindi perché dovresti volerlo fare? Inoltre, mi hai salvato la vita, invece di
rigettarmi in mare come un pesce troppo piccolo.»
«Quello è stato un dono del mare, e io non sono mai ingrato» obiettò Hamilcar, che appariva
perplesso. «Prima hai citato tua madre. Adesso riesci a ricordare chi sia?»
«Si chiama Neptunia, ed è una Thetiana. Mio padre era Rheinhardt Canteni, ed è morto.»
«Il Presidente Rheinhardt, il riformatore thetiano?»
«Proprio lui.»
«Una volta l'ho incontrato, e in effetti noto una certa somiglianza» commentò Hamilcar, dopo
aver osservato bene Palatine.
«Vogliamo venire al punto?» intervenne Ravenna, in tono irritato, inducendomi a chiedermi
perché mai dovesse continuare a interromperci in quel modo, considerato che, dopo tutto, quello era un
ricongiungimento fra amici. «Hai intenzione di dirgli tutto solo perché è un amico? Lui non è uno di
noi...»
Palatine la fissò per un momento con occhi roventi, poi parve perdersi per un istante nelle
proprie riflessioni, mentre Hamilcar continuava a mangiare senza mai distogliere lo sguardo dal suo
volto.
«Per il piano, è importante avere l'aiuto di un Grande Casato» affermò infine Palatine, con lo
sguardo perduto in lontananza, fisso sull'oscurità oceanica al di là delle finestre della manta; dopo un
momento, però, riportò la propria attenzione su Hamilcar e aggiunse: «Tu vivi per il profitto, vero,
Hamilcar? Meglio se sempre più abbondante.»
«Sì» confermò il mercante, che non pareva infastidito da quell'approccio indiretto di Palatine, o
dal fatto che lo avessimo escluso dalla discussione; ritenendo che si stesse mostrando un po' troppo
paziente, mi chiesi anch'io cosa avrebbe potuto guadagnare, se ci avesse traditi.
I Tanethani avevano un codice morale di qualche tipo? Forse, riflettei, quella breve amicizia
con Palatine non aveva resistito alla prova di un anno di separazione.
«Fino a che punto saresti disposto a spingerti, per il guadagno?» chiese Palatine.
Ravenna intanto aveva chiuso gli occhi e si era appoggiata all'indietro contro lo schienale della
sedia, ricorrendo alla vista d'ombra, come percepii chiaramente, per verificare che non ci fosse nessuno
fermo oltre la porta. Al suo posto, Moritan sarebbe stato più efficiente: lui avrebbe isolato l'intero
corridoio ed esaminato tutta la stanza alla ricerca di congegni di spionaggio, ma noi non avevamo la
sua esperienza, e anche se Ravenna avrebbe potuto individuare i mezzi di spionaggio più ovvi, non
c'era nulla che potessimo fare per garantire una maggiore sicurezza. Pensare all'exassassino mi indusse
a domandarmi cosa stesse facendo e come se la stesse cavando il suo clan o, per meglio dire, tutta
Lepidor. Quella era una cosa che avrei dovuto chiedere più tardi ad Hamilcar: nel corso di tutta la
permanenza alla Cittadella, non avevo quasi mai pensato a Lepidor, ma nel corso del viaggio di ritorno
ero stato spesso assalito dal desiderio di essere a casa e di rivedere quei volti familiari.
«Dipende dall'entità del guadagno» rispose Hamilcar. «Inoltre, dovrebbe essere piuttosto
immediato, e non una vaga promessa di un qualche profitto da qui a dieci anni.»
«Saresti disposto a deporre la tua borsa davanti a Ranthas?»
«Vuoi dire se sarei disposto a fare qualcosa che potrebbe farmi finire bruciato sul rogo come
eretico?»
«Commerceresti con degli eretici» insistette Palatine, ignorando le occhiate taglienti di
Ravenna.
Questa volta Hamilcar si concesse un momento di pausa prima di replicare.
«Si dovrebbe trattare di un profitto notevole, anche per aiutare un'amica quale sei tu. Io però
non ho sentimenti di sorta nei confronti del Dominio, perché nella mia famiglia nessuno era
particolarmente religioso. Mia madre era un'eretica, e ha provveduto a estirparmi dalla testa tutte le
idee relative al Dominio che vi erano state inculcate dai miei tutori. Dopo che è morta, ho trovato nella
sua stanza una quantità di libri eretici.»
«Allora saresti disposto ad aiutare una ribellione eretica? A vendere armi, a concedere qualche
prestito occasionale...»
«Dovrebbe essere qualcosa che ha serie probabilità di successo» dichiarò Hamilcar.
«Le avrà» promise Palatine. «Non ti renderai neppure conto che si tratta di eresia fino all'ultimo
minuto.»
«Allora è questo che avete fatto nell'ultimo anno» commentò Hamilcar.
«Siete andati a imparare a essere eretici, da qualche parte nell'Arcipelago.»
«Cos'ha che non va, l'Arcipelago?» interloquì Ravenna, in tono bellicoso.
«A te che interessa?» ribatté Hamilcar, e a me parve che il suo comportamento calmo e urbano
cominciasse a logorarsi un poco. «Tu non sei un'Arcipelaghiana.»
«Ho vissuto là abbastanza a lungo da sapere che è molto meglio di Taneth.»
«Per favore, Ravenna» si affrettò a intervenire Palatine, mentre io cercavo di sprofondare nello
schienale scarsamente imbottito della mia sedia per sfuggire a quella che pareva una lite inevitabile.
«Allora, Hamilcar, sei disposto ad aiutarci oppure no?»
«Prima di prendere qualsiasi decisione, vorrei sapere qualcosa di più su quello che hai in
mente» rispose Hamilcar. «Mi piace il cibo alla griglia, ma non quando sono io la portata principale. A
proposito, Palatine...»
«Sì?»
«Si suppone che tu sia stata assassinata diciotto mesi fa.»
«Ah» commentò Palatine. «Tu non credi per caso nella magia, vero?
Quello che è successo potrebbe essere difficile da spiegare.»
Anche se probabilmente non ci aveva creduto, Hamilcar non ci contraddisse con eccessiva
veemenza, né mise in ridicolo le idee assurde che noi avevamo elaborato in merito a come Palatine
fosse sopravvissuta; nel frattempo, Ravenna rimase a osservare i nostri sforzi di fornire una spiegazione
immersa in un divertito silenzio, ignorando completamente Hamilcar. Noi naturalmente non
menzionammo Tehama.
«Che ci creda o meno, accetto quello che mi dite» affermò infine Hamilcar, sollevando una
mano. «Se però siete davvero Thetiani, indipendentemente dal fatto che siate due Tar'Conantur veri o
fasulli, costituirete comunque una grave minaccia per il Dominio, e anche un punto focale per la
resistenza contro di esso.»
«Per quanti sono convinti della supremazia thetiana» intervenne Ravenna.
«Cioè più persone di quanto tu possa supporre» replicò Hamilcar. «I capi dei Grandi Casati
odiano Thetia, ma hanno tutti letto le Historie. Ricordo che un ufficiale qalathari, venuto come
ambasciatore due o tre anni fa... si chiamava Ramunou, o qualcosa del genere... ha detto che nel
Qalathar c'erano ancora una quantità di persone che avrebbero accolto a braccia aperte una
restaurazione thetiana, perché non ne potevano più di essere sfruttate dai Continenti.»
«Noi Qalathari abbiano il nostro Pharaoh, e non accetteremmo di buon grado un controllo
esterno» obiettò Ravenna.
Io mi girai a guardarla con espressione sorpresa, perché ero stato convinto che la metà
non-theamana della sua ascendenza fosse originaria delle isole e non del Qalathar; d'altro canto,
considerata la reputazione di combattenti dei Qalathari, forse avrei dovuto immaginarlo.
«Sei una Qalathari?» domandò intanto Hamilcar.
«Sì» rispose Ravenna, dando l'impressione di sfidarlo a voler avanzare commenti al riguardo.
«Interessante» si limitò però a replicare Hamilcar, poi si rivolse a me, e aggiunse: «Cathan,
prima di pensare ad avviare una ribellione, ti suggerirei però di vagliare la situazione più vicino a
casa.»
«Cosa vuoi dire?» domandai, sussultando.
«L'attacco pirata di oggi è stato il secondo da quando sei partito. Una delle mie navi è stata
assalita al largo del Capo delle Temepste, sulla via del ritorno a Taneth con un carico di campioni. Per
fortuna, per una volta il capitano si è mostrato all'altezza della situazione e ha respinto i pirati.»
«Pensi che qualcuno stia cercando di annientarti?»
«Sì, e so di chi si tratta: è il nostro vecchio amico Lijah Foryth, che è rientrato ancora una volta
nel Consiglio dei Dieci. Foryth considera il commercio oceaniano del metallo come una sua riserva
personale, ed è infuriato per non essere stato interpellato.»
«Mi chiedo se sappia di averci offesi ancora prima che avessimo l'occasione di farlo»
commentai, ricordando l'incidente nell'anticamera del Palazzo Saleva, quando soltanto il tempistico
intervento di Courtières aveva salvato me e Sarhaddon dall'essere gettati in prigione. Sulla scia di
quelle riflessioni, mi chiesi come se la stesse cavando Sarhaddon nella Città Santa, rendendomi conto
al tempo stesso che nel corso dei mesi trascorsi nell'Arcipelago mi ero quasi dimenticato del mio
compagno di viaggio.
Adesso però io ero un eretico, mentre Sarhaddon si era con ogni probabilità inserito saldamente
nella gerarchia del Dominio; per lui, potevo soltanto sperare che non fosse entrato in conflitto con i
fanatici di Lachazzar.
«A Foryth non importerebbe mai di una cosa insignificante come quella, anche se ai vostri
occhi può non apparire tale. Quello a cui voglio arrivare, è che è deciso a rovinare me, in modo che non
vi rimanga altra scelta che quella di offrire a lui il contratto. Due soli carichi perduti sarebbero
sufficienti a portare alla rottura del contratto, e Foryth ha abbastanza influenza per accertarsi che
nessun altro, a parte lui, si offra di rilevarlo.»
«Quali sono i colori del Casato Foryth?» domandò improvvisamente Ravenna, come se si fosse
di colpo ricordata di qualcosa.
«Giallo e arancione. Perché me lo chiedi?»
«A Taneth, Palatine e Cathan sono stati rapiti, ma non da noi, che siamo invece intervenuti poco
più tardi per salvarli, scoprendo che ad aggredirli erano stati uomini alle dipendenze di uno dei Casati;
quando li abbiamo perquisiti, abbiamo scoperto che uno di essi aveva un lasciapassare giallo e
arancione.»
«Allora Foryth stava operando contro di noi già a quel tempo. Non hai idea di chi fosse il loro
obiettivo, se Palatine o Cathan?»
«So soltanto quello che ti ho appena detto» replicò Ravenna; in tono condiscendente, come se
stesse parlando con un bambino, aggiunse quindi:
«Se però ci pensi sopra, ti renderai conto che Palatine non avrebbe avuto nessun valore per loro,
come ostaggio, perché tu la conoscevi a stento. No, erano a caccia di Cathan.»
Hamilcar non rispose, e io pensai che stesse dimostrando un notevole autocontrollo
nell'ignorare le provocazioni di Ravenna.
«Credo che per qualche tempo tuo padre avrà bisogno del tuo aiuto, a casa» affermò infine,
rivolgendosi a me. «Nel caso che tu abbia intenzione di ripartire entro breve tempo, sarebbe quindi
meglio che rivedessi i tuoi piani.»
Perché mai Hamilcar voleva il mio aiuto? Senza dubbio, lui era in grado di badare ai suoi affari,
e quelli di Lepidor potevano essere gestiti in tutta tranquillità da mio padre e dal Primo Consigliere
Atek... oppure c'era qualcosa che non andava, a casa? Ma se così fosse stato, senza dubbio Hamilcar
me lo avrebbe già detto... oppure no?
Pur desiderando tornare a casa, io non avevo intenzione di restare là, perché se davvero
volevamo avviare un movimento contro il Dominio, Lepidor non era certo il posto più adatto per
cominciare, in quanto troppo isolato e periferico.
«Io non ho ancora bisogno di tornare a casa» osservò Ravenna.
«Questo è un modo piuttosto strano per andare nel Qalathar, provenendo dall'Arcipelago» le
fece notare Hamilcar.
«Il percorso che scelgo di seguire per tornare a casa non è affare tuo» ribatté Ravenna.
«Questo lo avevo già supposto da me» ritorse Hamilcar, ma Ravenna preferì ignorare la
provocazione.
Il mio alloggio a bordo della Fenicia risultò essere semplice e funzionale, un altro segno della
carenza di fondi di Hamilcar. A quanto ci aveva detto, finora con i ricavi derivanti dal ferro aveva
pagato tutti i creditori che gravavano sul suo Casato, e adesso sperava di trarre ulteriori profitti da
questo viaggio; al tempo stesso, però, la sua situazione finanziaria continuava a essere difficile, tanto
che sarebbero dovuti passare almeno un paio di anni prima che avesse a disposizione abbastanza
denaro da poter potenziare la sua manta, che navigava come una lumaca zoppa, o da intraprendere
nuove imprese commerciali. Di conseguenza, la perdita della manta per opera dei pirati sarebbe stata di
certo sufficiente a mandarlo in rovina, per il semplice fatto che lo avrebbe privato della capacità
operativa per il trasporto del ferro.
Per quanto ci pensassi sopra, d'altro canto, non riuscivo a vedere di quale utilità avrei potuto
essere io nel contrastare i pirati di Foryth, dato che non ero un capitano qualificato o un brillante
stratega, aspetti sotto i quali Palatine avrebbe potuto senza dubbio essere più utile di me.
Prelevato dal bagaglio tutto quello che mi poteva servire, tirai fuori dal fondo della sacca la mia
copia dell'Historia, e mi sedetti su quella che passava per una sedia comoda; avevo pagato i
responsabili della biblioteca della Cittadella perché mi facessero quella copia, e anche se non era ben
leggibile come l'originale, scritto con l'ausilio della magia, era comunque stilata con mano nitida e
conteneva il testo essenziale.
Quella sera aprii l'Historia su uno degli ultimi brani, verso la pagina quattrocento, alla ricerca di
qualche ulteriore riferimento a ciò che era successo nel Qalathar dopo la guerra e di maggiori
informazioni su quel misterioso popolo montano che si era alleato con i Tuonetar.
Qualcosa scivolò fuori del libro, cadendomi in grembo, e nel raccoglierlo vidi che era un
frammento di pergamena strappato da un pezzo più grande, sul quale Ukmadorian aveva stilato un
breve messaggio con la sua calligrafia angolosa.
Esso diceva:
Cathan, È possibile che io sia stato un po' troppo aspro con te, ma sappi che non nutro rancore
nei tuoi confronti per quello che è successo. Hai scelto di allearti con Ravenna, e per questo ti auguro
buona fortuna. Ti avverto, tuttavia, che lei non è quella che sembra, e che ti stai mettendo in pericolo
rimanendole così vicino, perché anche se lei non desidera farti del male, altre persone a cui è connessa
potrebbero pensarla diversamente. Si tratta di individui troppo potenti per te e per tuo padre, e io non
voglio vedere il tuo talento andare sprecato.
Il messaggio non recava firma.
Per un lungo momento, rimasi a fissare il messaggio, poi lo stracciai selvaggiamente: anche a
migliaia di chilometri dalla Cittadella, Ukmadorian stava ancora cercando di controllarmi e di
avvelenare la mia mente. Adesso mi ero liberato di quel vecchio stolto, e non intendevo ricadere sotto il
suo controllo.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Arrivammo a Lepidor tre giorni più tardi perché la Fenicia, per quanto malconcia, riuscì a
tenere una velocità di navigazione doppia rispetto a quella della Parasur, oltre a essere più accogliente,
anche se la permanenza a bordo era piuttosto noiosa: contemplare la vuota distesa dell'oceano non era
infatti interessante come osservare i continenti.
Sebbene non fossi intenzionato a fermarmi a lungo, io ero molto contento di essere finalmente
tornato a casa. Infatti, se da un lato era stato divertente trascorrere lontano diciotto mesi, e la
permanenza nell'Arcipelago era stata nel complesso piuttosto piacevole, d'altro canto non c'era nulla
come la propria casa, e io ero impaziente di tornare a essere l'Esconte di Lepidor, invece di un mago
eretico sotto addestramento. Certo, gli insegnamenti magici e quelli concernenti l'arte della guerriglia e
dello spionaggio erano molto più eccitanti... a volte anche troppo, come per esempio quando ti si
insegnava come liberarti da legami, evadere da una cella, e così via... ma sarebbe stato bello rivedere i
volti familiari che popolavano Lepidor, almeno per un po'. C'era stato un tempo in cui non mi sarebbe
dispiaciuto trascorrere a Lepidor il resto della mia vita, come conte o anche come oceanografo, ma
adesso...
Quando la Fenicia si avvicinò al porto sottomarino di Lepidor, io andai sul ponte di comando
per assistere all'attracco. Quel porto appariva così piccolo rispetto a quelli di Pharassa e di Taneth, con
appena quattro torri di servizio disposte a spirale intorno al mozzo centrale... solo che adesso le torri
non erano più quattro: sui livelli più bassi era visibile una bolla edile, insieme allo scheletro di base di
una quinta torre; dietro di essa avvistai poi anche un nuovo magazzino di carico, e mi chiesi cosa stesse
succedendo, perché non avevo mai visto simili sforzi edilizi a Lepidor. Osservando il mozzo, mi dissi
poi che doveva essere il risultato dei profitti forniti dal ferro.
Attraccammo alla quarta torre, e là notai ulteriori miglioramenti, come un altro ascensore che
scorreva lungo il lato del nucleo centrale, e che fino a quel momento era rimasto nascosto dalla massa
della struttura principale; anche la torre appariva più grande, la piattaforma di carico era stata allargata
e un tunnel di collegamento ne univa la sommità al nuovo magazzino.
«Mi ero dimenticato di parlartene, Cathan» osservò Hamilcar, con un sorriso. «Non
riconoscerai più Lepidor, da quanto è cambiata nell'ultimo anno. Tuo padre ha investito tutta la sua
parte dei profitti in opere a vantaggio della città.»
Pur non sapendo bene come mi sentissi in merito agli enormi cambiamenti che la mia città
aveva subito, io ringraziai comunque Thetis per il fatto che il declino a cui eravamo avviati, e che tanto
ci preoccupava, fosse stato arrestato e stessimo ora risalendo in fretta la china. Dall'essere una città che
non poteva permettersi di pagare neppure opere di disboscamento, adesso stavamo addirittura
costruendo nuove torri di servizio portuali, un miglioramento costoso, che senza dubbio mio padre non
poteva aver avviato senza attenta riflessione.
I ganci di attracco afferrarono lo scafo della Fenicia, poi ci fu un momento di attesa perché
l'acqua venisse pompata fuori e infine i portelli si aprirono. Dopo aver ringraziato il capitano, in
risposta a un cenno d'invito da parte di Hamilcar mi avviai su per la scala della nave, appena due piani
in quanto la Fenicia era grande poco più della metà della Stella d'Ombra, per poi imboccare il corridoio
di accesso alla torre, dove raccolsi la mia sacca. Era la stessa con cui ero partito un anno prima, solo
che adesso conteneva un bastone da mago invece che campioni di ferro.
Di nuovo gli altri mi cedettero il passo, lasciandomi sbarcare per primo.
Mio padre era in attesa nel corridoio del nucleo, il cui pavimento era ora coperto di tappeti: sul
suo volto affiorò un'espressione incredula quando mi vide arrivare... era evidente che aspettava soltanto
Hamilcar... poi lui non mi lasciò quasi neppure il tempo di posare la sacca prima di stringermi in un
abbraccio.
«Cathan!» esclamò, con gioia evidente. «Dove sei stato tutto questo tempo? Sei cresciuto!»
«Temo di essere ancora di mezza testa più basso rispetto a te» gli ricordai.
«Non intendevo in quel senso, sciocco. Sei uscito da quella porta con aria da padrone, e non con
fare schivo e furtivo, come facevi un tempo. Sono contento di riaverti qui, anche se credo che non
riconoscerai più nulla» replicò mio padre, poi vide arrivare Palatine, Ravenna e Hamilcar, che si erano
tenuti più indietro nel corridoio, ed esclamò: «C'è anche Palatine! Benvenuta a Lepidor!»
«Ti presento Ravenna, della Cittadella» aggiunsi.
Mio padre non mostrò nei confronti di Ravenna la freddezza dimostrata da Hamilcar,
salutandola invece con un sorriso e accogliendola come una gradita ospite; lei, dal canto suo, reagì con
grazia, senza traccia della rigidità manifestata con il Tanethano, e io mi sentii sollevato che si fossero
trovati simpatici a vicenda, perché mio padre era capace di mostrarsi molto tagliente con le persone che
non gli andavano a genio. Un anno prima, la cosa non mi sarebbe importata, ma adesso non volevo che
Ravenna si trovasse male a Lepidor.
Salutato anche Hamilcar, mio padre ci scortò su per la scala centrale e sotto la luce del sole, che
splendeva oltre i cancelli del porto.
Una volta all'esterno, io mi arrestai di colpo, inizialmente perché abbagliato dalla luce intensa,
poi a causa del crescente stupore che mi assalì a mano a mano che mi guardavo intorno, notando gli
incredibili cambiamenti che, a detta di Hamilcar, erano stati apportati tutti nell'arco degli ultimi mesi.
Ovunque si vedevano impalcature edili, le strade echeggiavano dei rumori prodotti dagli operai
al lavoro e dei loro richiami. Tanto per cominciare, vidi che una fila di taverne e di botteghe, un tempo
alquanto fatiscenti, che sorgevano lungo il molo, era stata completamente rinnovata: adesso le facciate
erano di un candore immacolato, i tetti erano coperti da terrazze lussureggianti di piante, e alcune delle
taverne più vecchie erano state trasformate in bar più eleganti.
Di lì a poco, constatai che a trarre vantaggio dalla nuova ricchezza non era stato soltanto il
distretto del porto. Alcuni edifici erano stati alzati di uno o più piani, nuove torri e perfino qualche
cupola alteravano il panorama che ricordavo, e nel guardare verso l'entroterra per poco non sussultai,
nel rendermi conto che il terreno al di là della Porta Orientale era diventato un quarto distretto
cittadino, ancora in via di completamento e dominato dall'inconfondibile struttura di una fonderia;
quanto ai grandi padiglioni che spiccavano sulla piazza del mercato...
Senza parole per lo stupore, mi volsi infine verso mio padre, in cerca di spiegazioni: tutto quello
che stavo vedendo andava al di là di quanto avrei mai potuto immaginare, ma per quanto contento non
potevo non chiedermi come avessero fatto a realizzarlo, visto che la miniera non poteva rendere fino a
questo punto.
«Com'è stato possibile?» domandai infine, quasi stordito.
«Dopo che Istiq se n'è andato, abbiamo chiamato una squadra di ispettori minerari e abbiamo
così scoperto che lui aveva appena scalfito la superficie dei depositi, che non erano soltanto di ferro.
L'intera montagna è piena di minerali, e sull'altro lato c'è anche una nuova vena di gemme. Quando ho
avuto i risultati, ho deciso che potevamo produrre qui anche le armi, perché forniscono un profitto
molto maggiore... e attualmente sono più necessarie del ferro.»
«Naturalmente, il resto del continente si è subito affrettato a garantirsi di non essere escluso dai
guadagni» interloquì Hamilcar. «Le case degli ospiti sono ancora piene?»
«Abbiamo dovuto costruire altri quattro ostelli per assorbire tutti gli arrivi» rispose mio padre.
«Cosa mi dici del pericolo costituito dai pirati?» chiesi, dicendo la prima cosa che mi era venuta
in mente.
«Abbiamo provveduto al riguardo, ma te ne parlerò quando saremo al Palazzo, una volta che
avrai sorpreso tua madre come hai fatto con me.»
«E come se la stanno cavando Moritan e Courtières?» domandai ancora, mentre imboccavamo
la strada principale, dopo che mio padre ebbe segnalato a un conducente d'elefante... un elefante come
mezzo di trasporto personale... di trarsi da parte con la sua bestia per permetterci di passare.
«Hai una mente sveglia» approvò mio padre. «Moritan e Courtières stanno avendo i loro
vantaggi. Innanzitutto stanno contribuendo agli investimenti con una grossa percentuale, fornendo
anche una quantità di artigiani esperti. Moritan ha acquistato una cointeressenza nelle miniere,
considerato che dispone di molti minatori ben addestrati, e Courtières ha pagato la fonderia.»
Quindi anche i nostri alleati stavano guadagnando grazie alla nuova prosperità di Lepidor;
questo era un bene, come riflettei nel ricordare gli studi fatti alla Cittadella e le mie letture della
Historia, perché spesso alleati scontenti potevano diventare più pericolosi di nemici di vecchia data.
Mi parve che impiegassimo dei secoli ad arrivare al Palazzo, che non riuscivo neppure a vedere
in lontananza a causa delle mura del Quartiere Portuale e degli edifici al di là di esse, che mi coprivano
la visuale; ogni pochi passi, infatti, venivamo fermati da persone che salutavano mio padre... e spesso
anche me... con estremo calore, e da sovrintendenti che uscivano dalle case in costruzione con il sorriso
sulle labbra per scambiare qualche parola con noi. Gli stranieri erano molti più di quanti fossero mai
stati, e nel complesso l'atmosfera era molto diversa: la scoperta del ferro aveva cambiato le cose a tal
punto che la piccola città che io avevo conosciuto non esisteva più.
Quando entrammo nella piazza del mercato, tossendo a causa della polvere sollevata dai
martelli pneumatici e dopo aver atteso che una trave portante venisse issata al suo posto, incontrammo
Shihap, il mercante di tessuti che avevo visto per l'ultima volta mentre risalivo al galoppo la strada
principale per andare a informare mia madre della scoperta del ferro, diciotto mesi prima. Lui era stata
la prima persona in città a essere informata della cosa e, con mia sorpresa, scoprii che se ne ricordava.
«Salve, Cathan!» esclamò, emergendo da sotto un padiglione a strisce rosse e bianche, sulla cui
sommità si agitavano alcune bandiere. «Sei contento di essere tornato? Avresti mai immaginato tutto
questo, quando mi hai parlato di quel piccolo deposito di ferro, sulle colline?»
«Tu lo hai immaginato di certo, Shihap» ribatté mio padre, adocchiando le vesti carminie del
mercante, bordate di filo d'argento; il profumo dei costosi oli di cui si era cosparso la barba era tanto
intenso che si avvertiva a qualche metro di distanza.
«Ho soltanto approfittato della situazione quando essa si è presentata, grazie al mio spiccato
senso degli affari» si schermì il mercante.
«E grazie ad alcuni sostanziosi prestiti» puntualizzò mio padre.
Shihap si limitò a scrollare le spalle con aria di deprecazione, poi si rivolse invece a Ravenna e
a Palatine.
«Signore, voi non siete mai state qui prima. Venite al mio banco, qualche volta, e sono certo
che troverete merci di ottima qualità che vi interesseranno...»
Riprendemmo a camminare, attraversando il mercato che, in quel giorno del tutto normale,
appariva affollato quasi come lo era stato quando la Grande Fiera Settentrionale era stata tenuta a
Lepidor. Fra i mercanti, ce n'erano molti che non riconobbi, gente nuova per Lepidor, e ne vidi altri che
conoscevo ma che erano molto cambiati: adesso i loro abiti erano più costosi, il loro portamento più
altero, i banchi più opulenti.
L'ultima, grande sorpresa fu il Palazzo, che riuscii a vedere bene soltanto quando arrivammo
all'altezza dei banchi periferici del mercato, e che comunque non riconobbi a prima vista.
Il tranquillo cortile un po' fatiscente non aveva più nulla di fatiscente: i muri erano stati riparati
e dipinti di fresco, le piastrelle del portico e del tetto della scala erano nuove e molto più costose di
quelle vecchie.
E là, sulla sinistra rispetto all'edificio centrale, dove c'erano state un tempo le stalle e l'estremità
dei giardini, spiccava ora una struttura completamente nuova, nello stesso, semplice stile coloniale di
quella vecchia, ma coronata da una cupola azzurra che doveva avere un diametro di una trentina di
metri: finalmente mio padre aveva costruito una Sala del Consiglio e del Trono degna di questo nome.
«Dove hai trovato il denaro per quella?» gli domandai, con espressione che doveva lasciar
trasparire la mia sorpresa, almeno a giudicare dall'aria vagamente divertita assunta da Ravenna; quanto
a Palatine, il suo volto era solenne e un po' triste.
«Il prossimo carico riempirà di nuovo la tesoreria» garantì mio padre, in tono orgoglioso. «Ti
piace?»
«Piacermi? È stupefacente!»
Alcuni degli altri cambiamenti mi avevano in certa misura sconvolto, ma nel vedere la cupola
avvertii un impeto di immenso orgoglio all'idea che adesso il mio clan fosse abbastanza ricco da potersi
permettere un simile simbolo del proprio potere. Le sale a cupola erano la manifestazione massima del
benessere e del potere, e nel corso del mio viaggio a Taneth, diciotto mesi prima, avevo invidiato le
cupole delle altre città. Adesso però anche noi ne avevamo una, molto più grande e imponente di
qualsiasi altra, a nord di Pharassa.
Ora cominciavo a capire perché Lijah Foryth volesse mettere a tutti i costi le mani sul contratto
di Hamilcar, e al tempo stesso mi stavo chiedendo quanto avessero dovuto essere ingenti i debiti che
quest'ultimo aveva contratto, considerato che incassava un quinto dei profitti e che questo avrebbe
dovuto essere sufficiente a pagare qualsiasi creditore.
Le due guardie alle porte, che notai avere un'uniforme nuova e apparire più sul chi vive, ci
salutarono e ci introdussero nel cortile, che sfoggiava una fontana modellata con la forma di una tigre.
Mia madre ci stava aspettando là, ai piedi della scala, insieme al Primo Consigliere Atek e a un piccolo
comitato di ricevimento composto di funzionari e di servitori; nel vedermi, rimase non meno sorpresa
di mio padre, ma la sua accoglienza fu più riservata. Lei era la sola che non fosse cambiata, tranne per
gli abiti di migliore qualità e per il fatto che la spilla che le fermava la treccia era d'oro e non più
d'argento.
«Avevi promesso che saresti stato lontano solo tre mesi» mi rimproverò.
«L'aritmetica non è mai stata il mio forte» risposi.
«Tuo fratello vorrà sapere dove sei stato» commentò lei, con un caldo sorriso. «È così cresciuto
che non lo riconoscerai.»
«Adesso ha sette anni, vero?» domandai, rendendomi conto d'un tratto che non riuscivo più a
ricordare la data del compleanno di Jerian.
«Li ha compiuti il mese scorso. Courtières gli ha regalato una spada da addestramento, e da
allora non ha più smesso di giocarci.»
Le presentai poi Palatine e Ravenna, quindi salutai il Primo Consigliere Atek, che indossava
come sempre abiti sgualciti, ma che pareva essersi allargato alquanto all'altezza della cintola. Esauriti i
convenevoli, salimmo i gradini che portavano alla Sala di Ricevimento, dove era stato preparato un
adeguato benvenuto per Hamilcar; anche quella sala, un ampio ambiente dall'alta volta, con un lato che
si apriva sul colonnato meridionale e sul mare, era stata rinfrescata nelle dorature da quando ero partito.
Là i servi erano in attesa, pronti a distribuire piccoli bicchieri pieni di vino azzurro, e naturalmente
anche le loro livree erano nuove (a dire il vero cominciavo a pensare che sarebbe stato più semplice
contare le cose che erano rimaste le stesse). Nel riflettere su quei miglioramenti, mi resi conto che
Lepidor era stato così impoverito e prossimo al declino che qualsiasi novità sarebbe stata comunque un
miglioramento, ma che in un certo senso mi mancavano le vecchie livree logore, con le pezze dove la
stoffa aveva ceduto, e con l'emblema di Lepidor, una foca stilizzata, che mancava di una pinna o della
coda.
Per qualche tempo conversai con i miei genitori e con Atek di quello che era successo in città...
dato che la conversazione relativa alla Cittadella andava riservata a un momento successivo, quando
fossimo stati in privato... poi mi guardai intorno alla ricerca di Palatine, ricordando l'espressione
desolata che le era apparsa sul volto quando ci eravamo avvicinati al Palazzo. La trovai in fondo alla
balconata, intenta a contemplare il lato dei giardini che dava sul mare, con un bicchiere di vino vuoto in
mano. Sulla sinistra, la bandiera del Dominio sbatteva al vento sul tetto del Tempio, più alto di un
piano rispetto a com'era un tempo.
«Cos'è che ti turba?» le chiesi, senza preamboli, fermandomi accanto a lei.
«La cupola... e tutto il resto» rispose lei, evitando di girarsi a guardarmi.
«Suppongo sia invidia, dato che la vostra cupola somiglia a quella che avevamo in Cantenar,
anche se è forse un po' più piccola, però... no, non è esattamente questo ciò che voglio dire: io invidio
te, Cathan, il fatto che hai la vita e la sicurezza che io ho perduto undici anni fa, che hai una casa e dei
genitori e un fratello che ti amano, anche se non sono la tua famiglia naturale.
«Mio padre è morto undici anni fa, e mia madre ha sempre sostenuto che è stato avvelenato.
Anche prima di allora, lo vedevo ben poco, perché non gli piaceva la famiglia di mia madre e io finivo
per trovarmi così sempre in territorio Canteni, mentre lui rimaneva a Selerian Alastre. Quanto a mia
madre, era sempre molto impegnata e risiedeva quasi di continuo nella capitale, per occuparsi
dell'imperatore e della sua gente. Anche quando andavo là con lei, non era divertente, perché quella
non è una città piacevole, e comunque ero sempre con i miei tutori, i maestri d'armi, i compagni di
studi... ma mai con i miei genitori.»
Nella sua voce non si avvertiva traccia di autocompassione, soltanto una dolce tristezza.
«Quando Perseus è morto, è sembrato che le cose sarebbero cambiate, perché c'era così tanto da
fare, si erano aperte tante opportunità. Orosius sarebbe potuto essere un imperatore grande, brillante,
era l'ultima occasione che i Tar'Conantur avevano di dimostrare di essere degni della fatica che noi tutti
facevamo per loro; invece, si è alleato con il Dominio, e a quanto ho sentito dire, adesso invia le
persone che non gli vanno a genio in un grande castello-prigione, da dove non escono più. Il Dominio
distrugge tutto quello che tocca, è una sorta di pestilenza, e adesso che sono giunta in questo luogo
sereno in cui tu vivi, comincio a vedere che la sua gente è all'opera anche qui» concluse, lasciandomi
sconvolto per il puro odio che le si avvertiva nella voce, e che non avevo mai notato fino a quel
momento.
«Lo fermeremo» garantii, con voce peraltro incerta.
«Sì, ma non abbiamo ancora cominciato che già troviamo qui una minaccia. È questo che il
Casato Foryth sta facendo, perché il Dominio è solito attaccare in maniera insidiosa, non visibile. Se
solo avessimo qualcuna delle legioni di Aetius il Grande, le cose sarebbero differenti, ma guardati
intorno... credi che anche quelle legioni riuscirebbero a sopravvivere, qui?»
Quasi che l'intero pianeta la stesse ascoltando, vidi alcune formazioni di nubi cominciare ad
accalcarsi verso est, sempre più alte e minacciose a ogni minuto che passava, annunciando una nuova
tempesta, un'eredità del Dominio. Palatine aveva ragione: mi bastava guardare fuori della finestra per
capire perché dovevo odiarlo.
Insieme, rientrammo nella sala e io riferii a mio padre della tempesta in avvicinamento.
«Arriva da est?» mi chiese lui. Io annuii.
«Nelle ultime settimane, tutte le grosse tempeste sono giunte da est. In precedenza
continuavano ad arrivare da ovest, in senso contrario alla direzione dei venti, e questo cominciava a
preoccuparci, ma adesso pare che siano tornate alla normalità.»
Detto questo, ordinò a uno dei servi di attivare la comunicazione con il posto di guardia, e
impartì le istruzioni necessarie perché venisse dato un allarme tempesta entro dieci minuti. Nel
frattempo, io riportai la mia attenzione sul ricevimento in corso, e passai qualche minuto conversando
di Taneth con Atek, che non ci era mai stato, nonostante la sua conoscenza dei metodi commerciali
locali e di tutto il resto. Mentre parlavamo, compresi che mio padre doveva avergli raccomandato di
non chiedermi dove fossi stato, almeno non in pubblico, e mi resi conto di non sapere se anche Atek
fosse un eretico. D'altro canto, era un cugino di mia madre ed era cresciuto con lei, quindi mi pareva
probabile che si fosse convertito a sua volta all'eresia.
Esattamente dieci minuti dopo l'avvertimento da me dato a mio padre in merito
all'approssimarsi della tempesta, il familiare suono lamentoso della sirena dell'allarme tempesta
echeggiò per le vie cittadine.
Era ormai sera inoltrata quando finalmente ebbi l'occasione di parlare in privato con i miei
genitori; dopo che tutti gli altri se ne furono andato a letto, mi recai nella stanza di ricevimento annessa
al loro appartamento privato, ben rischiarato da alcune lampade aetheriche schermate e da qualche
torcia, con ricchi tendaggi alle pareti e sulle finestre che rendevano l'ambiente insonorizzato, oltre a
smorzare l'ululato della tempesta; per il momento, all'interno del Palazzo il suo infuriare era soltanto un
tenue rumore di sottofondo, ma essa non aveva ancora raggiunto il massimo della sua potenza.
Con sollievo, mi lasciai cadere sull'accogliente poltrona pharassiana; per quanto potesse
apparire strano, il mobilio oceaniano era un'altra cosa di cui avevo sentito la mancanza, perché
nell'Arcipelago preferivano utilizzare cuscini al posto delle sedie, e perfino le imitazioni di mobili
oceaniani con cui erano arredati gli alloggi che mio padre aveva a Taneth dovevano essere stati
fabbricati da qualcuno che non aveva mai visto i modelli originali.
«Com'è stato il tuo soggiorno alla Cittadella?» mi chiese mio padre, mentre sorseggiavo un
cocktail alla frutta, in quanto nel corso del ricevimento avevo già bevuto i due bicchieri che, come al
solito, sembravano costituire il mio limite di tolleranza.
«Mi è piaciuto» risposi, poi esposi ciò che era successo, omettendo qualsiasi riferimento a
Palatine, a Ravenna, e alla nostra discussione finale con Ukmadorian che, a parte quel suo insinuante
messaggio, non pareva aver sollevato altre proteste in merito alla nostra partenza.
«Dunque sei un mago» commentò Elnibal, quando ebbi finito, senza manifestare la sorpresa che
io mi ero atteso da parte sua, una cosa che mi lasciò stranamente deluso.
«Te lo aspettavi?» domandai, cercando di scoprire per quale motivo le notizie che gli avevo
dato non lo avessero colpito maggiormente.
«Lo sapevo» rispose, «l'ho sempre saputo.»
«Anche Ravenna è una maga, vero?» interloquì mia madre.
«Come fai a dirlo?» ribattei.
«Utilizza la vista d'ombra. Quando ero alla Cittadella, uno dei miei amici aveva un po' di talento
magico, e sono ancora in grado di capire se qualcuno sta utilizzando la magia. Quanto è potente?»
«Più di me... credo» risposi.
Seguì una pausa, nel corso della quale i miei genitori si scambiarono un'occhiata imbarazzata.
«Padre, quello che mi hai raccontato su come mi hai trovato era vero?» chiesi, infrangendo il
silenzio. «Adesso devo saperlo.»
«No, non lo era» replicò lui, con brusca franchezza, «però la verità è tanto strana che non
potevo correre il rischio di dirtela prima che fossi stato alla Cittadella.»
«Palatine sostiene di essere la cugina dell'imperatore, quella che è stata assassinata lo scorso
anno.»
«Palatine ti somiglia un poco, e ciò che afferma potrebbe essere vero. Rammenta che non
dovrai mai ripetere a nessuno, neppure ai tuoi veri genitori, quello che sto per narrarti» ammonì
Elnibal, giocherellando con un filo che sporgeva dal bracciolo della poltrona e mostrando un certo
disagio, cosa per lui insolita, poi continuò: «Venti anni fa, quando combattevo come mercenario in
Tumarian... si tratta di un clan nella parte orientale dell'Arcipelago... ho trascorso alcuni giorni di
licenza a Ral Tumar insieme a Moritan e a Courtières; avevamo l'intenzione di assaggiare in quattro
giorni il vino di tutti i locali della città.» Io cercai di immaginare quei tre che bevevano e si
ubriacavano, ma non ci riuscii.
«Non rammento il perché, ma una sera rimanemmo in giro fino a tardi e ci avviammo per
rientrare verso le due del mattino, nel bel mezzo di una tempesta. E sulla via di casa c'imbattemmo in
uno scontro.»
A quel punto lo interruppi, e non appena lui annuì per darmi il suo assenso, ricorsi a un metodo
che Ukmadorian mi aveva insegnato, che serviva a imprimere nella propria mente i ricordi di qualcun
altro.
L'istante successivo mi trovai là, in quella strada di Ral Tumar, tanti anni prima.
Mio padre, Moritan e Courtières di arrestarono di colpo nel vedere tre uomini esausti in
uniforme bianca circondati da quattro figure dalle vesti rosse; la strada era resa scivolosa dal sangue,
che formava delle pozze in cui giacevano altre due sagome in uniforme bianca.
Uno degli uomini in bianco lanciò un grido, chiedendo aiuto con voce disperata, e subito
Elnibal, Courtières e Moritan estrassero la spada, scagliandosi contro le figure in rosso, sia pure con
passo un po' barcollante, in quanto erano ubriachi. Uno degli individui in bianco, quello che aveva
gridato, si accasciò un secondo più tardi, ma l'arrivo di altri tre combattenti rovesciò le sorti dello
scontro: due figure in rosso vennero abbattute e un'altra, che si stringeva al petto un fagotto, si diede
alla fuga.
Mio padre, che era il più veloce nella corsa, si lanciò all'inseguimento del fuggitivo, lasciando
Moritan e Courtières a finire l'ultimo aggressore in rosso.
Mio padre per poco non scivolò a causa della pioggia accecante, ma nell'arco di una dozzina di
passi riuscì a raggiungere il fuggiasco e gli vibrò un fendente alle costole, con mano resa un po' incerta
dal troppo vino bevuto. L'uomo gemette e crollò al suolo, supino; in quel momento dal fagotto emerse
un vagito, e io mi resi conto che stavo vedendo me stesso com'ero stato quasi vent'anni prima, un
neonato avvolto in una rozza coperta, all'interno della quale era possibile scorgere le estremità di una
tunichetta di seta verde. Rendermi conto che un tempo io ero stato quel fagottino fu un vero e proprio
shock.
«Sei un ladro di bambini, vero?» esclamò mio padre, in tono furente, ma non ebbe risposta.
Dopo avermi sfilato dalla stretta del morto, Elnibal ripose la spada nel fodero e tornò con me
dagli altri. Anche l'ultimo uomo in livrea bianca era stato abbattuto, con una daga che gli sporgeva
dallo stomaco, e intorno a lui giacevano i corpi dei tre individui in rosso e dei suoi quattro compagni in
bianco; per un momento, mi parve di scorgere l'emblema di un delfino d'argento sul petto del morente,
ma non potei esserne sicuro perché la sola illuminazione era quella incerta delle lampade aetheriche, e
la divisa era inzuppata di sangue.
«Chi è questo neonato?» domandò mio padre in tono urgente, rivolto all'uomo che stava
agonizzando. «E tu chi sei?»
«Mi chiamo Baethelen... del Clan Salassa. Questo bambino...» L'uomo s'interruppe,
annaspando, poi tossì e sputò del sangue, una vista che indusse Moritan a scrollare il capo con aria
impotente; in qualche modo, però, l'uomo continuò ad aggrapparsi alla vita. «Chi sei tu?» chiese dopo
un momento, con voce spaventosamente rauca, e con un suono gorgogliante che gli scaturiva dalla
gola.
«Elnibal, Esconte di Lepidor.»
«Lepidor... dove si trova?»
«In Oceanus. Cosa vuoi da me?»
Il morente abbassò una mano, che tremava in modo vistoso, e si sfilò dalla camicia un
medaglione, sollevandolo; adesso il suo volto si era fatto grigiastro per il dolore, e l'emorragia era così
massiccia che gli sforzi di Moritan per arrestarla con il mantello di uno dei morti stavano risultando
vani.
«Lo riconosci?» domandò Baethelen.
Per me il medaglione non aveva significato, ma mio padre lo riconobbe.
«È il medaglione di un Justiciar thetiano» disse.
«Un tempo ero Cancelliere di Thetia... giurami che alleverai il bambino e che non farai mai
parola al Dominio di tutto questo.»
Courtières sgranò gli occhi per la sorpresa, ma mio padre protese la mano, chiudendola intorno
al medaglione.
«Lo giuro» disse soltanto.
Assalito da una nuova, spaventosa convulsione, il morente inarcò la schiena e cercò di urlare,
ma dalla bocca gli uscì soltanto un fiotto di sangue; poi tornò ad accasciarsi sul selciato.
«Cathan...» sussurrò, quindi ebbe un ultimo spasmo, e morì, lasciando mio padre e i suoi amici
soli sotto la pioggia con il neonato.
«Meglio andare via di qui» suggerì Moritan. «Domattina arriveranno delle pattuglie, e vorranno
sapere cosa sia successo e di chi sia quel bambino.» «Non ci ha detto chi è» replicò mio padre.
Poi la scena svanì dalla mia mente e io mi ritrovai nella calda e confortevole stanza di Lepidor.
«Questo è il modo in cui sono andati i fatti» affermò mio padre. «Come ci siamo allontanati non
ha importanza.»
«Anche Moritan e Courtières sono eretici?» domandai.
«Sì, lo sono. Courtières non è mai stato alla Cittadella, perché il suo tutore era un
Cambressiano, seguace della Terra; Moritan invece è andato alla Cittadella, ma poi è diventato ateo:
non sosterrebbe mai il Dominio, ma non gli importa molto neppure dell'Arcipelago.»
«Quella tua amica, Palatine, ha un nome davvero insolito... che sono certa di aver sentito di
recente» osservò mia madre.
«Infatti lo hai sentito» replicai. «La stella nascente del partito repubblicano di Thetia era una
donna di ventuno anni che si chiamava Palatine Canteni. Si suppone che sia stata assassinata circa un
anno e mezzo fa.»
«Credi che si tratti di lei?»
«Non lo so» ammisi, rivolto in pari misura a me stesso e ai miei genitori.
«A quanto pare, è mia parente.»
«Tu sei di certo un Thetiano, ma più di questo non ti posso dire» concluse mio padre, alzandosi.
«Domani sera parleremo ancora della Cittadella, e di altre cose.»
Augurata la buona notte ai miei genitori, tornai nella mia vecchia stanza, nella torre d'angolo,
un piano più in alto rispetto alla sala di ricevimento; il mio bagaglio era stato lasciato là e avevo già
provveduto in precedenza a disfarlo, quindi ora sedetti sulla mia poltrona e indugiai a contemplare la
tempesta, pensando a ciò che mio padre aveva visto vent'anni prima.
Io non avevo riconosciuto il medaglione di Justiciar, ma sapevo cosa significasse; era il simbolo
della suprema autorità legale dell'impero, e ognuno di quei medaglioni veniva creato specificatamente
per un singolo individuo, per cui non potevano essere copiati o rubati. Ma perché un Cancelliere di
Thetia aveva dato la vita in una via di Tumar per proteggere un neonato? Chi ero, perché dovessi essere
protetto in quel modo dal Dominio?
Ero parente di Palatine, ma neppure Elnibal conosceva la mia identità effettiva... il che
significava che non c'era nessuno che potesse rivelarmela. Sperare di trovare una risposta in qualche
archivio mi sembrava improbabile, perché se quell'informazione fosse stata scritta, di certo qualcuno
sarebbe già venuto a cercarmi.
Mi sentivo spaventosamente deluso e desolato, perché incontrare Palatine aveva fatto crescere
le mie speranze, che adesso erano di nuovo state demolite. Ero certo che prima o poi sarei riuscito a
scoprire chi ero, perché Palatine poteva avere soltanto un numero limitato di cugini primi, ma per una
ricerca del genere ci sarebbero potuti volere degli anni.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
Il mattino successivo, la tempesta stava ancora infuriando, e dal momento che le due precedenti
si erano protratte per tre giorni pareva probabile che anche questa facesse altrettanto. Sebbene il
Dominio ne proibisse lo studio, tutti sapevano che le tempeste si presentavano in cicli, succedendosi
spesso numerose con la stessa potenza e durata, una dopo l'altra.
Approfittando del fatto che, con quel clima, nessuno dei consiglieri sarebbe stato tenuto
impegnato dai suoi nuovi progetti di costruzione, mio padre indisse una riunione del Consiglio, e dal
momento che si trattava di una sessione aperta al pubblico, io chiesi a Palatine e a Ravenna di assistervi
insieme a me, per vedere come funzionasse il governo di Lepidor; io stesso ero un membro del
Consiglio, anche se privo di voto, il che significava che potevo presenziare alle riunioni e dare il mio
parere, ma che non potevo prendere nessuna decisione.
Contrariamente al resto della città, la Sala del Consiglio, che si distingueva dalla Camera del
Consiglio, dove venivano tenute le riunioni segrete, non era cambiata quasi per niente, ed era sempre la
solita ampia sala del secondo piano, con il tetto a volta e le pareti coperte di arazzi, così come il
pavimento era sempre nascosto dalle stesse stuoie blu scuro. Io fui lieto che mio padre non le avesse
fatte sostituire, perché adoravo quel colore, così come mi piacevano l'elegante tavolo ovale del
Consiglio e le sedie che lo accompagnavano, tutti in lucido legno bianco.
Mio padre era seduto a un'estremità del tavolo, con la schiena rivolta alle alte finestre in fondo
alla sala, le cui tende erano attualmente chiuse per escludere la vista e il rumore della tempesta; Atek
occupava il posto alla sua sinistra, e il capo del Consiglio, Osman Tailiennus, sedeva alla sua destra;
Osman era capo del Consiglio da anni, e io non riuscivo a capirne il motivo, dato che pareva incapace
di prendere decisioni.
Io ero posizionato accanto ad Atek, e sapevo che questo era dovuto al fatto che sia lui sia mio
padre volevano tenermi sotto controllo durante le sessioni; prima della riunione, mio padre aveva
commentato che avrei avuto un posto con diritto di voto, non appena fossi diventato membro a pieno
titolo del Consiglio, e io ora stavo guardando con angoscia alla prospettiva di informarlo del fatto che
non avevo intenzione di rimanere a Lepidor.
Contando anche me, i consiglieri erano attualmente quattordici, fra cui il Mastro Portuale, Janus
Tortelen, l'Avarca Gaius Siana, Shihap e il ViceAmmiraglio Dalriadis, comandante della marina e dei
contingenti marittimi di Lepidor. Quello di vice-ammiraglio era il grado che lui deteneva in seno alla
Marina Imperiale, ma poiché da noi essa esisteva soltanto di nome, in effetti lui aveva tutti i poteri di
un ammiraglio a pieno titolo.
Al nostro arrivo, tutti i consiglieri erano già al loro posto, tranne Siana e Dalriadis, e la galleria
che si trovava dalla parte opposta della stanza rispetto al seggio di mio padre era piena solo a metà.
Dalla mia posizione potevo vedere mia madre, seduta al posto che le era riservato, e poi Palatine e
Ravenna, a qualche sedia di distanza; sollevando lo sguardo, feci in modo di intercettare il loro, e
Palatine mi sorrise con aria divertita, mentre Ravenna mi elargì uno dei suoi rari accenni di sorriso.
Vederle lassù mi aiutò a ritrovare una certa misura di calma, mentre mi chiedevo come mai non avessi
avuto paura di strisciare lungo un muro, sospeso sopra scogli aguzzi, e fossi invece così nervoso nel
presenziare alla mia prima, pacifica riunione del Consiglio, nella mia città, fra gente che conoscevo.
Dalriadis arrivò un momento più tardi, consegnando a un servo il mantello da pioggia blu scuro
e occupando il suo posto, accanto a me; quando mi vide, le sue labbra sottili s'incurvarono verso l'alto
agli angoli... il suo modo di darmi il benvenuto in seno al Consiglio. Io conoscevo piuttosto bene il
vice-ammiraglio, e lo trovavo simpatico, nonostante le dure lezioni che mi aveva impartito quando mi
insegnava l'arte della navigazione a bordo dell'unica manta di Lepidor, la Marduck. Sulla scia di quei
pensieri, mi chiesi se adesso avremmo avuto anche una manta nuova, grazie ai prossimi profitti della
miniera; il prezzo di quelle imbarcazioni continuava a crescere, a mano a mano che le scorte di legna
marina progressivamente diminuivano, ma una seconda manta avrebbe potuto comportare una
significativa differenza, se fossimo stati attaccati da numerosi pirati.
«Dov'è l'Avarca Siana?» domandò infine mio padre, battendo sul tavolo il martelletto di cui si
era munito. Quel logoro oggetto di mogano che contrastava nettamente con il candore immacolato del
tavolo e delle sedie mi pareva stranamente fuori luogo.
«L'ho visto un'ora fa» rispose Tortelen, mentre le chiacchiere provenienti dalla galleria si
spegnevano progressivamente. «Mi ha detto che stava venendo qui.»
Mio padre stava per replicare, quando le porte della sala si aprirono nuovamente per lasciar
passare Siana, che si appoggiava come sempre al suo bastone; in quell'anno, gli ultimi peli ancora grigi
della barba gli si erano fatti bianchi, ma a parte questo l'Avarca appariva uguale a com'era stato quando
era venuto ad accompagnare Sarhaddon al molo, diciotto mesi prima, anche se ormai doveva avere
circa settantatré anni.
«Chiedo scusa per il ritardo» disse, nel dirigersi zoppicando verso il suo seggio, su cui si adagiò
con lenta cautela. «È stato a causa di un consiglio giunto dalla Città Santa.»
Sarhaddon mi aveva spiegato che un consigno era una lettera con priorità assoluta proveniente
dal Primariato, e contenente di solito ordini urgenti.
«Ci è concesso conoscerne il contenuto?» domandò mio padre.
«Sono incaricato di informarne ufficialmente il Consiglio» rispose l'Avarca.
Annuendo, mio padre dichiarò allora aperta la seduta.
«Avarca» esordì, «il tuo annuncio è la prima voce all'ordine del giorno.»
«Signori, vi prego di perdonarmi se non mi alzo in piedi» cominciò Siana, in tono di scusa, poi
proseguì: «Il consigno conteneva ordini per la mia sostituzione. Il Primate Lachazzar ha deciso che i
lunghi e preziosi servizi da me resi qui a Lepidor meritano una promozione a un posto vacante di
Cancelliere presso lo ziggurat di Pharassa. Il mio successore, l'Avarca Midian, arriverà fra breve per il
passaggio delle consegne.»
Seguì un momento di silenzio, poi mio padre cominciò ad applaudire, dando il via a un'ondata
di applausi e di congratulazioni. E tuttavia... Siana che se ne andava? Lui era stato il nostro Avarca per
venticinque anni, fin dai tempi di mio nonno, e nessuno di noi si era aspettato che venisse sostituito,
almeno per qualche altro mese, quindi perché lo si stava promuovendo proprio adesso, per di più
spostandolo alla carica prestigiosa, ma priva di contenuti effettivi, di Cancelliere di ziggurat?
Inoltre, questo successore non lasciava presagire nulla di buono già a partire dal nome, in
quanto Midian era un nome halettita, mentre si supponeva che gli Avarchi di Oceanus dovessero essere
nativi del continente, non stranieri. Possibile che Midian fosse un fanatico cacciatore di eretici?
Dal momento che non potevo certo esprimere apertamente quei dubbi in pieno Consiglio,
preferii tacere, ben sapendo che ci sarebbe stato modo in seguito per discutere di cose del genere, e al
tempo stesso mi chiesi se poteva valere la pena di chiedere a Siana se sapeva qualcosa sul conto di
Midian, e che cosa.
«Ci dispiace che tu ci lasci, ma ti auguriamo ogni bene nello svolgimento del tuo nuovo
incarico» affermò infine mio padre.
Seguirono alcuni minuti di chiacchiere confuse, poi lui riuscì infine a ripristinare l'ordine e
tornò a rivolgersi a Siana.
«Quando arriverà il tuo successore?» domandò.
«Il suo trasporto ha lasciato Taneth quattro giorni fa, quindi sarà qui in meno di quindici
giorni.»
«In tal caso, terremo un banchetto in tuo onore all'inizio della prossima settimana, nel minimo
tempo concesso dai preparativi necessari. Temo sia una misera ricompensa per ventisette anni come
Avarca, ma i tuoi superiori si sono mossi troppo in fretta per permetterci di organizzare un commiato
adeguato.»
Passammo poi al primo argomento elencato nell'ordine del giorno, che riguardava le tariffe
portuali, ma io non riuscii a concentrarmi su quello che si stava dicendo. Probabilmente, avrei dovuto
aspettarmi una mossa del genere da parte del Dominio, perché Siana era un vecchio simpatico, non
particolarmente dotato, e perfetto come Avarca per il sonnolento, declinante avamposto che Lepidor
era stato; adesso però la città stava crescendo in fretta, avviata a diventare una delle più grandi a nord di
Pharassa, quindi era logico che il Primate avesse bisogno di installarvi un Avarca più carismatico... e
senza dubbio più zelante, forse addirittura un carrierista, che avrebbe visto nell'Avarcato soltanto un
gradino per arrivare all'Esarcato, e di lì, poi, alla carica di Primate.
Se inoltre, come temevo, questo Midian era un protetto di Lachazzar, ciò significava che noi
tutti eravamo in grave pericolo, soprattutto io e Ravenna... e per la prima volta scoprii di essere più
preoccupato per Ravenna che per me stesso.
L'ordine del giorno venne smaltito in fretta, almeno per la maggior parte dei punti che lo
componevano. Prima della sessione, Atek mi aveva detto che l'ultima voce era la più importante, in
quanto si trattava di una proposta, avanzata da una delle fazioni del Consiglio, di richiedere che il
contratto di Hamilcar venisse annullato se soltanto un singolo carico fosse andato perduto. Questo
faceva supporre che a Lepidor ci fosse un gruppo contrario al Casato Barca e alla scelta fatta da mio
padre... cosa mai potevano saperne, quegli stolti?... che voleva assicurarsi un'alleanza con un Casato
più importante il più in fretta possibile. Evidentemente, il denaro di Foryth era già all'opera, proprio
come aveva detto Palatine.
Il portavoce di quella fazione era Mezentus, un mercante dai lineamenti aquilini che gestiva il
commercio delle spezie a Lepidor, e la seconda voce del gruppo era Haaluk, il sovrintendente delle
miniere; strano, che dopo tutto questo tempo non fosse ancora tornato in patria.
«Il Casato Barca ha già subito due attacchi da parte dei pirati, Sire, e il secondo non è andato a
segno soltanto per un cieco capriccio della sorte. Considerate quante cose dipendono dal prossimo
carico, vogliamo davvero rischiare la rovina? Lepidor finirà sommersa dai debiti se un carico mancherà
di arrivare a destinazione, ma una seconda consegna perduta per colpa dei pirati segnerebbe la nostra
rovina, oltre a quella del Casato Barca.»
«Gli attacchi dei pirati sono stati organizzati per costringerci a fare esattamente questo» ribatté
mio padre. «Con il denaro che ricava dai carichi, il Casato Barca sarà in grado di perfezionare le sue
difese, magari di acquistare nuove navi. Possiamo guadagnare di più dallo stabilire una relazione a
lungo termine basata sulla fiducia che dal cambiare Casato al primo segnale di difficoltà.»
«La fiducia non ci aiuterà, se finiremo in bancarotta!» intervenne Haaluk, in tono bellicoso.
«Provvederà la Marduk a evitarci di finire in bancarotta» ribatté Dalriadis. «Nei suoi prossimi
viaggi, la Fenicia navigherà sotto scorta.»
«In questo modo dovremo privare Lepidor delle sue difese per proteggere i nostri carichi»
protestò Mezentus. «Non è questo il modo di procedere.»
«Le difese di Lepidor sono del tutto adeguate» dichiarò l'ammiraglio, in tono asciutto, «al
contrario delle persone che stiamo difendendo.»
Elnibal intervenne a rimproverarlo per quel commento, anche se io ebbi l'impressione che fosse
mosso più che altro da un'esigenza formale e non effettiva, e Mezentus scoccò all'ammiraglio
un'occhiata rovente.
«Non intendevo criticare nessuno in modo particolare» dichiarò intanto Dalriadis, in tono
innocente, allargando le mani a includere il resto della sala.
«Bene» approvò Shihap. «In ogni caso, chi dice che quelle difese servano a proteggere le
persone? Lasciate perdere la gente e pensate a tutto il povero denaro indifeso presente in questa città.
Noi possiamo difenderci...»
«Come, Shihap?» lo interruppe Dalriadis. «Rotolandoci sui pirati?» Shihap reagì con un bonario
sogghigno; del resto, tutti sapevamo che il suo peso non lo preoccupava minimamente e che non gli
seccava che lo si prendesse in giro per la sua mole.
«... ma cosa mi dici delle monete?» concluse.
«Che se ne staranno chiuse nella tua cassaforte, difese da fortificazioni più salde di quelle della
Città Santa.»
«Signori, questa è una riunione del Consiglio seria» intervenne di nuovo mio padre, in tono di
rimprovero; gli altri però stavano sorridendo tutti in maniera tale da indurmi a sospettare che Dalriadis
e Shihap, che secondo Atek erano entrambi fermi sostenitori di Hamilcar, avessero pianificato in
anticipo quella messa in scena.
Solo Mezentus stava ribollendo di rabbia, seccato dal modo in cui l'attenzione generale era stata
distolta dalla sua proposta.
«Esigo una votazione» disse, e io mi chiesi se quella fosse una mossa saggia, da parte sua: non
stava infatti rischiando di esporre troppo presto i limiti del supporto di cui godeva?
Dalla votazione risultò però che i suoi sostenitori erano più numerosi di quanto avessi creduto,
dato che la mozione venne respinta per otto voti contro cinque. Possibile che quella fosse opera di
Foryth, o che ci fossero altre sottotrame che io ignoravo? Il sostituto di Siana costituiva senza dubbio
un fattore ignoto: se si fosse ripresentato in futuro un problema del genere, chi poteva sapere da che
parte si sarebbe schierato? E a Mezentus bastavano altri due soli voti per avere la maggioranza.
D'altro canto, considerato che mio padre poteva porre il veto a qualsiasi decisione approvata
con meno di dieci voti favorevoli, il rischio che correvamo era meno grave di quanto potesse sembrare.
Dopo la votazione, mio padre dichiarò chiusa la sessione, durante la quale io non avevo detto
una sola parola, soprattutto perché non sapevo nulla riguardo alla maggior parte delle voci in esame...
anzi, non conoscevo neppure il nome di alcune delle strade e delle attività che erano state menzionate, e
in un certo senso avevo quasi l'impressione che quella non fosse più la mia casa. Prima di partire, ero
stato al corrente di tutto quello che succedeva, ma adesso pareva che ci fossero molte cose che ignoravo
completamente.
Nella galleria, il pubblico si alzò e cominciò a defluire fra un mormorio di chiacchiere, tranne
Palatine e Ravenna, che scesero invece nella sala. Io andai loro incontro, allontanandomi dagli altri
consiglieri che si stavano disperdendo a gruppetti. Mezentus era ancora intento a scoccare occhiate
roventi in direzione di Dalriadis, che nell'avviarsi per uscire dalla sala fece un commento
particolarmente sarcastico, strappando una risata a numerose persone.
«Molto istruttivo» fu il commento di Palatine. «Il vostro ammiraglio è molto abile a distrarre la
gente.»
«Riuscite mai a combinare qualcosa di concreto, oppure quei due sabotano ogni proposta che
non apprezzano, trasformando la sessione del Consiglio in una farsa?» domandò Ravenna.
«Ricordo di averli già visti fare cose del genere in passato» replicai.
«Fin da quando avevo quindici anni, ho dovuto assistere dalla galleria a tutte le riunioni
pubbliche, in modo che fossi informato di quello che succedeva, ma in passato si è sempre trattato di
cose meno importanti. Quei due erano soliti discutere all'infinito di piccole modifiche alle tariffe, con
Mezentus che faceva da terza voce, ma oggi non è stata la stessa cosa... è come se lui credesse in quello
che dice.»
Il comportamento di Mezentus mi aveva lasciato addosso un senso di disagio; in passato, lui e
Shihap erano stati sempre amichevoli rivali, ma le loro dispute non erano mai andate al di là della
Camera del Consiglio, o dei libri contabili. Adesso, però, Mezentus aveva messo insieme questa sua
piccola fazione, e dall'espressione dei suoi occhi era chiaro che non si sarebbe più fermato a offrire da
bere a Shihap in qualche bar.
«È tutto cambiato, vero?» osservò Ravenna, mostrando la sua solita, sconcertante capacità di
cogliere i miei pensieri; ogni volta, mi forniva qualche utile consiglio, ma ciò non toglieva che io mi
risentissi lo stesso del modo in cui lei sembrava sempre sapere ciò che pensavo, perché non potevo
evitare di domandarmi come facesse ad avere quella percettività, e se per caso non mi leggesse nella
mente. «Sei tornato, e nulla è più uguale, o altrettanto sereno e cordiale, come era prima.»
Palatine interloquì appena in tempo per impedirmi di rispondere con la prima cosa che mi era
venuta in mente, tutt'altro che cortese.
«Non si sono rivoltati contro tuo padre, Cathan, e neppure contro Lepidor» affermò. «Mezentus
e i suoi seguaci vogliono comunque il meglio per la tua città e per la tua famiglia... una cosa che
neppure Foryth potrà modificare. È Hamilcar che non va loro a genio.»
«Però questa è un'altra cosa che è cambiata» protestai. «A quanto pare, tutti lo hanno accolto a
braccia aperte quando è venuto a prendere il primo carico, mentre adesso vogliono rompere il contratto
alla prima occasione. Mezentus si è sempre vantato di essere un uomo di parola, e ora vuole disonorare
tutta la sua città.»
«Solo per poter guadagnare di più. È solo stato mal consigliato» ribatté Palatine. «Per quanto
questa città possa essere cambiata, il Consiglio è ancora unito nel sostenere tuo padre. Questa è una
cosa che il ferro non ha modificato.»
«Ma lo farà? Se in questo tempo Mezentus è cambiato così tanto, chi può dire quanto ancora
potrà cambiare?»
Notando alcune persone che gironzolavano in maniera poco convincente a qualche metro di
distanza da noi, accompagnai Palatine e Ravenna fuori della Sala del Consiglio, passando per una porta
che la collegava al cortile del Palazzo e pilotandole poi verso una delle stanze del piano superiore
dell'ala occidentale, che avevo fatto arredare in modo che costituisse un rifugio privato, un posto dove
poter stare tranquillo, oltre alla mia stanza. La camera era piuttosto piccola e decisamente buia anche
quando c'era il sole, ma il suo enorme vantaggio era quello di possedere un camino, un residuo dei
tempi andati che mancava nei miei alloggi, che essendo in un'ala più nuova beneficiavano del
riscaldamento a pareti. Certo, il camino era alquanto primitivo, ma durante le tempeste offriva molto
più calore e intimità.
La stanza era immersa in una penombra quasi assoluta, ma io la conoscevo come le mie tasche,
quindi impiegai pochi secondi ad accendere i ceppi di legna marina secchi che erano già pronti nel
camino, mentre Palatine accendeva le luci, dotate di paralume per fornire un chiarore più soffuso e
accogliente.
«Qui sapete cosa sono le comodità domestiche» commentò, lasciandosi cadere su uno dei divani
coperti di stuoie posti davanti al camino.
Per mio ordine, le squallide pareti imbiancate a calce erano state coperte di arazzi, rendendo
gradevole quella camera, che prima era stata meno accogliente di un impiegato tanethano.
«Credo che tutto questo sia alquanto sospetto» continuò Palatine, in tono riflessivo, dopo che io
e Ravenna ci fummo seduti sull'altro divano, di fronte a lei.
Notando il modo in cui continuava a fissare le fiamme, quasi affascinata, mi chiesi se prima di
allora avesse mai visto un fuoco acceso all'interno di un edificio, considerato che in Thetia la
temperatura doveva essere troppo elevata per aver bisogno di camini. Peraltro, anche da noi era raro
che si accendesse il fuoco, perché la legna da ardere scarseggiava; la mia era ciò che era rimasto dopo
che il nucleo del motore della Marduk era stato ripulito, perché nessuno era tanto ricco da potersi
permettere di acquistare legna marina per il camino.
«In che senso?» domandò Ravenna, slegando la fascia che le tratteneva i capelli e sciogliendoli
con una scrollata del capo; essi le ricaddero sulle spalle in modo strano, come se stessero cercando di
arricciarsi, e nel guardarla ricordai ancora una volta l'altra faccia dei miei sentimenti nei suoi confronti,
perché mi sentissi così in colpa nel diffidare di lei e perché mi risentissi del modo in cui Hamilcar e
Palatine la trattavano.
«Qui sono coinvolti due gruppi di persone. Il Casato Foryth vuole il contratto del ferro, quindi
sta cercando di corrompere il Consiglio e di sabotare Hamilcar: questo è l'aspetto ovvio, dotato di una
motivazione che noi possiamo vedere. Ma intanto, cosa sta facendo il Dominio?» replicò Palatine,
protendendosi in avanti e gesticolando per dare maggiore enfasi alle proprie parole, come era sua
abitudine. «Ha rimpiazzato l'Avarca, anche se era prossimo a ritirarsi comunque dalla carica, e gli ha
assegnato un posto prestigioso ma vuoto di significato, a Pharassa. Perché lo ha fatto? Avrebbero
potuto aspettare, per poi dargli un'assegnazione meno importante, dato che Lachazzar non è tipo da
elargire onori senza un motivo valido.»
«È possibile che il Dominio voglia esercitare su di noi un controllo maggiore?» suggerii.
«In tal caso, perché non aspettare qualche mese, e assegnare intanto a questo Midian una
posizione vicaria? Perché mandarlo qui proprio ora, e con tanta fretta?»
«Forse» interloquì Ravenna, con lo sguardo perso in lontananza, allontanandosi una ciocca di
capelli dagli occhi, «si tratta di un'altra lotta intestina, che non ha nulla a che vedere con Lepidor. Può
darsi che Lachazzar voglia promuovere Midian con la massima rapidità, e che abbia bisogno di fargli
fare un paio di anni come Avarca prima di innalzarlo alla carica di Esarca, o magari lo sta inviando qui
per toglierlo di mezzo. Mi dispiace, non posso aiutarvi maggiormente, perché non ho più saputo nulla
da Etlae.»
«Loro non ci rimettono niente nell'assegnare a Siana quella vuota carica di Cancelliere»
osservai. «Postazioni del genere, prestigiose ma prive di importanza, abbondano sempre, e ricordo di
aver sentito dire a Sarhaddon che arrivano perfino a inventarne di nuove, se ce n'è bisogno.»
«Ma perché non aspettare, anche se non ci rimettono nulla?» insistette Palatine. «Ci sono circa
trecento Avarcati, quindi senza dubbio entro un mese o due se ne sarebbe liberato qualche altro. No,
questa non è una semplice manovra di carriera... c'è dietro qualcosa, ne sono certa.»
«Chiederò a Siana cosa sa sul conto di Midian» proposi. «Lui era uno dei miei tutori, quindi lo
conosco piuttosto bene, e comunque avevo già intenzione di andare a trovarlo. Penso però sia meglio
che vada da solo, perché non ha mai incontrato nessuna di voi due e la vostra presenza rischierebbe di
complicare le cose.»
Quella sera stessa, avvolto in un pesante mantello da pioggia, mi avviai per le strade ventose e
fradice diretto al Tempio, che sorgeva a poca distanza dal Palazzo.
Quello che stavo facendo non aveva nulla di sospetto, anche se questo non mi sarebbe stato di
nessun aiuto, nel caso che si fosse venuto a sapere il motivo della mia visita. Arrivato al Tempio, dissi
al cordiale prete in servizio a quell'ora che ero venuto a porgere i miei omaggi dopo un'assenza tanto
prolungata, e lui mi accompagnò subito su per la familiare rampa di scale che portava all'ufficio di
Siana.
Anche in passato, l'Avarca non era mai stato incline all'ascetismo, e a mano a mano che i
reumatismi e l'artrite si erano fatti sentire sempre di più, gli arredi del suo ufficio erano andati
facendosi più comodi e confortevoli. Adesso c'erano cuscini su ogni sedile, il fuoco era perennemente
acceso ogni volta che non c'era il sole e un morbido tappeto copriva interamente il pavimento; spesso,
mi chiedevo dove il Dominio trovasse i soldi per simili lussi.
Lungo una parete correva una mensola su cui erano disposte antiche sculture, che io conoscevo
in ogni dettaglio per via delle lunghe ore trascorse a contemplarle nel corso delle lezioni di teologia che
Siana mi impartiva e che sopportavo a fatica. Infatti non mi ero mai interessato alla metafisica, e
concentrarmi a lungo sulle sue parole mi riusciva impossibile.
«Entra, Cathan» invitò una voce, che scaturiva da una poltrona elegantemente intagliata, vicino
al fuoco.
Con i piedi che sprofondavano nel tappeto, attraversai la stanza fino al punto in cui Siana era
seduto, poi mi inginocchiai davanti a lui per ricevere la sua benedizione chiedendomi, mentre lo
facevo, che significato potesse ancora avere un simile gesto.
«Siediti» mi invitò l'Avarca, una volta impartita la benedizione, indicandomi una poltrona
leggermente meno decorata e con meno cuscini, posta di fronte alla sua, poi aggiunse: «Sei cambiato,
Cathan, molto cambiato. Da quando sei tornato, non ho ancora avuto modo di scambiare con te neppure
due parole, e tuttavia vedo che non sei la stessa persona a cui ero solito dare lezioni.»
Seduto in poltrona, con le mani nodose sui braccioli e lo sguardo degli occhi infossati fisso sul
mio viso, lui appariva ancora più vecchio e fragile di quanto mi fosse parso quella mattina, tanto che mi
chiesi se fosse malato.
«Sono stato a Taneth, e nell'Arcipelago. Questo è sufficiente a cambiare chiunque» risposi,
scegliendo con cura le parole, per paura di sembrare troppo prolisso. Per quanto lo conoscessi bene,
quell'uomo era pur sempre un Avarca, membro della gerarchia del Dominio, il nostro nemico, e tuttavia
mi riusciva difficile pensare che potesse esistere qualsiasi collegamento fra Siana e Lachazzar.
«Sarhaddon ti ha scortato sano e salvo fino a Taneth?» domandò l'Avarca.
«Sì, e si è rivelato un compagno di viaggio molto piacevole.»
«Non ho più avuto sue notizie da quando è partito» osservò Siana, con un sorriso. «Spero abbia
trovato un protettore potente che lo aiuti a scalare i primi gradini dell'ascesa gerarchica.»
«Non sembrava interessato a salire di grado... non seriamente, almeno.»
«Non lo era, ma credo che una volta arrivato alla Città Santa abbia cambiato idea. Essa offre
molte opportunità a coloro che sono abbastanza astuti da vederle, e Sarhaddon era molto intelligente.
Chi può dirlo, magari quando tu sarai conte qui, Sarhaddon potrebbe tornare come Avarca. Entro pochi
anni, Lepidor diventerà una postazione importante.»
«Cosa mi puoi dire di questo Midian che ci stanno mandando?» domandai, ritenendo che quel
momento fosse buono quanto qualsiasi altro. «È un carrierista?»
Per un istante, mi parve di vedere Siana incupirsi in volto, ma non potei esserne sicuro a causa
della luce incerta del fuoco.
«Midian è un protetto di Lachazzar» rispose infine, scandendo le parole.
«Appartiene a una delle più antiche famiglie halettite, suo fratello maggiore è uno dei generali
di Reglath Eshar, e un altro fratello è un Avarca anziano. Inoltre, è un Sacro. Sarhaddon ti avrà parlato
della politica del Dominio, e di come sia instabile la posizione di chiunque, ma a giudicare da come sta
procedendo la sua carriera, Midian indosserà le vesti di Esarca prima di arrivare alla quarantina.»
Io mi sentii venire meno, e mi sforzai disperatamente di non lasciar trapelare il mio senso di
shock: non avremmo potuto trovarci in mani peggiori neppure se lo stesso Lachazzar fosse venuto da
noi come Avarca. Ancora una volta, Palatine aveva avuto ragione: stavano trasferendo Siana per far
posto a un fanatico maniaco religioso.
«Vedo che l'idea non ti piace» sospirò intanto Siana, con un asciutto sorriso, «e non ti posso
biasimare. Midian è una di quelle persone che credono nel potere assoluto del Dominio, in quella che
definiscono la suremazia spirituale. Per lui, il Dominio ha la missione divina di governare... non solo
sulle anime, ma anche sugli stati. Se tuo padre sa di eretici che vivono in città, e che sta ignorando per
quieto vivere, farebbe bene ad avvertirli di andarsene prima dell'arrivo di Midian. Fra non molto, sulla
piazza volteggeranno gli avvoltoi.»
Quelle parole mi spaventarono a tal punto che dovetti sbiancare in volto: non era soltanto
Lepidor a essere in pericolo, erano a rischio anche la mia vita, quella dei miei genitori, di Palatine e di
Ravenna. Nello spazio di pochi istanti, l'eresia aveva cessato di essere un'idea, qualcosa a cui potevamo
giocare stando al sicuro su un'isola, lontana migliaia di chilometri da qualsiasi posto, e si era
trasformata in qualcosa che avrebbe potuto uccidermi entro l'anno.
«Cathan, ti senti bene?» domandò Siana.
Io mi sforzai di ricompormi come meglio potevo, e cercai di apparire indifferente.
«Sì, sto benissimo. Sai, non ho mai capito come abbia fatto Lachazzar a essere eletto Primate»
replicai, cercando di distogliere la sua attenzione.
«Secondo Sarhaddon, lui era considerato parte della frangia più folle, era una sorta di fuoricasta
all'interno della Città Santa, per cui il moderato che fosse stato eletto come nuovo Primate lo avrebbe
certo spedito a convertire i Ralentiani, assegnandogli un centinaio di Sacri. Non era neppure
SottoPrimate, quindi come hanno potuto eleggerlo?»
Siana mi scoccò un'occhiata astuta, da cui capii che aveva intuito la mia manovra; poi, mentre
mi chiedevo se ne avesse compreso anche il motivo, rispose alla mia domanda.
«Non divulgare quello che sto per dirti, in quanto si tratta di informazioni riservate» replicò.
«Anzi, è qualcosa che non dovrei dire a nessuno, ma è giusto che ne parli a te, perché il tuo clan dovrà
subire la presenza di Midian mentre io finirò i miei giorni a Pharassa.
«Fin quasi alla fine, quando mancavano ancora pochi giorni alla morte di Halezziah e
all'elezione, il successore più ovvio è parso a tutti il Secondo Primate, Kareshurban. Lui è forse un po'
più conservatore di quanto lo fosse Halezziah, ma era comunque la persona più adatta a governare per
qualche anno, lasciando che le cose procedessero tranquillamente e senza introdurre riforme radicali;
dopo tutto, ha sessantotto anni, non vivrà ancora a lungo e fra non molto sarebbe giunto il turno di
qualcun altro.
«Circa quindici giorni prima della morte di Halezziah, i Sacri hanno scoperto un nido di eretici
nel palazzo di uno degli Avarchi residenti più liberali, insieme a una riserva di armi e ad alcuni piani
rivoluzionari. Immediatamente, Lachazzar ha assunto il comando dell'operazione di pulizia della Città
Santa, processando e arrestando quell'Avarca, insieme a chiunque altro apparisse anche remotamente
sospetto. Poiché è parso che gli eretici per poco non siano riusciti ad abbattere il Dominio, Lachazzar è
uscito da questa vicenda con un'aura di eroe, poi ha utilizzato i notevoli contingenti di truppe affluiti in
città per "persuadere" il Consiglio degli Esarchi a votare per lui.»
«Vuoi dire che li ha costretti a eleggerlo?»
«Proprio così» confermò Siana, che sembrava molto stanco, stringendosi maggiormente nella
veste e dando l'impressione di contrarsi su se stesso.
«Molti esponenti anziani della gerarchia se ne sono andati, rimpiazzati da Sacri e da fanatici, e
adesso il Dominio non è più quello che era cinque anni fa. Ci sono fondamentalisti ovunque, e la fede
di tutti, perfino delle persone più devote, viene messa in discussione.»
«Per quanto tempo credi che Midian rimarrà qui?» domandai.
«Dipende da molte cose: se lui conserverà una posizione di favore, se Lachazzar resterà vivo...
Se però Lachazzar continuerà a vivere, entro un paio d'anni Midian dovrebbe essere promosso alla
carica di generale dei Sacri o a quella di Esarca.»
Due anni, per almeno due anni avremmo avuto questo lupo famelico impegnato a divorare il
cuore di Lepidor, per due anni mio padre avrebbe dovuto controllare ogni mossa che faceva. E poi c'era
Jerian... cosa ne sarebbe stato di lui, se Midian avesse insistito per incaricarsi della sua istruzione,
com'era del resto suo diritto fare? Il mio fratello adottivo sarebbe stato corrotto dalla sua influenza?
Siana spostò poi la conversazione su argomenti meno gravosi, come per esempio che cosa
avessi fatto nei miei diciotto mesi di assenza. Come facevo con chiunque mi rivolgesse quella
domanda, risposi che mi ero sottoposto al genere di addestramento necessario a chiunque rivestisse la
mia posizione, imparando a combattere, a pilotare una manta e a usare la strategia, evitando soltanto di
specificare che lo avevo fatto alla Cittadella. L'Avarca volle poi sapere anche cosa ne pensassi di
Taneth, perché non vi si era più recato da anni e il ricordo che ne conservava cominciava a sbiadire,
motivo per cui mi chiese di descrivergli com'era adesso la città.
Circa mezz'ora più tardi, annunciò che voleva andare a riposare, e che era tempo che io mi
congedassi.
«Aspetta un momento, Cathan» aggiunse però, in tono imperioso, mentre già io mi alzavo per
andarmene. Chiedendomi che altro potesse volere, mi rimisi a sedere, e lui proseguì: «Ho visto
l'espressione che ti è apparsa sul volto quando ti ho parlato di Midian, e non intendo chiederti perché
hai avuto tanta paura di lui. Però voglio dirti questo.
«I membri del Dominio sono agenti di Ranthas su Aquasilva, noi agiamo da mediatori fra Lui e
l'umanità, e proteggiamo l'umanità dalle tempeste più violente che si scatenano sul nostro mondo. La
maggior parte di ciò che facciamo, il lavoro fondamentale del Dominio, non ha nulla a che vedere con
la Città Santa, la Gerarchia o altre cose del genere. Indipendentemente dal fatto che tu creda o meno
nell'anima, la maggior parte delle persone ci crede, e noi siamo i soli che possono gestire le questioni
inerenti all'anima.
«Voglio che tu ricordi che Midian e i suoi macellai non sono la vera faccia del Dominio, che
questa caccia spietata a quanti non si conformano alla nostra fede non è il nostro scopo effettivo. Le
eresie sono insorte perché i nostri fondatori non hanno lasciato spazio per il compromesso. Sono certo
che hai letto l'Historia... sarebbe insolito che non l'avessi fatto, dal momento che è una lettura riservata
a tutti i futuri governanti. Ciò che il Dominio rappresenta è l'unione: niente più guerre religiose o
dispute fra diverse confessioni, ma una sola forza che, nonostante le sue pecche, faccia da guida e vegli
sul mondo. Midian morirà, Lachazzar morirà, ed entro un paio di decenni questo movimento
estremistico sarà stato dimenticato. Qui, tu sei cresciuto vedendo un modello che tutti i custodi di un
Tempio dovrebbero adottare: non permettere a te stesso di dimenticarlo, qualsiasi cosa Midian possa
fare.
«Buona notte, Cathan» concluse poi, appoggiandosi allo schienale della poltrona e chiudendo
gli occhi.
In silenzio, io mi alzai e lasciai la stanza senza fare rumore.
Dabbasso, recuperai il mantello e tornai immediatamente al Palazzo, per chiedere a mio padre
se io e le mie amiche saremmo potuti partire con la prossima manta.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
«No» ribadì mio padre.
Io lo fissai con incredulità; seduto alla sua scrivania, nell'Ufficio del Conte, con le carte sparse
davanti a sé, quella sera Elnibal appariva stanco, ed era stato sul punto di andare a letto quando avevo
fatto irruzione per riferirgli le notizie che Siana mi aveva fornito sul conto di Midian.
«Se riparti dopo appena due giorni, al suo arrivo Midian comincerà a fare domande sul tuo
conto. Il Dominio è convinto che ogni cosa lo riguardi, e noi non possiamo dare a quella gente il
minimo pretesto per iniziare a indagare su Lepidor... o forse preferiresti vedere metà della popolazione
arsa sul rogo?»
«In tal caso, cosa si suppone che facciamo?» protestai. «Aspettiamo che gli inquisitori di
Midian comincino a sondare il terreno? Per quel che ne sappiamo, lui potrebbe essere anche un mago.»
«Questo è estremamente improbabile» replicò mio padre, appoggiandosi allo schienale della
sedia e massaggiandosi gli occhi. «Cathan, io devo rimanere qui comunque, quindi mi troverò in
pericolo tanto quanto te. In secondo luogo, Midian non partirà dal presupposto che siamo eretici; certo,
comincerà a dare la caccia agli eretici, ma non dentro il Palazzo. I membri del Dominio devono
disporre di prove inattaccabili prima di poter anche solo arrestare uno di noi, e sono convinti di avere
nell'aristocrazia i loro più saldi sostenitori... quelle che li preoccupano sono le classi inferiori,
soprattutto i mercanti.»
In effetti, anch'io sapevo che l'aristocrazia era solita appoggiare il Dominio perché esso aiutava i
capi dei clan a tenere tutti sotto controllo... un vero e proprio atto di stupidità da parte dei nobili.
«Quando partirò, che spiegazione potrò dargli?» domandai.
«Dov'è questo posto a cui continui ad alludere?» controbatté mio padre, con una nota d'ira nella
voce. «Da come parli, sembra che avessi comunque deciso di andartene.»
Io imprecai silenziosamente contro me stesso, perché non era stata mia intenzione affrontare
quell'argomento, non per adesso, almeno.
«Dobbiamo trovare conferma alla storia di Palatine, perché se lei ha ragione, allora anch'io
potrei riuscire a scoprire chi sono.»
L'ira di mio padre si dissolse, e lui si alzò dalla scrivania, segnalandomi di seguirlo nel salotto
adiacente all'ufficio e di chiudere la porta.
«Siediti, Cathan, e dimmi esattamente che cosa è successo alla Cittadella» ordinò poi.
«È una lunga storia» protestai.
«Soltanto le parti relative alla magia.»
Io gli riferii quasi tutto ciò che riguardava la magia, e le supposte origini di Palatine, partendo
dal test di magia alla fine del primo mese di permanenza alla Cittadella per arrivare alla conversazione
della notte precedente; tutto, tranne i miei sentimenti... e i miei dubbi... riguardanti Ravenna. Per tutto il
tempo, mio padre mi ascoltò in silenzio, interrompendomi soltanto un paio di volte per chiarire qualche
punto, un comportamento che ebbe l'effetto di innervosirmi.
«Dunque ritieni... o almeno lo ritiene Palatine... che siate entrambi imparentati con i
Tar'Conantur» commentò, quando ebbi finito.
Io annuii in segno di assenso.
«Quanto sai di quello che è successo in Thetia negli ultimi anni?»
«Non molto, solo poche cose riguardanti Orosius e suo padre.»
«L'Imperatore Perseus II, che è morto circa tre anni fa, era un uomo debole, che non sarebbe
mai dovuto diventare imperatore, e che è salito al trono soltanto perché il fratello maggiore ha perso la
vita in un naufragio e suo padre è morto per lo shock quando ha appreso la notizia. Perseus non è mai
stato un buon sovrano, perché era troppo debole e facile da pilotare; certo, aveva un notevole senso
artistico, ma non è qualità che possa servire molto, in un imperatore.»
Quale che fosse il punto a cui voleva arrivare, Elnibal stava prendendo una via molto indiretta
per raggiungerlo; spazientito, accennai a dire qualcosa, ma lui mi prevenne, sollevando una mano per
ingiungermi di tacere.
«Sotto Perseus, l'impero ha perso il controllo di tutti i possedimenti esterni a Thetia stesso, con
l'eccezione di poche isole, in quanto la nazione era virtualmente guidata dall'Esarca, che trattava
l'imperatore come poco più che una marionetta. A quanto mi hanno detto, somme esorbitanti di denaro
sono svanite dalla tesoreria, e l'Esarca è arrivato al punto di combinare per Perseus un matrimonio con
una ragazza di uno dei clan più importanti. Circa quindici giorni prima delle nozze, però, l'imperatore
ha conosciuto una donna di nome Aurelia e, almeno a quanto dicono tutti, se ne è innamorato a prima
vista.
«Per una volta nella sua vita, Perseus è riuscito a far valere allora la sua autorità di imperatore,
ordinando al suo cappellano personale di celebrare il suo matrimonio con Aurelia. Quando la cosa si è
risaputa, c'è stato un pubblico scandalo, perché nessuno sapeva da dove venisse Aurelia, a quale clan
appartenesse o chi fossero i suoi genitori. Furente, l'Esarca ha minacciato di scomunicare Perseus, ma
lui ha tenuto duro, e alla fine il Dominio si è arreso.
«Il motivo principale per cui l'imperatore ha potuto far valere la sua volontà è stato un uomo,
Rheinhardt Canteni, che ha raccolto a sostegno dell'imperatore i pochi clan veramente interessati a una
riforma, permettendo a Perseus di spuntarla grazie al suo supporto. Canteni si è poi anche fidanzato con
la sorella di Perseus, Neptunia, e in segno di gratitudine l'imperatore ha organizzato per loro un
matrimonio solenne.
«Entrambe le coppie hanno avuto dei figli, Rheinhardt una femmina, Palatine, e Perseus un
maschio, Orosius. All'epoca della nascita di Orosius, è stato scoperto un supposto complotto per
abbattere l'imperatore e creare una repubblica, complotto in cui è rimasto coinvolto anche il Cancelliere
Imperiale, che pare sia stato giustiziato. La scorsa notte ti ho spiegato perché questo non possa essere
vero, ma temo di non sapere cosa ci fosse dietro a tutta questa faccenda.»
A quel punto, ebbi l'impressione che mio padre mi stesse nascondendo qualcosa, ma non potei
esserne sicuro e preferii tacere, anche perché ancora non avevo capito dove lui volesse andare a parare.
«Sotto il patronato di Perseus, i riformisti si sono fatti sempre più forti e sono riusciti a
introdurre alcune nuove misure presso l'Assemblea Thetiana, per cercare di incoraggiare i clan a
smetterla di tenere feste e di ubriacarsi, per ricominciare invece a commerciare, e per qualche tempo è
parso che Thetia potesse riscuotersi dal suo orgiastico declino.
«Poi però Rheinhardt è morto, quasi certamente per avvelenamento. I membri del Dominio
sanno tutto sui veleni, e su ogni altro metodo per uccidere qualcuno con discrezione; al tempo stesso,
altri capi dei riformatori sono stati screditati o ridotti al silenzio con il ricatto, e per il movimento è stata
la fine.
«Quando Perseus è morto, pochi anni più tardi, sua moglie è stata costretta all'esilio dal
Dominio. Il figlio di Perseus, Orosius, aveva alcune qualità brillanti, ed era rispettato da quasi tutta
Thetia, in quanto pareva che lui avrebbe finalmente fornito quella sovranità forte che mancava da tanto
tempo.
«Le cose però non sono andate come tutti speravano. Orosius si è ammalato, e quando è guarito
si è trovato stretto saldamente in pugno dal Dominio... oltre a essere del tutto pazzo. Intanto la figlia di
Rheinhardt, Palatine, ha cominciato a propugnare la necessità di altre riforme, ed è riuscita ad assumere
il controllo del clan di suo padre; anche lei però è stata assassinata... o almeno così si suppone... alla
vigilia della presentazione davanti all'Assemblea di una proposta che, se fosse passata, avrebbe
virtualmente trasformato Thetia in una repubblica. Da allora, i riformatori si sono ritirati dietro le
quinte, Orosius sta dimostrando quanto possano essere profondamente malvagi i Tar'Conantur, e
l'intero Arcipelago è sotto l'assoluto controllo del Dominio.
«Il Dominio ha dominato Aquasilva per duecento anni, mantenendo continenti e città gli uni
alla gola degli altri, e inducendo i mercanti e gli aristocratici alla diffidenza reciproca; adesso gli odi
sono troppo radicati perché un continente possa mai aspirare al trono imperiale, in quanto tutti gli altri
interverrebbero in ogni modo per stroncare quel tentativo sul nascere. Thetia costituisce un'eccezione,
perché è rimasta completamente isolata.
«Attualmente, la maggior parte dell'aristocrazia sostiene il Dominio, perché nonostante le
decime esose che deve pagare, il Dominio la aiuta a tenere sotto controllo le altre classi sociali. Se
questa situazione dovesse cambiare, per qualsiasi motivo, e il Dominio dovesse perdere il proprio
ascendente sull'aristocrazia... o anche sulle classi mercantili... i Thetiani sarebbero il solo popolo che
tutti sarebbero pronti a seguire; ogni nazione avrebbe i propri interessi da perseguire, è ovvio, ma
nessuna di esse avrebbe l'impressione di asservirsi a un detestato nemico.
«Questo non accadrà mai finché Orosius sarà imperatore, ma se ciò che Palatine sostiene è vero,
voi due potreste diventare un punto focale di riscossa, non solo per Thetia ma anche per il resto del
mondo.»
«Senza dubbio, però, Midian collegherà le due Palatine» obiettai.
«Per quanto concerne tutti quanti, Palatine Canteni è morta. Se è un Halettita, Midian
disprezzerà comunque tutti i Thetiani e non si interesserà a lei; per maggiore sicurezza, le inventeremo
comunque una storia personale e delle origini. Sempre a titolo di precauzione, portami qualsiasi oggetto
che possa collegarti in qualche modo con la Cittadella, e io nasconderò ogni cosa in maniera tale che
gli uomini di Midian non riusciranno a trovarla neppure facendo a pezzi la città. Quanto al nome di
Palatine, è insolito, certo, ma lei non è l'unica a portarlo.»
«E Ravenna?» domandai, dubitando che potessimo riuscire a farcela, anche se in genere mio
padre riusciva sempre a risolvere problemi di questo tipo. Era un peccato che Moritan non ci fosse,
perché lui era un maestro dei travestimenti.
«Ravenna è Arcipelaghiana, come te, quindi potrei far passare entrambe le ragazze per due
lontane parenti» replicò Elnibal, battendosi distrattamente un dito su una guancia, come faceva di solito
quando era impegnato a riflettere. «Sì, potrebbe funzionare, ma è meglio che si tratti di una parentela
piuttosto remota, perché Midian dovrebbe essere cieco per non notare il modo in cui guardi Ravenna»
aggiunse, scoccandomi un sorriso divertito.
Io scelsi di ignorare quel commento, desiderando che la gente la smettesse di divertirsi tanto a
farmelo notare, perché mi rifiutavo di credere che i miei sentimenti fossero tanto palesi. Non ero ancora
certo della loro esatta natura, e ritenevo comunque che la cosa riguardasse soltanto me e Ravenna, e
nessun altro.
«Si tratterà di tenere duro solo per qualche mese» proseguì mio padre, tornando serio, «poi
potrò lasciarti partire per la destinazione che vorrai senza destare sospetti, perfino per Selerian Alastre,
per quanto io preferirei che non andassi là. Per il momento, però, mi servi qui, per aiutarmi a gestire la
città e a tenere a bada questo pazzo fanatico.»
«E se dovesse scoprirci?» insistetti, ancora incerto.
«Se pianificheremo le cose nel modo giusto, non lo farà, e senza disporre di Sacri, qui non potrà
arrestare nessuno di noi.»
Io desiderai di riuscire a provare la stessa sicurezza che trapelava dal tono di mio padre.
Il banchetto di commiato per l'Avarca Gaius Siana si tenne una settimana più tardi, il giorno
precedente a quello previsto per l'arrivo di Midian, che sarebbe coinciso con la partenza di Siana, a
bordo della nave con cui sarebbe giunto Midian. In ogni città, infatti, poteva esserci soltanto un Avarca,
quindi secondo le usanze del Dominio, il prelato uscente doveva partire il giorno stesso in cui il suo
successore veniva a occupare il suo posto.
Si trattava di un'occasione formale, l'addio della città al suo vecchio Avarca, quindi era richiesto
l'abbigliamento di gala, sia quella sera che il giorno successivo, per accogliere Midian, e io avevo
scoperto appena tre giorni prima che Palatine non aveva un abito adeguato, cosa peraltro prevedibile,
dal momento che in precedenza non gliene era mai servito uno. Mio padre mi disse allora di
accompagnarla immediatamente dal sarto di Lepidor, con l'ordine ufficiale di dare al suo vestito la
massima priorità.
Il sarto protestò, scoccandoci una serie di occhiate roventi e borbottando oscure imprecazioni
riguardo a clienti insoddisfatte e a un conseguente calo degli affari, ma sia pure con riluttanza
accompagnò Palatine nella sala delle prove per prenderle le misure. Seguì poi un'altra serie di proteste
relative al fatto che era impossibile preparare un vestito in appena tre giorni, senza neppure i
cartamodelli, e tutto un susseguirsi di lamentele su cosa avrebbero fatto sua moglie e i suoi quattro figli
se lui avesse trascurato gli altri clienti, finendo così per rovinarsi.
Fu necessario elevare il prezzo dell'abito del dieci per cento per riuscire a farlo acconsentire,
anche se sapevo che quel grasso sarto dalla faccia tonda viveva solo con la vecchia madre, non aveva
figli e spendeva nel bere quasi tutti i suoi guadagni; se non altro, lui non era cambiato molto, pur
avendo ampliato il negozio e il giro di affari.
Palatine optò per un tessuto verde... in quanto quello era il colore del Clan Canteni... e il sarto
promise di ultimare l'abito in tempo per il banchetto.
Palatine si mostrò dubbiosa sul fatto che il sarto riuscisse a tenere fede al suo impegno, ma il
vestito fu davvero pronto per la notte del banchetto, anche se io e lei dovemmo precipitarci a effettuare
l'ultima prova dieci minuti prima dell'inizio dell'intrattenimento, con la modista che per poco non ebbe
una crisi isterica nel sistemare gli ultimi bottoni.
Il banchetto, e il ricevimento che lo precedeva, erano stati organizzati nell'ala nuova del
Palazzo, con i muri pitturati di fresco che esalavano ancora nell'aria un tenue sentore di vernice; al
nostro arrivo, io rivolsi una rapida preghiera di ringraziamento alla Signora dei Venti, Althana, per
averci elargito una serata così bella, perché con tanti ospiti presenti nel salone avrebbe fatto caldo, e se
si fosse scatenata una tempesta, obbligandoci a chiudere porte e finestre, l'aria all'interno sarebbe
diventata soffocante.
L'uomo alla porta, uno dei servitori del Palazzo, ci lasciò oltrepassare l'ampia soglia squadrata
che dal cortile esterno dava accesso ai luminosi e affollati corridoi. Questi portavano a due grandi sale
dei ricevimenti, con il pavimento coperto dallo stesso tappeto blu presente nella Camera del Consiglio e
con un lucernario di vetro che correva lungo tutto il centro del tetto, per far entrare più luce di quanta
ne ammettessero le tre grandi finestre sulla parete occidentale.
I miei genitori erano già arrivati, e nel notare con sorpresa che Jerian era con loro, mi chiesi se
potevano essere certi che lui si comportasse bene in una situazione formale come quella.
La prima persona in cui ci imbattemmo fu Dalriadis, fermo a parlare con il primo ufficiale della
Marduk, entrambi in uniforme di gala della marina, azzurro scuro con treccia d'argento.
«Buona sera Palatine, Cathan» ci salutò, con un accenno di sorriso. «Il tuo vestito è splendido,
Palatine, sono stupefatto che il sarto sia riuscito ad allontanarsi dalla sua birra abbastanza a lungo da
cucirtelo.»
«La birra non è comunque andata sprecata» commentò il primo ufficiale, un uomo alto e curvo,
dalla barba ricciuta. «Al suo posto, l'ha bevuta tutta Haaluk.»
«Per annegare i suoi dolori» replicò Dalriadis. «Sta mettendo a buon frutto il denaro di Lord
Foryth.»
«Il mondo sarebbe un posto migliore se qualcuno annegasse Lord Foryth» commentai.
«Sono propenso a convenire con te. De! resto, mi pare che tu lo abbia conosciuto, giusto?»
«Non penso che "conosciuto" sia la parola più adatta.»
Insieme, ci avviammo fra la folla in abito di gala... in cui preponderavano le tonalità del rosso,
del blu o del verde scuro... per andar a cercare Ravenna; alla fine, la individuai vicino a una delle
finestre, dove stava finendo di parlare con il Mastro Portuale Tortelen; per l'occasione, aveva raccolto i
capelli nella stessa pettinatura che portava la prima volta che l'avevo vista, a bordo della Paklé, e
indossava un abito verde mare.
«Vedo che ce l'avete fatta» osservò lei, in tono grave. «Cathan, l'abito formale ti si addice.
Palatine, vedo che sei riuscita a trovare i colori di famiglia.»
«È una cosa che sarebbe meglio non far sapere in giro» osservò Palatine.
«Qui dentro, potresti anche proclamare di essere l'imperatore, e la sola reazione che otterresti
sarebbe di indurre qualche membro del Consiglio a venire a chiederti una raccomandazione di qualche
tipo» ribatté Ravenna, lanciando un'occhiata in direzione di Tortelen, che ora le dava le spalle e pareva
aver avviato un'accalorata conversazione con il primo ufficiale di Dalriadis.
«Che cosa voleva?» le chiesi.
«Che usassi la mia "influenza" presso di te per sapere cosa ne pensi davvero di Hamilcar.»
«Vuoi dire che stanno portando avanti i loro giochi di potere perfino qui?» esclamai, furente per
il modo in cui la politica stava facendo intrusione in un evento come quello.
Nel mondo esterno era forse normale che tutti gli affari venissero trattati nel corso di
ricevimenti del genere, ma Lepidor era sempre stata diversa, e da noi un ricevimento era sempre stato
soltanto questo, un avvenimento di società, almeno fino ad ora.
«Ricordo una cosa» affermò d'un tratto Palatine, inclinando leggermente il capo da un lato. «A
un funerale, mi è capitato di sentire un generale e un ministro che parlavano fra loro, non della persona
che era morta o del loro cordoglio per la sua perdita, ma di chi sarebbe stato il suo successore, e tutto
questo durante il servizio funebre, mentre l'Esarca recitava una preghiera. Per quanto non mi piaccia il
Dominio, quello era comunque un servizio funebre, non un raduno politico, e la cosa mi ha fatta
infuriare.»
Io la guardai con stupore, ma lei si limitò a scrollare le spalle, un movimento che aveva un
effetto piuttosto sconvolgente, con quel vestito aderente che aveva indosso.
«Riesco a ricordare soltanto qualche frammento slegato, qua e là» spiegò.
«Ricordi persone specifiche?»
«Soltanto immagini frammentarie. L'unico che ricordo bene è il mio tutore, perché era molto
alto. In ogni caso, questo non è il momento adatto a discorsi del genere. Che ne dite di goderci la
festa?»
«Andando a chiedere a tutti da che parte stanno?» domandai, sorpreso dalla mia stessa
amarezza. Che sorta di ritorno a casa era mai questo? Pareva che tutto stesse andando per il verso
sbagliato.
Di nuovo, Ravenna si girò a guardarmi, ma la sfumatura di comprensione che le traspariva dallo
sguardo si spense quasi subito, segno che doveva aver notato la mia reazione del giorno precedente;
invece di farmi sentire meglio, questo ebbe l'effetto di accentuare il senso di solitudine che mi
opprimeva.
Smettendo di parlare, ci avviammo verso mio padre e Siana, per far vedere che eravamo
arrivati, e lungo il tragitto Palatine riuscì in qualche modo a intercettare un cameriere e a procurarci da
bere, sebbene in giro non si vedessero servitori.
«Buona sera» ci salutò Siana, quando ci avvicinammo. Per l'occasione, l'anziano prete
indossava la veste rossa bordata in oro propria degli Avarchi, la sua migliore tenuta da cerimonia. Gli
intrecci dorati avrebbero dovuto essere soltanto una decorazione, senza rappresentare nessun oggetto o
simbolo che esulasse dalla religione, ma molto tempo prima lui mi aveva mostrato come in essi fosse
stata inserita la figura ripetuta di una foca, lo stemma di Lepidor. «Hai un aspetto splendido» aggiunse,
rivolto a Ravenna, con un sorriso sul volto segnato.
«Ti ringrazio» rispose lei, e io fui forse il solo a notare l'effetto che quella semplice cortesia
aveva avuto su di lei, in quanto erano poche le persone che le rivolgevano complimenti sinceri.
«Lo stesso vale per te, mia cara» proseguì Siana, all'indirizzo di Palatine, poi si soffermò a
osservarla meglio e per un istante io notai sul suo volto un'espressione perplessa... o forse era di
riconoscimento? Non riuscii a stabilirlo, ma l'istante successivo lui scosse appena il capo e
quell'espressione strana gli svanì dal viso, mentre si girava verso di me. «Per una volta, Cathan, cerca
di mangiare qualcosa» commentò. «Sei magro come uno scheletro, ed è evidente che hai patito la fame,
rimanendo per diciotto mesi lontano dall'eccellente cucina di Zephehat.»
Zephehat era il migliore cuoco del clan, migliore anche di molti cuochi di palazzo e di ziggurat
di cui avevo assaggiato la cucina nel corso del mio viaggio. Quel commento faceto era tipico di Siana,
rappresentava il suo modo di fare fronte agli eventi più importanti della vita; senza dubbio, Lepidor
avrebbe risentito della sua perdita, anche perché, a giudicare da come lo dipingevano, Midian pareva
una persona incapace perfino di capire che cosa fosse una battuta di spirito.
Un momento più tardi ci spostammo oltre per permettere a mio padre e all'Avarca di salutare
altri invitati, e io mi guardai intorno nella sala, sorseggiando il mio bicchiere di vino; vicino alla porta
della sala dei banchetti, Mezentus era impegnato in una conversazione piuttosto fitta con i capi di
alcuni Casati, e io attirai su di lui l'attenzione di Palatine.
«Vogliamo andare a dirgli quanto ci fa piacere vederlo?» suggerii.
«Non è il caso di mostrarsi troppo cordiali con quei capi di Casato» sorrise Palatine, «ma di
certo Mezentus non può fare propaganda con loro e parlare con noi nello stesso tempo.»
Ci dirigemmo quindi verso il gruppetto. Mezentus ci rivolgeva le spalle e non ci vide arrivare,
ma uno degli altri richiamò la sua attenzione su di noi con un cenno del capo e lui si girò subito a
salutarci con un sorriso insincero dipinto sulle labbra.
«Buona sera, esconte» mi salutò.
«Buona sera a te, Mezentus» risposi. «Permettimi di presentarti le mie lontane cugine, Palatine
e Ravenna.»
Per fortuna, una delle cugine di mio padre aveva sposato un membro di un Casato
Arcipelaghiano, quindi io avevo davvero dei cugini Arcipelaghiani, anche se Mezentus non poteva
sapere che non li avevo mai visti. Del resto, non potevo dire che la cosa mi dispiacesse, considerato che
loro vivevano nel Worldsend, che a detta di Persea era la zona più cupa a nord di Silvernia.
Con il nostro intervento, riuscimmo a infrangere la conversazione di Mezentus e a disperdere il
gruppetto dei suoi interlocutori; naturalmente, non pensavo che stessero complottando qualcosa, ma era
raro vedere tanti capi di Casato riuniti, ed era evidente che Mezentus aveva provato a sondarli per
capire quale fosse la loro opinione sul conto di Hamilcar.
A proposito, dove era Hamilcar? Non era da lui arrivare in ritardo.
Per qualche momento portai avanti una cortese conversazione con il capo del Casato Setris, fino
a quando Mezentus venne intrappolato da Dalriadis, che probabilmente voleva perfezionare il suo
talento per gli insulti velati, poi mi congedai dal mio interlocutore e andai in cerca di Hamilcar.
Per qualche tempo non mi riuscì di trovarlo da nessuna parte, e fu soltanto una decina di minuti
più tardi che, nel guardare in direzione di mio padre, scorsi la sagoma inconfondibile di Hamilcar che
spiccava al di sopra della folla; stranamente, il mercante indossava un abito verde che sembrava troppo
logoro anche per l'uso quotidiano, e che non era certo adatto a un ricevimento.
«C'è stato un incidente nel mio appartamento» mi spiegò, con aria piuttosto furente, quando gli
chiesi come mai non fosse in tenuta di gala. «È esploso un tubo dell'acqua che ha inzuppato la maggior
parte del mio vestiario, per cui ho dovuto prendere a prestito questo vestito presso il guardaroba del
Palazzo; una cucitrice ha impiegato qualche tempo per adattarlo alla mia taglia.»
Io non potei che simpatizzare con la sua situazione, perché era davvero una sfortuna non avere
un abito decente da indossare a una festa, e al tempo stesso mi resi conto che quell'abito doveva essere
appartenuto al mio prozio, che era stato di gran lunga il membro più alto della famiglia di mio padre.
«Forse ti converrebbe parlare con il capo del Casato Setris» gli consigliai, ancora irritato per il
modo in cui quella festa di addio si stava trasformando in una mascherata politica. «Quel grassone
vestito di giallo, Mezentus, stava conversando con lui, poco fa, e a suo parere tu non sei il Lord
Mercante più adatto per il trasporto del ferro.»
«Ti ringrazio» replicò Hamilcar, poi aggiunse: «Sai, comincio a essere stufo del modo in cui
queste feste si trasformano sempre in situazioni in cui alcuni ospiti cercano di convincere gli altri ad
assecondare i loro complotti. Non so se tu ci sei abituato, ma a Taneth non ci si può mai rilassare
neppure per un momento, al punto che nel corso delle feste nessuno osa bere, per timore di ubriacarsi e
di rivelare involontariamente qualche segreto del proprio Casato.»
«Qui non è molto meglio» ribattei, cupo, lasciando scorrere lo sguardo sui capannelli di
persone, e riflettendo che il banchetto non era ancora neppure iniziato.
«Invece lo è, da un punto di vista» obiettò Hamilcar.
«Davvero?»
«Se non altro, i membri del tuo clan non si accoltellano a vicenda alla schiena. A Taneth,
quando si lascia una grossa festa è bene avere con sé una scorta, perché ci sono furfanti come Lijah
Foryth che mandano bande dei loro sgherri ad attaccare la gente sulla via di casa.»
Passai la mezz'ora successiva a gironzolare per le due stanze, cercando di godere di quella festa
come avrei fatto prima della scoperta del ferro.
Quell'evento aveva modificato in peggio l'atmosfera in seno al clan: prima, quando il futuro
appariva così incerto, tutti tentavano di soffocare la loro ansietà dando delle feste e cercando di celare il
declino incombente sotto un velo di gaiezza, mentre adesso che il futuro era garantito pensavano
soltanto a consolidare la loro posizione, senza più traccia di spensieratezza. Nel formulare queste
riflessioni, mi chiesi poi se la situazione fosse uguale anche presso i Casati confinanti, o se il fenomeno
fosse ristretto soltanto alla città di Lepidor vera e propria.
Quando infine cominciò il banchetto, mi trovai a sedere fra Siana e Ravenna. Di norma, il rango
di Ravenna non sarebbe stato tale da permetterle di sedere alla tavola alta, ma due donne del nostro
Casato avevano lasciato vacante il loro posto, una perché aveva appéna partorito e l'altra perché
ricoverata all'ospedale di Kula a causa di una caduta.
Alla mia sinistra, dopo Siana, sedevano mio padre e mia madre, Hamilcar e tre dignitari di
Casato; l'ambasciatore di Pharassa, rappresentante del re, si trovava invece alla destra di Ravenna.
Quanto a Mezentus e al suo gruppo, erano stati abilmente sparpagliati per la sala, segno che mio padre
si era occupato personalmente dell'assegnazione dei posti, come appariva evidente dal fatto che Haaluk
era seduto di fronte a Dalriadis, alla testa di una delle altre tavole, e che l'anziano, affidabile mastro
oceanografo occupava il posto accanto a Mezentus; quanto a Palatine, da dove mi trovavo potevo
vederla seduta a una delle tavole di mezzo, a qualche posto di distanza da Dalriadis.
Arrivarono innanzitutto gli antipasti, poi fu la volta delle portate principali, a cominciare dal
pescefiamma fritto.
«C'è una storia relativa a un Primate e a un pescefiamma» mi disse Siana, mentre ci venivano
posati davanti i piatti. «È successa alcune centinaia di anni fa, quando il Dominio aveva appena eletto
alla carica di Primate un uomo di Equatoria, che non aveva mai visto il mare. Nel corso del banchetto
per celebrare la sua elezione, i servi portarono in tavola un enorme pescefiamma, che deposero davanti
a lui, e nel notarne il colore, il Primate decretò che a causa di esso, da quel momento quel pesce
avrebbe potuto essere mangiato soltanto da lui e dai suoi Esarchi.
«Naturalmente la cosa non andò a genio agli altri preti, che elaborarono un complotto.
Attingendo dalle casse del Primate, acquistarono tonnellate di pescefiamma, ordinando ai cuochi di
servirlo al Primate tutti i giorni; alla fine, lui si stancò di quel sapore, ma rimaneva il problema
dell'editto che aveva emanato, perché non voleva perdere la faccia abrogandolo. I preti gli suggerirono
allora di bruciare il resto del pesce, sacrificandolo a Ranthas, ammucchiarono gli avanzi di cucina e li
coprirono con uno strato di pescefiamma, in modo che il Primate pensasse che l'intero mucchio ne era
composto, poi tennero una serie di banchetti a base di pescefiamma all'insaputa del Primate.
Naturalmente, il Primate successivo provvide subito a revocare l'editto del suo predecessore.»
Quella storia mi presentò un lato umano del Dominio, l'immagine di quei presti che
ingannavano il loro Primate, che non riuscii in nessun modo a conciliare con Lachazzar e i suoi Sacri.
«Non ripetere questa storiella» mi sussurrò Siana. «Chi detiene il potere adesso non ama che si
scherzi sui Primati.»
Quell'ammonimento aveva un suono decisamente più familiare. Nel mangiare il pescefiamma,
mi sorpresi a chiedermi quanto tempo avesse impiegato quel Primate a stancarsi del suo sapore, perché
era senza dubbio il mio piatto di pesce preferito e lo avrei mangiato volentieri con maggiore frequenza,
se non fosse stato tanto raro.
Ravenna intanto era stata praticamente monopolizzata da un incessante monologo portato avanti
dall'ambasciatore di Pharassa; a un certo punto, però, lui dovette smettere di parlare per finire il
pescefiamma prima che i servi lo portassero via, e lei ne approfittò per scambiare qualche parola con
me.
«È normale che tutti siano così quieti?» mi chiese, con il suo solito tono freddo e controllato.
«Io non noto nulla di strano» replicai; il vociare circostante non mi pareva diverso da quello che
imperava di solito durante un banchetto.
«Al tavolo di Mezentus stanno parlando molto poco, mentre quello a cui siede Haaluk si sta
facendo sempre più rumoroso» mi fece notare lei.
«E questo è significativo?» domandai.
«La mia era solo un'osservazione» rispose Ravenna, poi tornò a rivolgersi all'ambasciatore,
chiedendogli qualcosa riguardo ai vini pharassani.
«Ha ragione lei» commentò Siana, vicino al mio orecchio. «Laggiù stanno parlando molto
poco.»
«Forse perché la maggior parte dei commensali di quel tavolo non rientra fra i compari di
Mezentus» osservai.
«Anche così, dovrebbero essere tanto cortesi da parlare a voce alta quanto la sua» ribatté Siana.
«Inoltre Mezentus sta bevendo molto, senza però farsi per questo più rumoroso.»
«Forse questa volta Lord Foryth lo ha pagato perché stia zitto» commentai.
Nel frattempo, i camerieri rimossero i piatti e arrivarono con la portata principale, arrosto di
selka cucinato alla perfezione; io però non prestai quasi attenzione a ciò che avevo davanti e non toccai
neppure il mio secondo bicchiere di vino.
La crisi esplose alla fine del banchetto, dopo che il gruppo dei liutai ebbe lasciato la galleria dei
menestrelli, accompagnato da un applauso di commiato. Sentii Hamilcar che cominciava a dire
qualcosa a mia madre, soltanto per essere interrotto da Mezentus, che si alzò in piedi barcollando dal
suo posto.
«Ti sei goduto la cena, vero?» esclamò ad alta voce, rivolto ad Hamilcar.
«Ed è servita a placarti l'anima?»
«Mezentus» intervenne Siana, alzandosi in piedi a sua volta, «non ti permetto di insultare chi è
ospite in questa sala.»
«Non lo sto insultando, Ava... Avar... Avarca, perché la sua anima ha davvero bisogno di
sollievo, tormentata com'è dall'ombra di suo zio.»
«Mezentus!» scattò mio padre. «Lascia subito questa sala.»
«E cosa mi dici dell'assa... assassino che siede alla tua tavola, conte? Un lupo in veste di
agnello, che ucciderà anche te, se non starai attento. Quel Tanethano ha assassinato suo zio, ecco che
cosa ha fatto.»
Sulla sala calò un silenzio sconvolto, poi Siana si rivolse a uno dei camerieri, quasi tremando
per l'ira e furente come non lo avevo mai visto.
«Scorta quest'uomo al Tempio e rinchiudilo in una cella per i penitenti» ordinò.
«Cos'è questa storia dell'assassinio?» intervenne Haaluk.
«Una diceria che a Taneth soltanto i bravacci di strada si azzardano a ripetere» ribatté con
rabbia Hamilcar, freddo e inflessibile, l'incarnazione stessa di un aristocratico tanethiano. «Sarebbe
saggio da parte tua non associarti con loro.»
CAPITOLO VENTESIMO
Le persone raggruppate intorno a me, nel salotto di ricevimento del porto sottomarino di
Lepidor, parevano tutte a disagio; Dalriadis continuava a scoccare rapide occhiate all'orologio, e
perfino Siana, vestito quel giorno con una semplice veste sacerdotale e appoggiato come al solito al
bastone, sembrava pieno di tensione.
Nervoso quanto gli altri, spostai per l'ennesima volta il peso del corpo da un piede all'altro e mi
chiesi perché la manta di Midian stesse impiegando così tanto tempo ad attraccare. Cosa stava mai
facendo quell'uomo... stava forse benedicendo la porta per allontanare eventuali eretici?
Il mio sguardo vagò in direzione delle grandi finestre, posandosi sulla torre di servizio, in fondo
alla quale la manta era agganciata agli ormeggi; la distanza era eccessiva perché potessi vedere se
avevano già collegato il portello stagno, ma restava il fatto che la manta aveva attraccato già da dieci
minuti e che da allora non era ancora sbarcato nessuno.
D'un tratto un forte crepitio seguito da un tonfo echeggiarono lungo la torre, e subito mio padre
e i consiglieri si irrigidirono, volgendo lo sguardo in quella direzione.
Ci fu un altro tonfo, poi la porta si spalancò e si udì un fugace suono di voci, seguito da un
rumore di passi che avanzavano lungo il passaggio della torre; assestandomi le maniche, appuntai a mia
volta lo sguardo sull'ingresso, e a mano a mano che il rumore si avvicinava mi trovai a chiedermi
quanti passi sarebbero stati necessari a Midian per percorrere tutto il corridoio.
Poi i miei calcoli furono bruscamente interrotti dall'apparizione dell'Avarca Midian, che varcò
con passo deciso la porta del passaggio.
Quando posai per la prima volta lo sguardo su quel nuovo sommo prete e cacciatore di eretici, il
mio primo pensiero fu che non aveva per nulla l'aria del malvagio fanatico. Ampio di spalle, con il
volto incorniciato dalla barba arricciata tipica degli Halettiti, l'Avarca aveva lineamenti aperti e
gioviali; le sue vesti ufficiali erano ancora più sfarzose di quanto lo fossero state quelle di Siana,
adornate da grandi quantità di filo d'oro, ma su di esse non riuscii a scorgere nessun disegno che
potesse essere uno stemma, contrariamente alla foca stilizzata che spiccava sulle maniche di Siana.
Come richiedeva l'usanza, l'anziano Avarca uscente venne avanti, porgendo con entrambe le mani il
bastone, simbolo del suo ufficio.
«Sii il benvenuto in nome di Ranthas, Avarca Midian del Clan Lepidor» disse. «A te io cedo
questa carica e la cura di queste anime.»
Midian si inchinò e protese le mani a prendere il bastone che Siana gli offriva.
«Domine Siana, accetto questo incarico che tu mi affidi. Possa Ranthas guidare i tuoi passi e
darti la pace» rispose.
Poi Siana si trasse indietro e Midian levò in alto il bastone. Mentre mi inginocchiavo, insieme a
tutti i presenti nella stanza, avvertii una lancinante fitta di dolore alla testa, così intensa che per poco
non dovetti puntellarmi con una mano per non perdere l'equilibrio. Quella sensazione svanì con la
stessa rapidità con cui era insorta, ma quando sollevai lo sguardo e intercettai quello di Midian per un
istante, mi resi conto che lui aveva notato quello che era successo.
«Nel nome di Ranthas, la mia benedizione discenda su tutti voi, perché siate protetti in eterno
dalle Sue fiamme.»
Seguì una breve pausa, poi mio padre si rialzò in piedi.
«Benvenuto presso il Clan Lepidor, Avarca» disse.
«È un onore essere qui» rispose Midian. Accompagnato dai due Avarchi, quello nuovo e quello
vecchio, mio padre fendette quindi la folla per dirigersi all'ascensore. Adesso sarebbe seguita una
riunione privata nel Tempio, relativa alla situazione religiosa del clan, poi Siana sarebbe partito a bordo
della stessa manta con cui era arrivato Midian.
Non appena l'ascensore fu scomparso alla vista, i consiglieri si diressero verso le scale, ansiosi
di lasciare l'atmosfera soffocante della piccola sala di ricevimento; su di me, invece, ricadde il compito
di occuparmi del seguito personale di Midian, i preti che, con le loro famiglie, avrebbero sostituito
parte del personale di Siana. In ogni Tempio, infatti, erano parecchi i posti che venivano occupati da
dipendenti o protetti dell'Avarca in carica, e tre o quattro preti e accoliti di Lepidor avrebbero
accompagnato Siana a Pharassa.
Quando cominciai a sentire le voci degli altri passeggeri che echeggiavano lungo il corridoio
della torre, nella stanza erano rimasti soltanto due giovani accoliti, i soli che non fossero necessari per
le accoglienze riservate a Midian al Tempio; entrambi avevano pressappoco la mia stessa età, uno con
la testa rasata e l'atteggiamento distaccato, l'altro... che aveva conosciuto Sarhaddon... con ricciuti
capelli castani e il sorriso sempre sulle labbra.
«Hai idea di quanta gente abbia portato con sé?» mi sussurrò il secondo dei due accoliti.
«Non lo so proprio» ammisi, scrollando le spalle. «Comunque è un Halettita, quindi non credo
che viaggi leggero.»
Il seguito di Midian apparve un momento più tardi, e nell'avanzare per salutare il capo del
gruppo, un uomo distinto sulla quarantina, contai tre preti a pieno titolo, incluso il capo, due accoliti,
quattro donne e un bambino; poi c'erano altre due persone che mi colpirono in modo particolare.
Una era Elassel, la ragazza che avevo incontrato nello ziggurat di Pharassa, ora priva della veste
monacale del Dominio ma all'apparenza sempre più sfrenata e ribelle. L'altro era un mago della mente.
«Perché? Perché ne ha portato uno con sé?» domandò Palatine, camminando avanti e indietro
per il mio salotto. «Di quale aiuto può mai essergli un mago della mente, quaggiù? Credi che sospetti la
presenza di qualche mago?»
«Come potrebbe?» ribatté Ravenna. «Gli ordini devono essere stati emessi prima del nostro
arrivo, e comunque nessuno ha ragione di sospettare di noi.»
«E se in città ci fosse un altro mago?» ipotizzò Palatine, accasciandosi infine su una sedia.
«Suppongo sia possibile» replicai, cercando di nascondere il fatto che avevo paura.
Sapevo che in genere il Dominio non perseguitava i capi dei clan, ma se quel mago della mente
avesse percepito la minima traccia di magia in me o in Ravenna, saremmo stati scoperti, e anche se
fosse riuscito soltanto a individuare la presenza della magia, senza risalire alla sua fonte, per noi
sarebbe stata comunque la fine, perché avrebbero chiamato qualcuno in grado di stanarci.
«Lui potrebbe trovarvi anche se evitaste di usare in qualsiasi modo la magia?» domandò
Palatine.
«È possibile che ci riesca ugualmente» ammise Ravenna, sedendo alla scrivania, ancor più seria
in volto del consueto, e con lo sguardo fisso sulle stuoie che coprivano il pavimento. «Se dovesse
utilizzare un qualsiasi tipo di magia nel raggio di qualche metro da noi, si accorgerebbe della nostra
natura di maghi, senza contare che ci sono alcuni altri modi del tutto casuali in cui ci potrebbe scoprire.
Naturalmente, è ovvio che se dovessero iniziare una ricerca a tappeto di eventuali maghi, noi ci
troveremmo in seri guai.»
«Non potete fare qualcosa per schermarvi?»
«Schermarci? Questo è...»
«Non intendevo fare qualcosa per proteggervi, ma per rendere meno probabile che lui riesca a
individuarvi.»
Io cominciai a riflettere a ritmo serrato, cercando di ricordare se nelle lezioni di Chlamas e di
Jashua c'era stato qualcosa che adesso ci poteva aiutare. Certo, ci avevano insegnato un paio di modi
per nascondere la nostra presenza ai maghi del Dominio, ma erano metodi che per lo più funzionavano
quando la persona da celare era soltanto una. Adesso a Lepidor eravamo però in due, e per qualche
motivo questo rendeva più facile individuarci.
«Non credo che ci sia nessun modo...» cominciai, ma Ravenna m'interruppe.
«Esiste una possibilità» affermò, «ma non mi piace molto, e anche solo metterla in atto è già di
per sé pericoloso, con un mago della mente nei dintorni.»
Nel parlare, sollevò lo sguardo e lo appuntò per un istante su di me, prima di spostarlo su
Palatine. Perplesso, io mi chiesi cosa potesse avere in mente, dato che Chlamas, Jashua e tutti i vecchi
libri avevano insistito parecchio sul fatto che il solo modo per evitare di essere individuati da un mago
della mente era quello di rimanere passivi e sperare per il meglio. L'unica fortuna, era che i maghi della
mente erano rari.
«Cathan, ricordi che cosa hai fatto quando Palatine è caduta da quell'altura?» mi chiese
Ravenna, tornando a guardarmi, con un'espressione che mi parve dubbiosa.
«Ho usato la magia per controllare se aveva riportato dei danni» replicai.
«A quale profondità sei sceso?»
«Fino al regno della mente» risposi, adocchiandola con sospetto... infatti Ravenna pareva
esitante, il che non era da lei e non lasciava presagire nulla di buono.
«Credo che per noi sarebbe possibile... contenere... la nostra magia, inviandola nel regno
dell'anima. Questo ci metterebbe al sicuro, a meno di essere toccati fisicamente dal mago della mente
mentre questi sta utilizzando la sua magia...» spiegò Ravenna, senza però finire di esporre il suo
pensiero.
«Ma?» la pungolò Palatine.
«Ma non possiamo farlo sa soli a noi stessi. È una cosa che l'uno dovrà fare all'altra.»
Io la fissai con espressione quasi sconvolta, ma Ravenna rifiutò di incontrare il mio sguardo.
«Non mi meraviglia che si dica che una cosa del genere è impossibile» commentò Palatine.
«E annullarla sarà difficile quasi quanto realizzarla» concluse Ravenna.
«Ne parleremo più a fondo in seguito» dichiarai, alzandomi e dirigendomi alla porta. «Ora vado
a cercare una persona.»
In precedenza, non avevo avuto la possibilità di parlare con Elassel, perché i preti si sarebbero
potuti offendere, ma appena prima che me ne andassi per rientrare a Palazzo, lei mi aveva sussurrato di
tornare a trovarla non appena avessi potuto. Quella ragazza aveva destato la mia curiosità, nel corso del
nostro primo incontro di quindici mesi prima, e adesso sentivo l'esigenza di imparare a conoscerla un
po' meglio.
Inoltre, a un livello più prosaico, era possibile che lei sapesse il motivo per cui Midian aveva
portato con sé un mago della mente, e poi in quel momento mi volevo allontanare da Ravenna.
Con la mente ancora in subbuglio, mi avviai lungo le strade, oppresse dall'intensa calura
pomeridiana, segno certo che ci sarebbe stata una nuova tempesta. Mentre camminavo, mi chiesi se
Ravenna fosse davvero intenzionata a mettere in atto la sua proposta. Sapevo che una cosa del genere
poteva funzionare, almeno in teoria, ma non era possibile che il prezzo fosse troppo alto? L'idea che
qualcuno mi entrasse nella mente mi spaventava, come del resto sarebbe successo a chiunque, e se
avevo utilizzato quella tecnica dopo che Palatine era caduta dall'altura, era stato soltanto perché si
trattava di un'emergenza; quando si era ripresa, le avevo detto che cosa avevo fatto, e lei aveva
affermato che non c'erano problemi, che avevo agito nel modo più giusto.
Ciò che Ravenna stava proponendo, però, era una cosa del tutto diversa, anche se su una base
paritaria. Sigillare la nostra magia in un luogo in cui nessun mago mai nato finora potesse penetrare
senza il nostro consenso era una cosa accettabile, ma una volta che fosse stata isolata in quel modo, la
sola persona che avrebbe potuto recuperarla sarebbe stata quella che aveva svolto l'operazione iniziale.
Ciò significava che io e Ravenna ci saremmo dovuti trovare nello stesso posto, uno dove non fossimo
stati individuabili, per poter sbloccare reciprocamente la nostra magia, e che fino ad allora nessuno di
noi due avrebbe avuto poteri superiori alla media... in poche parole, saremmo stati magicamente
impotenti.
Questa non era necessariamente una cosa negativa... dopo tutto, non potevamo certo utilizzare
la magia, con la gente di Midian che girava dappertutto; a quanto pareva, i genitori di Elassel facevano
parte del suo seguito, cosa che mi portava a chiedermi che cosa li legasse a lui. Dal momento che la
cerimonia di insediamento di Midian era fissata per l'indomani, al mio arrivo trovai il Tempio immerso
nel caos, con gli accoliti e i servitori che trasportavano bagagli e vesti di qua e di là. Intorno all'altare,
nel cortile esterno, c'era soltanto una manciata di fedeli, che peraltro se ne andarono molto presto, forse
per evitare di essere travolti da altri preti carichi di casse che provenivano dal porto.
Entrato dall'ampia porta principale, mi addentrai nell'echeggiante anticamera rivestita di
pannelli color seppia e vidi due dei vecchi preti rimasti al Tempio... Siana e il suo seguito erano già
partiti da un'ora... intenti a parlare con uno dei nuovi arrivati, che supposi essere il padre di Elassel.
Non volendo interrompere la conversazione, io preferii fermare un accolita di passaggio, quello
con i capelli ricci e castani che era venuto anche al porto, e gli chiesi dove potevo trovare Elassel.
«La ragazza?» domandò lui, e quando annuii aggiunse: «Probabilmente sarà nei giardini. Sta'
attento, ha un carattere selvaggio.»
«Scommetto che con questo intendi dire che non ha apprezzato il tuo tentativo di attaccare
bottone con lei» commentai, poi sgusciai fuori dell'atrio da una porta laterale e imboccai il corridoio
della servitù per arrivare ai giardini.
Adoravo i giardini del Tempio, perché erano poco curati e la vegetazione, cresciuta in libertà,
era lussureggiante e molto fitta, con gli alberi così vicini da creare quasi un labirinto, che io conoscevo
molto bene perché era il luogo in cui ero solito rifugiarmi quando Siana era in ritardo per le lezioni, e
dove andavo a nascondermi quando non ne potevo più dei suoi insegnamenti. Per quanto potesse essere
stato noioso, però, se non altro Siana aveva avuto il merito di non essere un fanatico.
Trovai Elassel seduta vicino a una fontana rivestita di muschio in fondo ai giardini, in una
grotta le cui entrate erano state coperte da tempo dai rampicanti; quando mi aprii un varco fra di essi,
lei sollevò lo sguardo con espressione allarmata, poi però si rilassò almeno in parte.
«Cathan» disse. «Avevo paura che fosse uno di quei vecchi caproni, venuto per farmi mettere al
lavoro. Chi ti ha detto che ero qui?»
«Uno degli accoliti.»
«Non ci si può fidare degli accoliti, che sono tutti dei ficcanaso. A proposito, mi piace la tua
città. Il liutaio è cordiale.»
Evidentemente, Elassel aveva un istinto acuto quanto il mio per trovare ciò che le interessava,
solo che nel suo caso si trattava dei costruttori di strumenti musicali, invece che degli oceanografi.
«Come mai sei finita qui insieme a Midian?» domandai. «Credevo che i tuoi genitori fossero
missionari.»
«Non a tempo pieno» replicò lei. «Quello che hanno svolto è stato solo un periodo di servizio
obbligatorio, ma in effetti il mio patrigno è un archivista e un impiegato della tesoreria; in questa
missione ne serviva uno, quindi hanno mandato lui, ma non ho idea del perché quel bastardo di Midian
ritenga di averne bisogno.»
«Perché ha portato con sé un mago della mente?» chiesi. «Non è certo il genere di soggetto che
un Avarca è solito avere nel suo seguito.»
«Perché lo vuoi sapere?» controbatté Elassel, d'un tratto guardinga.
«Questo è il clan di mio padre, Elassel. Si suppone che Midian sia un cacciatore di eretici, e il
fatto che abbia portato con sé quel mago lascia presagire guai» spiegai, tenendo la voce il più bassa
possibile, perché non ero certo che quello fosse il posto più adatto per una conversazione del genere.
«Non voglio che cominci a mettere al rogo gente del mio clan.»
«Eccellente» commentò Elassel. «Questo è esattamente il motivo per cui Midian ha voluto
avere con sé quel mago: per stanare gli eretici. Questo ti soddisfa?»
«Io non sono un Inquisitore» le feci notare.
Elassel sorrise, togliendosi distrattamente una foglia dai capelli. Adesso appariva un po' più
matura, ma era ancora disordinata e piena di sfida come quando l'avevo incontrata nello ziggurat di
Pharassa, oltre un anno prima.
«Tu sei la sola persona di qui che io conosca anche superficialmente» osservò poi. «Questo
Tempio non sarà un bel posto, non con Midian che alita fiamme sul collo di tutti e si ritira in
compagnia delle sue concubine ogni volta che gli affari pubblici cominciano ad annoiarlo.»
«Concubine?» ripetei, interdetto.
«Sono quelle due bellezze brune... penso che tu le definiresti così... che hai visto quando ci hai
accompagnati qui» spiegò Elassel. «Midian è un nobile halettita... dalle sue parti credono ancora nella
schiavitù... ed è inoltre convinto del fatto che ci sia una legge che vale per lui solo, e un'altra che vale
per tutto il resto di noi.»
«Ha la pratica di mettere al rogo gli eretici?» domandai, guardandomi intorno con aria ansiosa,
per timore che fra i cespugli ci fosse qualcuno che poteva ascoltarci.
«C'è un posto migliore dove parlare?» chiese Elassel, notando il mio nervosismo.
«Sei libera di andare e venire?»
«Tu cosa ne pensi?» ribatté lei, in tono sprezzante. «Chiunque dovesse cercare di fermarmi
meriterebbe ampiamente quello che gli accadrebbe. A Pharassa, il Maestro dei Novizi, quel serpente di
Boreth, ha cercato di rinchiudermi. Hah! Sono evasa e ho versato dell'acido nel buco di tutte le
serrature, con il risultato che lui ha poi dovuto pagare le riparazioni di tasca propria.»
Mentre le mostravo la via per arrampicarsi sul muro del giardino e passare nella stradina che
correva lungo il confine del distretto, mi chiesi dove mai Elassel avesse imparato a forzare serrature e
cose del genere. Passando per la porta laterale del Palazzo, la feci entrare poi nei nostri giardini, in
quanto non avevo intenzione di permetterle di accedere al Palazzo vero e proprio fino a quando non
l'avessi conosciuta meglio e non avessi avuto modo di presentarla a Palatine e a Ravenna; infatti, anche
se dubitavo fortemente che lei lavorasse per il Dominio... o anche per il Casato Foryth... ero deciso a
non correre rischi di sorta.
Elassel mi confermò tutto quello che aveva detto Siana, e cioè che Midian era un noto
cacciatore di eretici, aggiungendo inoltre che era solito mostrarsi cordiale e disponibile con quanti non
figuravano sulla sua lista degli indiziati... in altre parole, con chiunque detenesse un'autorità elevata.
Avrei voluto farle altre domande, ma non ne ebbi il tempo perché in quel momento i rintocchi della
campana del Palazzo mi convocarono, insieme ai consiglieri, a partecipare al banchetto che si sarebbe
tenuto in onore di Midian. A quanto pareva, tutto d'un tratto i banchetti stavano diventando una cosa
piuttosto frequente.
Dopo essermi accordato con Elassel per incontrarci l'indomani nella strada davanti al giardino,
mi affrettai ad andare a togliermi la tunica segnata dai rovi per indossare di nuovo l'abito formale;
mentre mi cambiavo, pensai che, da quando ero arrivato, non ero ancora andato a trovare gli
oceanografi, e promisi a me stesso che l'indomani avrei fatto anche questo.
A Mezentus venne permesso di partecipare al banchetto, nonostante il comportamento offensivo
che aveva tenuto nell'occasione precedente, e Palatine riuscì a persuadere Hamilcar a essere presente a
sua volta, vincendo la comprensibile riluttanza del Tanethano.
A quanto pareva, quella che Mezentus gli aveva rivolto era un'accusa di vecchia data, di cui il
mercante aveva cercato in ogni modo di dimostrare l'infondatezza, perché la considerava una macchia
sul proprio onore. A Taneth, lui ci aveva raccontato come aveva sottratto il controllo del Casato Barca
a suo zio, il corrotto Komal. A quanto pareva, Komal era morto d'infarto meno di una settimana più
tardi, e questo aveva fornito agli altri nobili-mercanti un'arma da utilizzare contro Hamilcar, anche se,
in base a ciò che avevo sentito a Taneth, gli omicidi commessi dalle corporazioni erano una cosa
piuttosto comune, per quanto condotta in maniera meno evidente. Dalriadis, che aveva dei parenti in un
Grande Casato, aveva commentato quella mattina che, con ogni probabilità, la storia di Hamilcar era
vera. Senza dubbio, Komal doveva essere già avviato verso un crollo fisico, a causa del bere e dell'uso
di sostanze esotiche, senza contare che nessun mercante di un Grande Casato avrebbe organizzato un
assassinio come
quello, perché troppo ovvio e palese.
Il banchetto in onore di Midian non fu molto più piacevole di quanto lo fosse stato quello di
commiato a Siana, la notte precedente, anche se per motivi differenti.
Quella sera, avevo l'impressione che tutti fossero sul chi vive, incerti sul conto del nuovo
Avarca. A quanto pareva, le notizie relative alla sua reputazione si erano già diffuse, e i capi dei Casati
erano tutti a disagio, timorosi che Midian prendesse di mira il loro Casato o addirittura... che Ranthas
non volesse... loro stessi.
La caccia agli eretici, se davvero questo era il suo intento, sembrava una cosa inutile quanto
distruttiva, perché a Lepidor non c'era praticamente nessun eretico fin da quando mi riusciva di
ricordare. In passato, c'erano stati due o tre casi di denunce da parte di qualche prete troppo zelante, ma
Siana le aveva accantonate a causa della mancanza di prove, mentre adesso mi sembrava che
l'atteggiamento di Midian sarebbe stato quello di partire dal presupposto che gli eretici abbondassero,
armato della determinazione a estirparli indipendentemente da quanto fossero valide le prove a loro
carico.
Nel corso del banchetto, Midian si mostrò gioviale e amichevole, scherzò con tutti, raccontò
aneddoti (anche se nessuno che riguardasse i Primati del passato o il Dominio) e si sperticò in lodi di
fronte ai vini esibiti da mio padre. Memore di ciò che mi aveva detto Elassel, io avvertii una nota di
falsità in quella sua allegria, e mi chiesi se lui si sarebbe mostrato altrettanto cordiale, avendo invece
indosso le vesti di Esarca.
Un'altra differenza rispetto al banchetto precedente, fu che questa volta non ci furono manovre
di potere, ma a un certo punto si presentò comunque un momento decisamente imbarazzante.
Successe all'inizio del ricevimento, quando mio padre procedette a presentare me, Palatine e
Ravenna al nuovo Avarca. Come Siana, anche Midian rivolse un complimento a Ravenna, ma mentre il
vecchio Avarca si era espresso in tono cortese e affettuoso, i modi di Midian furono quasi lascivi. Il
risultato fu che il sorriso di Ravenna scomparve all'istante e cedette il posto a un atteggiamento gelido,
in risposta al quale, per un momento, anche la cordialità di Midian parve scomparire, mostrandomi
quello che ritenni essere il vero Avarca, il cacciatore di eretici. E la sua espressione non lasciò
presagire nulla di buono per Ravenna.
Poi quel momento passò, e Midian riprese a sorridere, anche se con una certa tensione,
passando a fare la conoscenza dell'ospite successivo; con Palatine, peraltro, non tentò più di
comportarsi come aveva fatto con Ravenna.
Al banchetto, avemmo modo di vedere anche il mago della mente, la cui espressione sembrava
quella di un cane perplesso a causa del suo atteggiamento un po' distratto e assente; nonostante questo,
però, io non mi sarei mai azzardato a trattarlo come un individuo innocuo, perché con ogni probabilità
il suo era un modo di fare deliberato, studiato apposta per trarre in inganno le persone con cui aveva a
che fare e indurle a dimenticare le sue vesti nere e il martello che gli pendeva dalla cintura.
Quello era il primo mago della mente che avessi mai visto, e la sua aria decisamente innocua mi
parve in netto contrasto con ciò che sapevo sul conto di quelli come lui; le mie nozioni, a parte i
confusi insegnamenti di Joshua, venivano prevalentemente dall'Historia, perché nella guerra erano stati
coinvolti anche alcuni maghi della mente... la sorella stessa dell'imperatore ne aveva sposato uno, che
aveva servito fedelmente Aetius e alla fine era morto fra le rovine di Aran Cthun. Un altro uomo che il
Dominio aveva tradito.
Dopo il banchetto, m'incontrai con Palatine e Ravenna, nell'intimità del mio salotto privato;
ormai, la maggior parte degli abitanti del Palazzo stava andando a letto, e le uniche persone ancora in
giro erano i servi, impegnati a ripulire i resti del banchetto.
«Che uomo immondo!» esclamò Ravenna, ancora furente, quasi sputando le parole. «I suoi
giocattoli personali non bastano a soddisfarlo?»
«Tutti gli Halettiti sono come lui?» chiese Palatine. «Il solo che abbia mai conosciuto è
Ukmadorian, che non è poi così sgradevole.»
«Ukmadorian ha lasciato Haleth molto tempo fa per andare a marcire sulla sua isola deserta, e
non saprebbe più dirti neppure di che colore è l'erba del suo paese natale. Inoltre, io non ne so più di te
sul conto degli Halettiti, quindi perché fai proprio a me questa domanda?»
«Scusami se ho parlato fuori luogo» ribatté Palatine, mostrandosi offesa.
«E adesso quell'essere comincerà ad arrestare le persone se soltanto non gli vanno a genio.
Come si regolerà, mi chiedo? Interrogherà di persona soltanto le donne? Forse è questo il motivo della
sua caccia agli eretici.»
Io non ci avevo pensato, ma mi sembrava difficile che Midian potesse cavarsela con un
comportamento del genere.
«Non puoi supporre una cosa simile dopo averlo visto una volta soltanto, Ravenna» protestai.
«Forse è un donnaiolo, ma questo non gli impedisce di essere un vero fanatico.»
«No, certo che no» convenne lei, con voce che grondava sarcasmo.
«Fuori da Haleth, dove riuscirà però a trovare donne che non siano libere di opporgli un rifiuto?
Se fossi al posto di tuo padre, piazzerei dei marine nel Tempio per tenere d'occhio quell'uomo, con la
scusa di essere preoccupato per il bene del clan, e così via, perché sono certa che Midian non ha in
mente il nostro benessere spirituale.»
«Ravenna, trovo che adesso stai esagerando» intervenne Palatine, giocherellando con un
ciottolo, che passava da una mano all'altra. «Forse ti ha guardata nella maniera sbagliata, ma tu sei
molto graziosa quando non litighi con qualcuno, e solo perché ti ha guardata in modo lascivo, questo
non vuol dire che abbia intenzione di crearsi un harem di eretiche.»
«Quindi sarei molto graziosa, vero?» ritorse Ravenna, fissandola con occhi roventi. «Anche
paragonata a te?»
«Scusami» replicò Palatine, sollevando una mano per schermirsi. «In futuro, ricorderò di non
farti più complimenti.»
«Già, non farne» annuì Ravenna, in tono secco, poi si girò verso di me, e chiese: «Allora,
Cathan, hai preso una decisione?»
«No, non l'ho fatto» ammisi io, che fino ad allora avevo sperato che lei aspettasse a farmi quella
domanda quando fosse stata più calma.
«Perché no? Al banchetto, quel mago della mente ha bevuto come un otre, quindi stanotte sarà
del tutto fuori gioco... può darsi che sia la nostra unica occasione.»
«Sei certa che stesse bevendo davvero? Senza dubbio, deve essere consapevole che questo è il
momento più idoneo per stare sul chi vive, nel caso che eventuali maghi presenti in città cerchino di
nascondersi.»
Sapevo che era una scusa patetica, e infatti Ravenna la riconobbe subito come tale.
«È un mago della mente, e per quanto lo riguarda, noi siamo impotenti di fronte alla sua magia,
per cui si aspetterà che ce ne stiamo nascosti, senza tentare nulla» replicò.
«L'idea non mi piace, Ravenna» dichiarai, seccato per la pressione a cui lei mi stava
sottoponendo.
«Non piace neppure a me, Cathan. Non mi va di averti nella mia mente più di quanto tu
gradisca la mia presenza nella tua, ma preferisci forse aspettare che sia troppo tardi, e che ti stiano già
legando al palo? Questa non è una decisione che puoi prendere da solo, perché se viene scoperto uno di
noi due sarà la fine per entrambi. Ho passato l'intera serata a pensarci sopra, e preferisco subire una
cosa del genere e sopportarne le conseguenze, piuttosto che perdere la vita... o veder morire te... nel
caso che quel ladro di pensieri si accorga di ciò che siamo.»
Eravamo fermi uno di fronte all'altra, nel centro della stanza, ma questa volta non riuscii a
sostenere il suo sguardo.
«Per favore» dissi a Palatine, «potresti aspettare fuori finché abbiamo finito?»
Avevo temuto che una richiesta del genere potesse offenderla, ma lei si limitò ad annuire
allegramente e lasciò la stanza; nel tinello, io e Ravenna rimanemmo in silenzio finché Palatine non si
fu richiusa la porta alle spalle, poi io mi allontanai da Ravenna, continuando a rifiutarmi di guardarla, e
mi avvicinai al camino, fissando il focolare, mentre lei restava immobile dove si trovava.
Sapevo che Ravenna aveva ragione, e che questa non era una decisione che potevo prendere da
solo, ma l'idea che qualcuno potesse vedere nella mia mente, e nella mia anima, mi terrorizzava.
Ricordavo ancora i sogni spaventosi che ero solito fare quando ero più giovane, le crisi di terrore o di
furia che mi assalivano, fino a quando uno degli amici di mio padre, il Visitatore, non mi aveva
insegnato a tenere sotto controllo quelle manifestazioni, e non potevo evitare di chiedermi se questo le
avrebbe fatte riaffiorare.
Per alcuni secondi, entrambi rimanemmo immobili dove eravamo, poi io tornai a voltarmi verso
Ravenna: c'era una sola scelta che potevo fare, per quanto mi spaventasse, perché agire diversamente
non sarebbe stato giusto nei suoi confronti.
«Procedi pure» assentii, incontrando infine il suo sguardo.
«Grazie» rispose lei, con un accenno di sorriso.
«Come facciamo?» chiesi.
«Vieni qui e te lo farò vedere.»
Io tornai nel punto in cui mi ero trovato un momento prima, e lei mi prese le mani nelle proprie.
«Unisci la tua consapevolezza alla mia, come hai fatto con Palatine. Questa è l'unica cosa che
devi fare da solo, poi procederemo insieme» disse.
Mi ci vollero parecchi secondi e un notevole sforzo per svuotare la mente, come mi era stato
insegnato a fare, poi inviai i miei pensieri lungo il collegamento che avevamo creato fra noi, e nel nulla
vidi le nostre forme, argentee sullo sfondo dell'oscurità, scendendo attraverso i successivi livelli fino a
raggiungere il regno della mente.
Poi ci protendemmo uno verso l'altra, estraendo tutta la magia da entrambi e lasciando soltanto
quella componente magica innata che era parte del mio sangue... e di quello di Ravenna, come
constatai, chiedendomi da dove provenisse.
Mentre raccoglievamo il potenziale magico, io avvertii un senso di gioia, di completezza, che
non avevo mai conosciuto prima, ma soprattutto provai un senso di pace, e di libertà dai vincoli del
pensiero cosciente.
Poi, quando le nostre menti diressero la magia attraverso una porta fatta di nulla che dava
accesso al regno dell'anima, il caos tornò a insorgere intorno a noi. Inorridito, mi ritrassi e interruppi il
legame, e proprio mentre gli ultimi frammenti della mia magia venivano sigillati, risalii a spirale
attraverso i diversi livelli, fino a riaffiorare nella stanza, del tutto disorientato. Barcollando, mi
accasciai al suolo, e mentre lottavo per riprendere a orientarmi, vidi Ravenna che mi si abbandonava
addosso, come se qualcuno l'avesse colpita al capo, inerte e priva di sensi. Nella mia testa, qualcosa
martellava e mi aggrediva dolorosamente il cranio, come un'ascia, una sensazione che mi strappò un
grido di dolore ma che cessò quasi subito.
Quando infine la mente mi si schiarì, abbassai lo sguardo su Ravenna e, con mio sollievo,
constatai che stava ancora respirando.
Poi la porta si aprì e Palatine rientrò nella camera.
CAPITOLO VENTUNESIMO
Rimessa a posto la copertura dell'ultima sonda oceanica, tornai a fissarla, badando a non lasciar
cadere nessun bullone; poi, dopo aver nuotato intorno alla sonda per controllare che tutto fosse a posto,
tornai al razzo marino, un'ombra scura simile a quella di una nube che si riflettesse sulla luminosa
superficie oceanica. Non appena emersi accanto all'ala di babordo, i miei polmoni si adattarono
automaticamente a respirare di nuovo aria, e io mi issai sulla liscia superficie di metallo.
Il portello laterale del razzo era aperto, ma era tanto piccolo che dovetti chinarmi per entrare.
Sfilate le pinne, le lasciai sull'ala, poi portai dentro la cintura con i campioni d'acqua che avevo
raccolto, per trasferirli nella cassaforte.
Il razzo di mare era un mezzo minuscolo, con un'ampiezza d'ali di diciotto metri e due piccole
stanze al suo interno, la più grande delle quali offriva a stento lo spazio per sedersi; oltre a essere
angusta, l'imbarcazione aveva anche visto giorni migliori, ma se pure era vecchia, era comunque
affidabile, e poi era mia.
Avevo persuaso mio padre a requisirla dopo che l'oceanografo aveva acquistato un razzo di
mare più grande, quattro anni prima. Elnibal aveva acconsentito con riluttanza, temendo... a ragion
veduta... che possederlo mi incoraggiasse a sottrarre una quantità di tempo all'apprendimento dell'arte
di governare il clan, o che potessi essere sorpreso da una tempesta mentre mi trovavo al largo;
nonostante i suoi timori, aveva comunque salvato l'imbarcazione dalla demolizione, e un ingegnere
disponibile aveva effettuato le necessarie riparazioni; io l'avevo poi ribattezzata Tricheco, perché il
motore emetteva un suono simile al verso di un tricheco ogni volta che cercavo di spingerlo a una
velocità decente.
Riposti i campioni, lasciai la cintura nella cabina e tornai a uscire in mare, questa volta soltanto
per una nuotata. Mi trovavo su un banco corallino vicino alla riva, qualche chilometro in giù lungo la
costa rispetto a Lepidor, un posto piacevole e tranquillo, perché non c'erano città che si affacciassero su
quella baia.
La tranquillità era proprio ciò di cui avevo bisogno, ed era stato per questo che avevo comunque
deciso di venire lì, anche se non ne avevo effettivo bisogno, perché durante la mia assenza, gli
oceanografi avevano tenuto sotto controllo le mie sonde, come quelle di tutti gli altri, e ne avevano
perfino sostituite due che erano andate distrutte durante una tempesta. Io però avevo sentito il bisogno
di andare da qualche parte dove potessi riflettere con tutta calma, senza essere interrotto.
Di trovare un posto dove potermi chiedere che cosa fosse andato storto, due notti prima.
Con Palatine, non ero sceso nei dettagli in merito a quello che era successo, le avevo detto
soltanto che qualcosa era andato per il verso sbagliato proprio alla fine del collegamento. Avrei voluto
controllare Ravenna, per accertarmi che stesse bene, ma adesso che la mia magia era stata messa sotto
chiave non potevo farlo... e d'un tratto mi ero sentito di colpo molto solo, senza quel potere che era
stato parte di me per tutto l'ultimo anno, e che adesso era finito in un luogo che non potevo
raggiungere; inoltre, il ricordo di quel breve momento di unione continuava a permanere dentro di me,
anche se era stata un'esperienza troppo fugace perché potessi rammentarla bene.
Palatine aveva controllato le pulsazioni di Ravenna, e aveva dichiarato di non riscontrare nulla
che non andasse. Io però non ero preoccupato per il corpo di Ravenna, ma per la sua mente: dopo
quello che avevamo fatto, pensare di rivolgersi a un guaritore era impensabile, e comunque dubitavo
che anche un guaritore avrebbe potuto aiutarla. E ciò che era successo, qualsiasi cosa fosse stata, era
colpa mia.
Palatine aveva poi provveduto a trasportare Ravenna nella sua stanza, perché io ero troppo
esausto e prosciugato per farcela, e mentre la accompagnavo, avevamo avuto un disaccordo in merito
all'utilità che io dormissi nella camera accanto a quella di Ravenna, nell'eventualità che le fosse
successo qualcosa durante la notte. Alla fine, l'aveva spuntata Palatine, facendomi notare che, privo di
magia, non avevo modo di essere d'aiuto, e in più avrei offeso la dignità di Ravenna a tal punto che lei
non mi avrebbe mai più rivolto la parola. Era quindi stata Palatine a occuparsi di spogliare Ravenna
dell'abito formale e di metterla a letto.
Io avevo poi trascorso una lunga notte tormentata, chiedendomi di continuo come stesse
Ravenna, e anche quando ero finalmente riuscito ad addormentarmi, i miei sogni giovanili erano tornati
a tormentarmi, quegli incubi selvaggi e informi che avevo sopportato per anni senza mai parlarne con
nessuno.
A colazione avevo rivisto Ravenna, all'apparenza illesa e immutata.
Quello era stato un posto troppo pubblico per poter parlare di qualsiasi cosa, ma se non altro
avevo avuto modo di accertarmi che ciò che era successo, qualsiasi cosa fosse stata, non le aveva
causato danni; anche durante il resto della giornata non c'era poi più stata l'occasione per discutere
dell'accaduto, a causa della cerimonia di insediamento di Midian e dell'insistenza da parte di mio padre
perché presenziassi a una seduta della corte di giustizia, quel pomeriggio.
E adesso, a un altro giorno di distanza, ancora non sapevo perché lei avesse avuto quel collasso,
o perché qualcosa fosse andato per il verso sbagliato nel legame mentale. Cos'era stata quell'oscurità
apparsa alla fine, e da quale mente era scaturita? Avevo sempre più l'impressione che Chlamas, Joshua
e Ukmadorian non fossero stati abbastanza esaustivi nei loro insegnamenti relativi al corpo e ai suoi
regni, e che si fossero concentrati invece troppo sul funzionamento effettivo della magia e sul suo
utilizzo come arma.
Il problema era che a Lepidor non c'era nessuno che conoscesse la magia... o almeno, nessuno
di cui potessi anche solo remotamente fidarmi, a parte Ravenna. Se non altro, alla Cittadella uno dei
maghi avrebbe potuto aiutarci... o forse no? Possibile che le loro lezioni avessero sorvolato sulla
struttura del corpo perché essi stessi ne sapevano ben poco?
D'un tratto, mi resi conto che tutti i loro insegnamenti avevano avuto quella caratteristica, che ci
avevano spiegato sempre il come, ma non il perché, di ogni cosa. Mi era stato mostrato come operare
con l'Ombra in ogni modo standard possibile, e avevo lavorato da solo in certa misura con l'Acqua, ma
nessuno mi aveva spiegato per quale motivo l'impiego di quelle tecniche avesse determinati effetti,
quale fosse la relazione esistente fra Acqua e Ombra, o ancora la natura dei livelli del corpo. No, mi era
stata fatta comprendere la teoria prima ancora che si cercasse di insegnarmi gli schemi su cui essa si
basava.
I miei insegnanti avevano forse omesso quelle nozioni perché in realtà non c'era nessuna
motivazione da fornire? La magia era una cosa che molte persone potevano utilizzare, ma se pure non
era possibile spiegare come essa funzionasse, di certo doveva esserci una spiegazione per le relazioni
esistenti fra gli Elementi... oppure no?
Mentre nuotavo lungo il fondale sabbioso chiazzato di sole, tenendomi un po' al di sopra dei
ricci di mare e dei pescipiatti che strisciavano su di esso, ricordai una cosa che il maestro oceanografo
mi aveva inculcato nella mente quasi dalla prima lezione.
L'oceano è più della somma delle sue parti, Cathan. Tutto ciò che accade è correlato a tutto il
resto. Se cambia direzione nella Baia di Lepidor, la corrente causa dei vortici al largo di Huasa, e se
l'acqua è troppo fredda intorno a Selerian Alastre, i pescatori cambressiani restano a mani vuote. Non
dimenticare che non stiamo studiando soltanto questo piccolo tratto della costa di Oceanus, ma l'intero
pianeta.
Fino a che punto la magia della mente aveva a che fare con gli altri Elementi? Soltanto i maghi
della mente potevano influenzare i pensieri, mentre io, se entravo nella mente di qualcuno, potevo
soltanto guardarmi intorno... il che costituiva comunque un'intrusione per me già eccessiva. Adesso
però avevamo fatto nel regno della mente qualcosa che aveva influenzato anche i regni del corpo e
dell'anima: possibile che non ci fosse un precedente per una cosa del genere?
In preda alla frustrazione, scalciai con violenza e per poco non andai a sbattere contro una
roccia. Carausius doveva aver avuto a disposizione persone che conoscevano queste cose, anche se solo
nei loro aspetti individuali, mentre io stavo annaspando alla cieca in cerca di risposte a domande che
pareva nessuno avesse mai posto prima. Oppure, cosa più probabile, quelle domande erano state poste,
ma le risposte erano andate perdute con i maghi e le loro biblioteche, e anche se alcuni maghi erano
sopravvissuti all'olocausto scatenato dal Dominio, era comunque impossibile credere che chiunque, al
di fuori degli Ordini, fosse riuscito a mantenere vivo il loro sapere nel corso dei secoli, considerato che
anche gli Ordini ne avevano perso una vasta parte.
Assalito da un pensiero improvviso, mi arrestai di colpo, poi fui costretto a tornare a
immergermi, sparpagliando una scuola di pesci corallo di un blu argenteo, perché nella mia distrazione
avevo cominciato a fluttuare verso l'alto. Possibile che il Visitatore conoscesse le risposte che cercavo?
Dopo tutto, lui mi aveva mostrato come bloccare i sogni che facevo, e a quanto pareva era anche il
depositario del segreto della mia nascita; d'accordo, lui non era un mago, ma forse aveva qualche
cognizione inerente alla magia, o magari conosceva qualcuno che ne possedeva.
Il Visitatore non era però più venuto a Lepidor da anni, e mio padre non era neppure certo che
fosse ancora vivo.
Quando infine passai attraverso una serie di anelli di roccia, sotto l'altura, e tornai a nuoto al
razzo di mare, non avevo ancora trovato le risposte che cercavo. L'ala nera risultò rovente a causa del
sole, per cui dovetti stendere su di essa una stuoia di canne per potermi sdraiare ad asciugare, prima di
tornare in città.
Quanto erano approfondite le conoscenze di Ravenna? Possibile che lei possedesse le risposte
che mi servivano? Quante cose le erano state insegnate, prima del suo arrivo alla Cittadella
dell'Ombra? Lei era una maga del Vento, oltre che dell'Ombra... possibile che i Tehamani, quel suo
popolo che lei tanto disprezzava, le avessero insegnato cose che esulavano dalla comune portata della
magia?
Tuttora in preda all'incertezza, mi decisi infine a indossare abiti da terraferma e a chiudere il
portello, per poi far immergere il Tricheco e puntare verso Lepidor.
Ancorato il Tricheco a una delle torri di attracco per razzi di mare, sotto l'edificio degli
oceanografi, salii a consegnare i miei campioni e una copia delle letture della sonda. Trovai il maestro
oceanografo nel magazzino dei campioni, intento a controllare che fosse tutto in ordine; più anziano di
Siana, il maestro oceanografo era un vecchio dall'aria fiera, con lunghi capelli e folti baffi entrambi
candidi, ancora nel pieno possesso delle forze, contrariamente all'artritico Avarca... ex-Avarca, come
ricordai a me stesso.
«Oh, sei tornato» commentò. «Ti sei perso qualcosa d'interessante.»
«Davvero?» commentai, procedendo a inserire i sottili tubi nei loro spazi, all'interno di un
armadietto.
«L'Avarca ha annunciato che insedierà un tribunale della Fede: tutti i membri del clan saranno
interrogati in merito alla loro conoscenza dei principi di base della fede, e a quelli che non risulteranno
abbastanza informati... verrà impartito un insegnamento approfondito» spiegò, girandosi verso di me
con un'espressione volutamente sadica sul volto.
Ricordandomi le accuse che Ravenna aveva formulato sul conto di Midian, cominciai a
chiedermi se lei non avesse avuto ragione.
«Quando intende cominciare?» domandai.
«Oggi stesso.»
«Questi vengono tutti dalle sonde meridionali» affermai, posando al suo posto l'ultimo
campione e richiudendo l'armadietto. «Intorno a Punta Taraway ho rilevato più sedimenti del consueto,
ma a parte questo non c'è nulla di insolito.»
«Hai preso un campione alla Punta?»
«È qui insieme agli altri» annuii.
«Mi fa piacere vedere che non hai dimenticato l'addestramento.»
Passato nella stanza accanto all'archivio, lasciai là i dati scritti prima di tornare a Palazzo, dove
Palatine mi venne incontro ai cancelli.
«Dove sei stato, Cathan? Midian ci ha convocati per il primo turno di interrogatori, e hai già
mezz'ora di ritardo.»
«Sono stato fuori» risposi. «Se non approva, Midian può anche buttarsi giù da un'altura.»
«E sostieni di non voler essere notato» commentò lei, mentre ci avviavamo verso il Tempio.
«Sono un membro della Corporazione Oceanografica» ribattei, «ed ero impegnato a svolgere un
lavoro per conto della Corporazione. Midian non può trovare da ridire: se vuole mettere in piedi un
tribunale, dovrà adattarsi agli impegni delle altre persone.»
«Fa' come preferisci» affermò Palatine, scrollando le spalle.
«Dov'è Ravenna?» chiesi.
«L'hanno già interrogata. Ricordi quello che lei ha detto sul conto di Midian, l'altra notte?»
rispose Palatine, e senza darmi il tempo di replicare, proseguì: «Allora non le ho creduto, ma adesso,
con questa faccenda del tribunale, chi può dire che non abbia visto giusto? Inoltre, ricorda che non è
simpatica a Midian; hai visto il modo lascivo con cui l'ha fissata, al ricevimento: essendo
Arcipelaghiana, dal punto di vista di quel porco, lei non ha nessun diritto.»
«Qual è lo scopo di tutto questo discorso, Palatine?» domandai, consapevole che, di solito, lei
non scendeva tanto nei dettagli a meno di volermi convincere di qualche cosa.
«Ecco, forse se tu e Ravenna cercaste di comportarvi come due innamorati... non che lo siate» si
affrettò ad aggiungere, «o che siate disposti ad ammettere di esserlo, ma in questo modo la
proteggeresti, perché tu sei troppo importante, e Midian non può rischiare di offenderti.»
«Lo hai chiesto a Ravenna?»
«Ne ho parlato prima con lei, perché è più suscettibile di te. È d'accordo con me, e conviene che
questa è una buona soluzione, se non vogliamo che Midian finisca con un coltello piantato nel corpo.»
«Se lei ha acconsentito, allora sono disposto a stare al gioco.»
«Ah, un'altra cosa. Hamilcar è partito. Mi ha incaricata di salutarti e ha detto che tornerà presto
a prendere il prossimo carico. Il vostro ammiraglio è partito con lui, per scortarlo per parte del tragitto.»
Ricordando la nave pirata che avevamo incontrato al largo di Pharassa, mi augurai che quella
precauzione fosse sufficiente. La Stella d'Ombra era un incrociatore da battaglia, e non aveva avuto
difficoltà a respingere i pirati, ma che dire della Marduk? La manta di Lepidor non era certo potente
quanto quella della Cittadella.
Al nostro arrivo al Tempio, trovammo una piccola folla in attesa nel cortile, e uno dei nuovi
preti arrivati con Midian fermo vicino alla porta interna. Quando ci vide, ci fece cenno di avvicinarci.
«Adesso l'Avarca è impegnato, quindi vi riceverà questa sera, alle otto» disse.
«A quell'ora non possiamo venire» risposi, senza riflettere. «Noi ceniamo, alle otto.»
«L'Avarca non modifica i suoi programmi per le comodità degli altri. Se fossi venuto quando
eri stato convocato, questo problema non si sarebbe verificato.»
«Se Midian mi avesse informato della convocazione con un margine di anticipo superiore ai
cinque minuti» ribattei, in preda a un'ira improvvisa, fissando negli occhi quel magro prete, «forse
avrei potuto essere presente. Così come stanno le cose, non ho nessuna intenzione di trascurare i miei
doveri per aspettare i suoi comodi. Con tutto il rispetto, naturalmente, Domine.»
Poi mi girai e mi allontanai a grandi passi, uscendo dal cortile con Palatine che mi seguiva da
presso.
«Nel nome di Ranthas, Cathan, che cosa stai facendo?»
«Non intendo permettere a Midian di darmi ordini nella mia città. Se proprio mi vuole
convocare davanti al suo tribunale, che cerchi almeno di farlo con la dovuta cortesia.»
«Non lo irritare. Per favore, fallo nell'interesse di Ravenna, se non per te o per me, ma cerca di
essere un po' più diplomatico.»
«Lo farò solo quando Midian imparerà a essere cortese. Per quanto lui possa pensare il
contrario, qui non siamo in Haleth, lui non ha nessuna autorità, al di fuori delle questioni religiose, e di
certo non ha l'autorità di convocarmi a suo piacimento a qualsiasi ora del giorno o della notte.»
«Se lo offendi, cercherà di fartela pagare, Cathan, e sai quanto sia pericoloso. Per favore, non
ignorare il mio avvertimento.»
«Palatine, quello che Midian sta cercando di fare esula dalla sua autorità. Questo non è un
processo per eresia, è soltanto un tribunale a scopo educativo, e sono assolutamente nei miei diritti se
scelgo di ignorarlo. Ora, che ne dici di andare a pranzo? Fra mezz'ora, mi aspettano di nuovo alla
Corporazione.» Alla fine, Midian si arrese, e mandò un messaggero per chiedermi a che ora desideravo
presentarmi, quando erano già trascorsi tre giorni dall'apertura del suo tribunale ed esso aveva
interrogato oltre cento persone: naturalmente, io non ebbi difficoltà a dimostrargli di conoscere a fondo
i principi della Fede, perché anche se non ci credevo, essi mi erano comunque stati insegnati alla
Cittadella, in base al principio che era bene conoscere il proprio nemico.
Quando una nuova crisi si abbatté su Lepidor, tuttavia, non potei fare a meno di chiedermi se la
mia cocciutaggine non fosse la causa di tutto: esattamente una settimana dopo il suo arrivo, Midian
arrestò un gruppo di mercanti delle tribù che erano arrivati in città.
Noi non avevamo legami ufficiali con le tribù, o con gli abitanti dell'interno, ma esisteva un
tacito accordo con una delle tribù meno ostili; in base a esso, ogni due o tre mesi essa faceva valicare il
passo settentrionale a una piccola carovana, che scendeva in città per barattare pellicce in cambio di
pesce e di altri oggetti che non erano reperibili nelle vallate. Finché li lasciavamo in pace, quei barbari
non ci causavano problemi.
Naturalmente, la cosa non ebbe la minima importanza per Midian, che ordinò ai suoi preti di
trascinare quei mercanti davanti al tribunale, per appurare fino a che punto conoscessero la Fede.
L'ovvia, prevedibile risposta, fu che non la conoscevano affatto, quindi lui ordinò la confisca
dei loro beni e li fece rinchiudere nelle celle dei penitenti, dove Mezentus era stato recluso appena poco
tempo prima. Mio padre cercò di intervenire e di persuaderlo a lasciar andare i barbari, ma quello era
per lui un terreno infido, perché i rapporti con i barbari andavano contro le usanze del Dominio, e
pareva che Midian intendesse essere inflessibile, applicando alla lettera la legge religiosa.
Il fatto che lui guardasse a quei barbari vestiti di pelli con assoluto disprezzo non fu certo
d'aiuto. Personalmente, io avevo avuto ben pochi contatti con le tribù, perché non riuscivo quasi a
capire il loro dialetto, una forma distorta di Arcipelaghiano, ma sapevo che erano un popolo orgoglioso
e indipendente, che si comportava certo molto meglio degli halettiti con le sue donne, e nei rapporti fra
tribù.
Quel pomeriggio, scoppiò poi una tempesta, cosa che ci diede una gradita tregua, perché i
barbari non sarebbero potuti ripartire ugualmente a causa del clima; approfittando del tempo così
guadagnato, mio padre invitò Midian a Palazzo per cercare ancora una volta di persuaderlo a lasciar
andare i barbari, e per l'occasione richiese anche la mia presenza.
L'incontro ebbe luogo nella Camera del Consiglio segreta; al suo arrivo, Midian si mostrò
sorridente e disponibile, un atteggiamento che però svanì all'istante non appena mio padre menzionò il
problema dei nativi.
«Credevo che ne avessimo già discusso, conte» replicò. «Sono pagani, adoratori di falsi dèi, ed
è contrario alla legge di Ranthas permettere anche solo che mettano piede in città.»
«Può darsi di sì, Avarca, ma se quei barbari non torneranno nella loro valle una volta finita la
tempesta, ci sarà una scorreria, e fra la mia gente ci potrebbero essere dei morti. Qui sulla frontiera, non
ci possiamo permettere di offendere le tribù.»
«I vostri marine possono tenere testa a quei barbari in qualsiasi momento.»
«È ovvio che possono farlo, ma se ci inimicheremo la tribù, i barbari cominceranno una serie di
razzie contro i nostri avamposti sui passi, ci ruberanno cibo e averi, e uccideranno della gente. E io non
intendo permettere che membri del mio clan vengano uccisi solo perché tu non hai potuto onorare un
accordo: ho prestato il giuramento di proteggere il mio clan, e non vi verrò meno.»
«Conte, questo è un problema che ricade interamente sotto la giurisdizione del Dominio. È
eresia adorare qualsiasi altro dio che non sia Ranthas, e questi uomini sono colpevoli dichiarati.»
«Allora, perché il Dominio non ha qui degli avamposti di missionari che provvedano a mostrare
loro la vera via?» ribatté mio padre, protendendosi in avanti sul tavolo e fissando Midian negli occhi.
«In quel caso, potreste portarli pacificamente nel vostro ovile.»
«Ci abbiamo provato, ma non sono disposti ad ascoltare la voce della ragione. Capiscono
soltanto la forza bruta.»
«Esattamente. Non avete avamposti missionari in queste zone perché sono troppo pericolose.
Non volete mettere in pericolo la vostra gente, come io non voglio mettere a repentaglio la mia.»
«Ti avverto, conte, resta fuori da questa storia» ammonì Midian. «Tu hai la tua autorità, e io ho
la mia. Adesso ho altri affari che richiedono la mia presenza.»
E lasciò la stanza senza neppure fare un inchino.
«Che la fornace dell'inferno lo incenerisca!» esclamò mio padre, calando con violenza il pugno
sul tavolo. «È disposto a vederci tutti morti, piuttosto che venire meno ai suoi dannati principi.»
«C'è qualcosa che possiamo fare?» domandai.
Elnibal mi guardò come se si stesse accorgendo soltanto allora della mia presenza, anche se ero
rimasto seduto in silenzio accanto a lui durante tutta la discussione.
«No, nulla» rispose. «Non ora, almeno. Se dovessimo interferire, lui scatenerebbe su di noi l'ira
dei suoi amici fanatici. La sola via che mi rimane è quella di scrivere al re per riferirgli quello che è
successo, e vedere se lui riesce a intercedere presso l'Esarca.»
Io mi domandai se la risposta non sarebbe giunta troppo tardi.
La tempesta si esaurì dopo due giorni, ma Midian rifiutò comunque di liberare i mercanti
prigionieri, e il giorno successivo annunciò che sarebbero stati processati per eresia.
«È pazzo, oppure è stupido» sentenziò Palatine.
«È entrambe le cose» replicò Ravenna. «Forse viene pagato in base al numero di eretici che
manda al rogo, ed è preoccupato che gli riducano lo stipendio se non riesce a mettere in piedi qualche
processo.»
Quello era un commento insolito da parte sua, quasi una battuta di spirito, e io mi chiesi se
rientrasse nella recita che avevamo messo in piedi.
«Spero di no» ribattei.
Il mattino successivo all'annuncio dei processi da parte di Midian, mio padre mi convocò nel
suo ufficio, dove lo trovai seduto dietro la scrivania, coperta da mucchi di documenti ufficiali e di
incartamenti.
«Non abbiamo ancora saputo nulla dalle tribù dei nativi» mi disse. «Voglio che tu vada alla
miniera e al passo, per ispezionare le difese. Prendi con te Palatine, se lo desideri, ma non Ravenna,
perché Midian vi potrebbe creare dei problemi e non credo che Ravenna sappia difendersi bene quanto
Palatine. Questa mattina, Midian ha mandato un prete al passo, perché si prendesse cura dell'anima
delle guardie, e potresti incontrarlo mentre torna indietro.»
«Devo prendere una scorta?» domandai.
«Ti ho assegnato otto marine, che ti aspetteranno alle porte cittadine entro un quarto d'ora.»
«Vado a cercare Palatine.»
«L'ho messa al lavoro nell'armeria, in modo che abbia qualcosa da fare oltre che gironzolare a
vuoto» mi informò mio padre.
Lasciato il suo ufficio, tornai nella mia stanza per cambiare i calzoni leggeri che avevo indosso
con un paio da equitazione, e per infilarmi una tunica più calda, perché pur non essendo lontano dal
mare, il passo era piuttosto alto e l'aria lassù era decisamente fredda; per precauzione, mi affibbiai
anche la spada alla cintura.
L'armeria era un sotterraneo a volta posto sotto gli alloggiamenti principali, dal lato opposto
della piazza principale. I marine di guardia alle porte non accennarono neppure a fermarmi, e
l'impiegato dell'armeria si limitò a chiedermi di lasciare la spada vicino alla porta e di scrivere il mio
nome sul libro degli ingressi.
Nella serie di stanze e di passaggi di pietra c'era ben poca attività, ma gli echi dell'alta volta
avevano l'effetto di ingigantire ogni piccolo suono con un effetto cacofonico e spettrale, per cui non
faticai a sentire la voce di Palatine, e anche quella di Ravenna, quando ero ancora ad alcune stanze di
distanza.
Le due ragazze si trovavano in una camera lunga e stretta, quasi un corridoio, insieme ad alcuni
marine, impegnati a ispezionare le spade appese più oltre. Palatine, invece, stava controllando il
meccanismo delle balestre che pendevano dalle pareti, simili a strumenti di tortura, e stava riferendo le
loro condizioni a Ravenna, che aveva un registro in una mano e un bastoncino di grafite nell'altra, e che
procedeva ad annotare su un elenco le cifre che le venivano fornite. Nel vederle, mi augurai che Midian
non avesse notato gli stivali e gli abiti che entrambe avevano indosso, perché ero certo che violassero
una delle meschine restrizioni che il Dominio aveva aggiunto alle leggi di Ranthas.
Ravenna e Palatine interruppero entrambe il lavoro al mio avvicinarmi, perché per quanto stessi
cercando di essere il più silenzioso possibile, il raspare delle suole degli stivali sul pavimento di pietra
era comunque decisamente udibile.
«Ah, eccoti qui» sussurrò Palatine. «Ci stavamo chiedendo quando saresti riuscito a sottrarti
agli affari di stato.»
Poi sillabò qualcosa in silenzio e accennò con la testa in direzione di Ravenna, a ricordarmi la
mascherata che avevamo messo in piedi a beneficio di Midian, e che doveva essere mantenuta anche
quando lui non era presente. Raccogliendo il suggerimento, presi la mano di Ravenna nelle mie,
chiedendomi al tempo stesso come mai mi riuscisse tanto difficile compiere un gesto così semplice.
«Mio padre vuole che tu e io andiamo a ispezionare le difese della miniera» annunciai a
Palatine.
«E io?» intervenne subito Ravenna.
«Mio padre non intende permetterti di venire» risposi, sussurrandole all'orecchio per non creare
echi. «Se dovessimo imbatterci in una scorreria, non possiamo correre il rischio che qualcuno ti veda
combattere.»
«Dannato Dominio» sussurrò lei, di rimando.
Palatine trovò qualcun altro che portasse avanti il suo lavoro e tornò fuori con me, mentre
Ravenna rimase nell'armeria per aiutare gli altri; del resto, quei giovani marine non l'avrebbero
infastidita, perché la sua supposta relazione con me la metteva al riparo da interessamenti sgraditi.
Una volta recuperata la spada all'ingresso, mi resi conto che eravamo in ritardo, per cui ci
dirigemmo di corsa verso le stalle. Io avevo un cavallo di mia proprietà, anche se non lo utilizzavo
molto spesso e di solito lo prestavo in via non ufficiale a uno dei miei cugini. Si trattava di un castrato
dalla criniera color bronzo, abbastanza tranquillo da compensare il mio scarso talento equestre;
Palatine, che ricordava di aver cavalcato ogni sorta di strane creature, compresi elefantini silverniani,
scelse un più vivace stallone dalla criniera dorata.
Al nostro arrivo alle porte, con un paio di minuti di ritardo, trovammo gli otto marine della
scorta che ci aspettavano. Subito notai che, al posto della consueta corazza leggera, tutti e otto
indossavano l'armatura completa, composta da strisce di metallo sovrapposte su una casacca di seta,
gonnellino laterale imbottito per proteggere le gambe, ed elmo con piastre a difesa del collo, e imprecai
contro Midian e la sua cocciutaggine... tutto questo non era necessario, e non si sarebbe verificato se
Siana fosse ancora stato il nostro Avarca.
In colonna, avviammo i cavalli sulla strada dell'interno, passando attraverso i campi e
addentrandoci nella vallata di cedri che si stendeva al di sotto della miniera. Non essendo più stato
lassù dal giorno in cui era stato scoperto il ferro, diciotto mesi prima, constatai che anche quella zona,
come il resto della città, era cambiata: la strada, che era stata costellata di buche e di pietre smosse, era
stata riparata e, a detta di uno dei marine, sarebbe presto stata pavimentata.
Arrivati all'altezza della miniera, non svoltammo però a destra per raggiungerla, perché
saremmo saliti prima al Passo Settentrionale, più distante e più disagevole se vi fossimo rimasti
bloccati da una tempesta; inoltre le difese del passo erano più importanti di quelle della miniera.
Una volta raggiunta l'estremità della valle, i marine assunsero uno schieramento protettivo,
quattro davanti a noi e quattro alle nostre spalle. Ci trovavamo ancora in un'area boschiva, ma ai nostri
lati i fianchi delle colline si levavano sempre più erti, e la vegetazione si andava sempre più diradando,
mentre più avanti si profilavano già le sagome grigie delle montagne, minacciose e immense. La vista
di quelle cime remote aveva sempre l'effetto di strapparmi un brivido, perché la vicinanza di quei
picchi coperti di neve mi dava l'impressione che anche a valle di colpo facesse più freddo.
«Sai» commentò Palatine, dopo un momento di silenzio, mentre risalivamo al trotto il sentiero
pietroso, «chiunque altro, al tuo posto o a quello di Ravenna, avrebbe accolto con piacere il mio
suggerimento e si sarebbe divertito a recitare il ruolo di innamorato... anzi, non ci sarebbe stato neppure
bisogno di suggerimenti! Si può sapere che cosa avete, voi due? Credevo di avervi capiti, ma ora mi
accorgo che non è così.»
«Se lo sapessi, te lo direi» replicai, riluttante a rivelare a chiunque, perfino a lei, i miei pensieri
confusi. «Perché adesso ti fidi di lei, mentre all'inizio eri restia a farlo?»
«Ora siamo nella tua città, non la stiamo seguendo dove lei vuole portarci. Però non cambiare
argomento. Pensi davvero di farmi credere che non sai cosa sta succedendo?»
«No, non lo so» dichiarai. «È evidente che lei non è interessata a me... e ora possiamo parlare di
altro?»
Le sue domande stavano cominciando a irritarmi, anche se sapevo che il suo era solo un
interessamento amichevole.
«Non possiamo» ribatté Palatine, con fermezza. «Non crederai sul serio di non interessarle,
vero?»
«Palatine, non so cosa credere, e comunque questa è una cosa di cui non intendo discutere, né
con te, né con chiunque altro.»
«D'accordo, allora non insisterò» annuì Palatine. «Prima di abbandonare l'argomento, però
vorrei pregarti di non pensare che lei non provi nulla per te. Forse non te ne sei accorto, ma sei la sola
persona a cui Ravenna abbia mai permesso di toccarla, da quando la conosco.»
Palatine rimase poi in silenzio per il resto del tragitto; ben presto, raggiungemmo il sentiero
montano all'estremità della vallata superiore, dove gli alberi si riducevano a stentati cespugli, e davanti
a noi si parò la mole incombente di un muro lungo duecento metri, con tre torri e una sola porta, che
bloccava l'unico passo che, nel raggio di decine di chilometri, su entrambi i lati, permettesse di
raggiungere l'interno di Oceanus. Il solo modo per accedere alle torri o per superare il muro era quello
di oltrepassare la porta che si apriva accanto alla torre centrale, misura che serviva a impedire a gruppi
di razziatori che giungessero di soppiatto lungo angusti sentieri montani, di sorprendere la guarnigione
e di aprire le porte.
Non appena fummo più vicini, io notai però che qualcosa non andava, perché le guardie che
avrebbero dovuto sorvegliare la porta laterale mancavano e non si vedeva la testa delle sentinelle di
servizio sbucare oltre il parapetto.
«Affrettiamoci» dissi, sentendo l'irritazione destata in me dalle parole di Palatine svanire sotto
un'ondata di timore crescente. Al galoppo, percorremmo a tutta velocità l'ultimo centinaio di metri che
ci separava dal passo, e una volta là il comandante dei marine ci ordinò di aspettare.
«Se doveste sentire il rumore di un combattimento, andate via all'istante» avvertì, poi smontò di
sella con i tre marine dell'avanguardia e avanzò verso la torre centrale.
Per lunghi momenti, rimasi a guardare la torre, che si stagliava sullo sfondo dei picchi montani
e dell'abbagliante cielo azzurro; intorno a me, nessuno si mosse, anche se i cavalli mostrarono segni di
nervosismo.
Poi il comandante dei marine riemerse di corsa dalla porta.
«Esconte, siamo stati traditi» annunciò. «Tutti i membri della guarnigione sono dentro, in stato
di incoscienza, e le porte sono aperte. Credo che tutto questo sia successo da almeno tre ore.»
Dunque le tribù avevano oltrepassato le nostre difese ed erano libere di circolare nel territorio di
Lepidor.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
«Dove si dirigeranno?» domandò Palatine, facendo girare il proprio cavallo in modo da poter
guardare verso la valle.
«Probabilmente, punteranno sulla miniera» rispose il comandante. «Lepidor e le altre cittadine
sono troppo ben difese per poter essere attaccate da un gruppo di nativi.»
«E comunque non riusciranno a superare gli scudi aetherici delle città.»
«E se anche là ci fossero dei traditori?» obiettò Palatine. «Se ce n'è stato uno qui, ce ne
potrebbero essere altri.»
«Stiamo sprecando tempo, indugiando quassù» intervenni. «È troppo sperare che la trasmittente
d'emergenza funzioni?»
«Hanno fracassato tutto l'equipaggiamento, inclusi i razzi di segnalazione, quindi non c'è modo
di avvertire nessuno» replicò il comandante dei marine, cupo in volto, lanciando un'occhiata piena di
disagio in direzione della valle.
«Qual è la cosa migliore da fare, allora?» gli chiesi.
«Potremmo rimanere qui e tentare di intercettare i barbari quando se ne andranno, oppure
possiamo tornare indietro, per avvertire la miniera, o la città» rispose; mentre parlava, due degli altri tre
marine sbucarono sui bastioni e spiccarono la corsa su di essi, diretti alle altre torri.
«Rimanere qui è inutile» affermò Palatine, rivolta a me; notando come stava tormentando le
redini, mi resi conto che non era poi calma come riusciva a sembrare. «Non c'è nulla che noi si possa
fare, in dieci contro un esercito. Dobbiamo tornare indietro e dare l'allarme!»
Incerto, spostai lo sguardo da lei al comandante dei marine, perché anche se si supponeva che
avessi il comando del contingente, in realtà ero il meno esperto del gruppo, quindi come facevo a
prendere una decisione? Dovevamo tornare indietro, correndo il rischio di cadere in un'imboscata?
D'altro canto, rimanere lì era senza dubbio inutile. Esitai per un secondo ancora, poi presi una
decisione.
«Richiama i tuoi uomini, capitano» ordinai. «Torneremo indietro.»
«Buona idea, signore» approvò il comandante dei marine. «Prima di andarcene, chiuderemo le
porte, in modo da ostacolare quei selvaggi sulla via del ritorno.»
Poi si diresse di corsa verso le porte, gridando agli uomini sui bastioni di venire giù; un
momento più tardi, sentii il rumore stridente della sbarra che veniva spinta al suo posto, un suono che
parve echeggiare per le colline, così stentoreo da darmi la certezza che le tribù dovessero averlo sentito.
Anche se impiegarono solo un paio di minuti a bloccare le porte, a me parve un'eternità, mentre
aspettavo in sella, in preda alla tensione; poi i marine uscirono di corsa dal casotto di guardia e
montarono a loro volta, riprendendo la formazione di prima, quattro davanti e quattro dietro di noi, ma
ora a mezza lunghezza di distanza, nell'avviarsi per ridiscendere il sentiero. Non appena il terreno si
fece meno erto, e la via un po' più diritta, il comandante della pattuglia spronò il cavallo al galoppo.
D'un tratto, i boschi sui due lati della pista parvero farsi più cupi e minacciosi, nonostante i
raggi di luce solare che riuscivano a trapelare fra il fogliame, e io mi sorpresi a sussultare a ogni fruscio
di rami e a ogni trillo d'uccello, vedendo barbari nascosti dietro ogni cespuglio. I pendii delle montagne
si stagliavano grigi e spogli sullo sfondo delle nuvole, ma anche lassù mi parve di vedere ombre
accucciate dietro i massi, sui ghiaioni. Invece non c'erano barbari in agguato, e il nostro gruppo
procedette in silenzio, pieno di tensione, fino al bivio che portava alla miniera, con il martellare degli
zoccoli che ci echeggiava negli orecchi. Arrivati in fondo alla vallata superiore, tornammo a rallentare
l'andatura, perché nessuno di noi voleva andare a finire dritto in una trappola, e io sentii la mia
apprensione crescere a ogni chilometro che percorrevamo.
Che cosa avrebbero fatto i barbari? Ci avevano colti di sorpresa, grazie al traditore nella torre,
un trucco che però potevano utilizzare soltanto una volta, ma dove sarebbero andati, adesso che
avevano superato le nostre difese? La miniera costituiva per loro un bersaglio abbastanza importante? E
in quanti erano?
Alla Cittadella mi avevano insegnato in certa misura a leggere le tracce, quindi cercai di trovare
da solo una risposta a quell'ultimo interrogativo, basandomi sui segni rivelatori rimasti impressi sulla
strada, imprecando contro me stesso per non essere stato più guardingo all'andata. I nativi avevano
nascosto bene le loro tracce, ma io sarei probabilmente riuscito a individuarle, se non fossi stato
impegnato a parlare con Palatine.
Appena prima della biforcazione della strada, il comandante dei marine fece arrestare il cavallo,
sollevando una mano per segnalare anche a noi di fare altrettanto.
«Avete sentito?» domandò.
«Sentito cosa?» replicai, tendendo l'orecchio, senza però udire nulla, a parte il frusciare delle
foglie e l'occasionale stridio di un gabbiano o di un falco. Non mi pareva che ci fosse nulla fuori
dell'ordinario.
«Esattamente quello che intendevo» replicò il comandante, cupo in volto. «I macchinari si sono
fermati. Tu non sei più stato alla miniera, da quando abbiamo trovato il ferro, quindi non sai che da qui
si può sempre sentire il ronzare delle macchine e i tonfi delle rocce.»
«In che stato sono le difese? Sono state potenziate?» domandai.
«Adesso ci sono mura di pietra, e una porta vera e propria, con un cannone a legnofiamma, ma
se le tribù sono riuscite a cogliere alla sprovvista le guardie della miniera, è possibile che non abbiano
potuto chiudere le porte in tempo.»
«Cosa facciamo?»
«Lasceremo qui un paio di uomini, perché vadano in esplorazione per vedere cosa sta
succedendo, mentre io scorterò te e Palatine a Lepidor. Siamo decisamente inferiori dal punto di vista
numerico, e questo non è posto dove possiate stare senza adeguata protezione.»
«Ma sappiamo con certezza in quanti siano?» intervenne Palatine. «Se hanno preso la miniera,
non è possibile che stiano bloccando anche la strada, più avanti? Non mi sembra il caso di andare
incontro a una trappola.»
«Hai un'idea migliore?» ribatté il marine, in tono secco, all'apparenza a disagio nel trattare con
Palatine, e irritato per il modo in cui lei lo stava contraddicendo.
«Possiamo nasconderci nella foresta e inviare esploratori alla miniera, per accertare quanti siano
e cosa stiano facendo i barbari» suggerì Palatine.
«Agendo subito, potremmo avere una possibilità di riuscire a passare, nel caso che non siano
ancora in posizione» insistette il comandante dei marine.
«Stiamo già sprecando tempo con queste discussioni» tagliò corto Palatine. «Cathan, hai tu il
comando, spetta a te decidere.»
Di colpo, tutti si girarono verso di me, e io mi resi conto con un senso di sgomento che si
aspettavano che prendessi una decisione, imprecando al tempo stesso con me stesso per aver saltato
tutte quelle lezioni di strategia per uscire in mare con gli oceanografi. Qui, infatti, tutto il mio
addestramento in mare era inutile, e non sapevo cosa fare. Certo, il marine aveva una notevole
esperienza, e conosceva la zona, ma io avevo già visto parecchie volte in azione il genio militare di
Palatine, alla Cittadella. D'altro canto, potevo sperare che lei fosse altrettanto abile in una situazione
reale? Di nuovo, esitai.
«Presto, signore!» mi incitò il marine, con malcelata impazienza.
«Sarà meglio...» cominciai, ma non riuscii a finire la frase perché a quel punto un coro di urla
improvvise annunciò il sopraggiungere dei barbari, che emersero dai boschi su entrambi i lati, muniti di
lance. Il mio castrato s'impennò, spaventato, quando una lancia si andò a piantare nel terreno, davanti a
esso, e io fui costretto ad aggrapparmi al suo collo per non cadere di sella.
«Fuggite!» gridò il comandante dei marine. «Cercate di passare.»
Io spronai il cavallo, vedendo i marine estrarre la spada, fra una confusione di cavalli che
caracollavano nervosamente.
«Cathan!» esclamò la voce di Palatine, alle mie spalle, mentre giravo il castrato per lanciarlo
lungo la strada. «Attento!»
Grazie al suo avvertimento, vidi appena in tempo i fili tesi e riuscii a evitarli entrambi, come
fecero anche alcuni degli altri; a giudicare dai rumori alle mie spalle, però, uno dei marine non fu
altrettanto fortunato. Estratta la spada, spronai il cavallo al galoppo, nella speranza che più oltre non ci
fossero altre trappole, ma non riuscii ad arrivare lontano.
Meno di trenta metri più avanti, una doppia fila di nativi armati di lance emerse dagli alberi per
sbarrarmi il passo; per un momento, pensai di travolgerli con la mia cavalcatura, ma poi mi resi conto
di essere un facile bersaglio per le loro armi e feci arrestare il castrato, girandomi per vedere che ne
fosse stato degli altri.
Tutti i marine, tranne uno, erano stati tirati giù di sella, e uno di essi giaceva in un mucchio
scomposto sul bordo della strada. Quanto a Palatine, era riuscita a sua volta a superare i cavi, ma
adesso si era fermata, con un'espressione delusa e rabbiosa sul volto.
«Smontate e gettate la spada, altrimenti vi uccideremo» gridò qualcuno, alle nostre spalle.
«Obbedisci» suggerì Palatine, lasciando cadere al suolo la spada. Dopo un momento, io la
imitai e scivolai giù di sella, abbassando lo sguardo sulla mia spada, abbandonata nella polvere della
strada, perché in quel momento non me la sentivo di incontrare quello di Palatine.
Alcuni momenti più tardi, venni afferrato da un paio di robusti barbari, che mi legarono le mani
dietro la schiena e mi spinsero con le loro lance verso la miniera.
Mentre i barbari ci scortavano lungo la strada ben tenuta che conduceva alle porte della miniera,
mi resi conto che il comandante dei marine aveva avuto ragione e che essa era stata espugnata, come
dimostravano le porte aperte e alcuni nativi dall'aria feroce posti a sorvegliarle. Nonostante la gravità
della situazione, non potei fare a meno di meravigliarmi di quanto la miniera si fosse espansa dopo la
mia partenza. Il recinto era stato allargato, la rozza palizzata sostituita da un vero e proprio muro, e
all'interno erano visibili parecchi nuovi edifici; all'esterno, invece, un fossato pieno d'acqua era stato
scavato nel tratto in cui il terreno era pianeggiante, e all'altezza delle porte era stato costruito su di esso
un ponte levatoio. Mentre i nostri catturatori ci spingevano oltre le porte, scorsi l'entrata della miniera,
molto più larga e dotata di rotaie affiancate da una grande ruota, accanto alla quale sorgeva un edificio,
che supposi ospitare il reattore a legnofiamma.
Nel recinto non c'erano segni di attività, si vedevano soltanto numerosi nativi, fermi accanto
all'ingresso della miniera; notando che esso era stato bloccato con alcune casse, mi chiesi cosa stesse
succedendo all'interno.
I barbari ci sospinsero nel centro del cortile e ci dissero di girarci verso le porte; mentre
obbedivo, mi accorsi di avere le mani che cominciavano a perdere sensibilità, perché i lacci troppo
stretti stavano arrestando progressivamente la circolazione.
Intanto, i guerrieri che ci avevano teso l'imboscata... una cinquantina circa... entrarono nel
cortile e si raccolsero in una folla piena di aspettativa, mentre alcuni dei loro compagni conducevano in
uno degli edifici sette marine legati, di cui uno accasciato nella presa dei suoi catturatori, con la faccia
coperta di sangue. Chiedendomi chi mai stessero aspettando quei selvaggi, desiderai che si decidessero
ad agire, perché qualsiasi cosa avessero in serbo per noi era certo preferibile al restare fermo lì, legato,
in mezzo al cortile con intorno sessanta o settanta nativi che continuavano a fissarmi.
Un momento più tardi, vidi una figura bassa e snella, vestita con un'armatura di cuoio, emergere
da uno degli edifici, accompagnata da massicce guardie del corpo. Il nativo si diresse con calma verso
di noi e rivolse un cenno alle guardie, che ci costrinsero a inginocchiarci. Non più alto di me, il capo
della tribù aveva la pelle scura, lineamenti affilati e occhi castani; quanto all'età, era difficile da
valutare, ma supposi che dovesse essere intorno alla quarantina.
«E così abbiamo catturato un pesce grosso» commentò, in Arcipelaghiano accentato. «Esconte,
io sono Gythyn, dei Weidiro.»
Divorato dalla vergogna, io mi limitai a fissarlo con aria di sfida.
«Forse potresti dirci perché avete infranto il nostro sacro accordo, Esconte, e perché state
tenendo prigionieri alcuni membri del mio popolo» continuò il capo, dopo una breve pausa.
«Non è stato mio padre a infrangere il patto, ma il nostro prete. È nuovo della città, ed è deciso
a punire l'eresia.»
«Eresia? La nostra fede sarebbe eresia?» domandò Gythyn, in tono pericolosamente calmo.
«Non è la fede di Ranthas, e per il prete, questo è anatema» risposi.
«Il vostro conte è responsabile per le azioni dei suoi preti.»
«Mio padre non ha autorità su di lui!» protestai. «Se intervenisse per far rilasciare i prigionieri,
verrebbe arrestato a sua volta!»
«Nondimeno, quel prete rappresenta il vostro clan, e il vostro clan ha infranto la parola d'onore
che aveva dato.»
Avevo abbastanza esperienza per quanto concerneva i barbari da sapere che consideravano la
parola d'onore un vincolo inviolabile: essi non avrebbero mai infranto un patto senza prima avvertire la
controparte e ottenere il suo assenso. Nel rendermene conto, per la prima volta da quando eravamo stati
catturati ebbi veramente paura.
«C'è qualcosa che possiamo fare per essere perdonati?» domandò Palatine.
«Essere perdonati per aver infranto la parola sacra? Voi e gli altri espierete con il vostro
sangue!» esclamò il capo, volgendoci le spalle.
«Aspetta!» gridai.
«Desideri implorare per avere salva la vita?»
Per quanto irrigidito dalla paura, di fronte a quella domanda trovai la forza di reagire con ira.
«No, non intendo farlo» replicai. «Se però un membro del tuo popolo ti tradisse, andando contro
i tuoi desideri, saresti disposto a vedere l'intera tribù espiare per questo?»
«Hai un'idea migliore?»
«Posso interpellare la mia consigliera?»
«D'accordo» assentì lui, mostrandosi seccato. «Però fa' in fretta.»
«C'è qualcosa che possiamo fare?» domandai a Palatine, sottovoce.
«Sì» rispose lei, poi mi delineò rapidamente il suo piano. Io però non ebbi il tempo di porle
domande, perché il capo ci interruppe.
«Avete avuto abbastanza tempo» dichiarò. «Cosa avete da dire?»
«Prenderesti in considerazione una forma di espiazione che in seguito lasciasse tranquilli te e la
tua gente, senza il rischio della vendetta che mio padre di certo esigerebbe se ora tu mi uccidessi?»
«Le nostre leggi richiedono che l'infrazione della parola data sia pagata con un prezzo di
sangue.»
«Se noi ti restituissimo i membri della tua tribù, insieme alle merci di cui avete bisogno, che
altro potresti chiedere?»
«Se potete restituirmeli, perché non lo avete già fatto? Pensavate che fossimo troppo deboli per
poterci vendicare?»
«Li farei evadere senza il consenso del nostro prete, in modo da evitare che la colpa possa
ricadere su mio padre.»
«La cosa sarebbe accettabile, a patto che ci diate anche una nave.»
Io sentii morire ogni speranza e tornai a distogliere lo sguardo, perché una cosa del genere era
senza dubbio impossibile.
«Se te ne dessi una, verrei giustiziato dalla mia stessa gente» replicai.
«Non potremmo darti invece dell'oro?»
«Non mi interessa» ribatté il capo, poi si rivolse agli uomini alle nostre spalle e aggiunse:
«Rinchiudeteli da qualche parte e riferite agli altri capi che è giunto il momento di passare alla fase
successiva.»
Senza troppe cerimonie, venimmo sospinti attraverso il cortile e all'ombra gradevolmente fresca
di uno dei nuovi edifici; là uno snello barbaro che si trovava all'interno della soglia disse qualcosa nel
fluente dialetto delle tribù, rivolto ai nostri catturatori che, dopo una breve conversazione, ci
condussero al piano di sopra e ci rinchiusero in quello che supposi essere l'ufficio di qualcuno.
«Gira la schiena verso di me» dissi a Palatine.
«Perché?»
«In modo che possa slegarti, idiota» scattai, poi aggiunsi subito: «Scusami, non dovrei dare a
nessuno dell'idiota.»
Per un momento, esaminai i rozzi lacci di cuoio, poi mi girai con le spalle rivolte a Palatine, in
modo da poter utilizzare le mani, e nell'arco di cinque minuti riuscii ad allentare i lacci quanto bastava
per permetterle di sfilarne fuori le mani. Ero stato sicuro di poterci riuscire, ma per poco non avevo
fallito a causa del tremito violento che mi scuoteva le dita.
Palatine provvide a sua volta a slegarmi, poi mi guardai intorno nella stanza. Una parete era
coperta da scaffali, occupati da registri contabili, mentre un'altra parete era rivestita di scaffali vuoti,
che chissà che cosa dovevano aver contenuto; il resto degli arredi era composto da una scrivania,
sgombra di qualsiasi oggetto, e da una sedia. Poiché ci trovavamo sul lato esterno del recinto, la
finestra era stretta, e posta ad alcuni metri di altezza dal terreno.
Dentro di me, temevo quello che Palatine avrebbe potuto dire, adesso che eravamo liberi di
parlare senza essere ascoltati, ma le sue parole non furono quelle che mi aspettavo di sentire.
«Non è stata colpa tua, Cathan» affermò, infatti. «Ci siamo trovati in trappola nel momento in
cui ci siamo addentrati nella vallata superiore. Non avremmo potuto fare nulla contro di loro, neppure
se tu avessi deciso più in fretta.»
Io non replicai e mi limitai a fissare il suolo con aria infelice. Sapevo che era colpa mia, perché
non avevo visto le tracce all'andata e perché ero stato così indeciso nei momenti cruciali, per non
parlare del fatto che ero stato pronto a darmi alla fuga al primo segno di pericolo. Cosa sarebbe
successo, adesso? Avevo sentito il capo accennare alle altre tribù... questo voleva forse dire che i
barbari stavano preparando un attacco in massa contro Lepidor? Se era davvero così, non ci sarebbe
stato nessun avvertimento, ora che eravamo stati presi prigionieri.
«Cathan, non biasimare te stesso...»
«Smettila di cercare di farmi sentire meglio, Palatine» la interruppi. «Per causa mia non
eravamo pronti quando ci hanno attaccati, senza contare che avrei dovuto accorgermi della trappola fin
dall'inizio. È stato stupido procedere lungo la strada.»
«Allora sentiti colpevole, se lo vuoi. Quando riterrai di esserti crogiolato a sufficienza nei tuoi
sensi di colpa, ti dirò come uscire di qui.»
Pieno di vergogna di fronte a quell'invettiva, io smisi di lamentarmi.
«Ora basta con le recriminazioni, d'accordo?» ribadì lei.
«Come facciamo a uscire?» chiesi.
«Pensi di poter passare dalla finestra?»
Io mi avvicinai alla finestra e premetti il volto contro il vetro, cercando di vedere la base del
muro per valutare la distanza da superare.
«Il fossato è circa cinque metri più in basso, ma è profondo solo due. Dovrò stare bene attento a
come atterro» replicai; poi, lieto di aver trovato una pecca nel piano di Palatine, aggiunsi: «E
comunque, quelle mura sono piene di nativi, quindi non riuscirei a percorrere vivo dieci metri di
terreno scoperto.»
«Potresti riuscirci durante una tempesta. Quassù la pioggia è così violenta che nessuno riesce a
vedere, senza contare il vento... come pensi che possano riuscire a colpirti con folate di quel genere?»
«Fuori è una giornata splendida... per tutti, tranne che per noi.»
«Non hai notato le nubi sopra le montagne? O forse eri troppo impegnato a vergognarti di te
stesso? Presto scoppierà una tempesta.»
Quella notizia mi stupì a tal punto da dissolvere per un momento il mio senso di vergogna.
«Vuoi che esca durante una tempesta?» domandai.
«Perché no? Prima d'ora hai fatto cose anche più difficili» ribatté lei.
«Palatine, devo attraversare quel tratto di terreno scoperto, che non è recintato come i campi dei
raccolti. Il vento è tanto forte che è in grado di sollevarti di peso e di sbatterti di qua e di là, e io non
sono abbastanza massiccio da potervi resistere. Forse voi Thetiani sapete come fare fronte a cose del
genere, ma io no.»
«Per favore, ascoltami, almeno per una volta» insistette lei. «Il ruscello che scorre in quel
fossato arriva fino alla città, vero? Sfocia in un punto lungo la costa.»
Quel cambiamento di argomento mi lasciò sconcertato: cosa c'entrava questo, con tutto il resto?
«Quando comincerà a piovere sulle montagne, il ruscello si gonfierà per un'onda di piena, e tu
potrai farti trasportare fino al porto, senza doverti preoccupare del vento. Forse dovrai stare attento a
qualche ramo che volerà nell'aria, ma sono cose da cui sei in grado di proteggerti.»
Io mi soffermai a pensare al percorso del ruscello, che scorreva lungo la valle principale a
fianco della strada per poi imboccare un profondo canale fra i campi coltivati, descrivere un paio di
curve e passare attraverso un piccolo cerchio di rocce, fra la spiaggia della città e la costa vera e
propria: nel complesso, discenderne la corrente non era una prospettiva che mi attirasse molto, ma
sapevo che Palatine aveva ragione.
Prevenendo qualsiasi mia protesta, lei mi espose intanto il resto della sua idea: dovevo entrare
in città, avvertire mio padre e organizzare l'evasione dei prigionieri, permettendo loro di tornare verso
le montagne lungo la strada.
«E tu intanto che cosa farai?» le chiesi, alla fine.
«Io salverò i minatori che sono rinchiusi nella miniera» rispose Palatine, con un sorriso.
Mi spiegò quindi che avrebbe fracassato la serratura della porta durante la tempesta, quando
nessuno avrebbe potuto sentirla, poi avrebbe attraversato di corsa il cortile, fino alla miniera. A quel
punto, le feci notare che ci sarebbero state delle guardie nel corridoio, dabbasso e all'ingresso della
miniera, e che lei sembrava aver dimenticato di essere disarmata, cosa che non si poteva invece dire dei
nativi.
«Quelli di guardia all'ingresso si rifugeranno all'interno come conigli» replicò lei. «Quanto agli
altri, non avrò difficoltà a eliminarli. Una volta riconquistata la miniera, verrò in tuo aiuto.»
Fuori, il cielo azzurro si stava ormai coprendo rapidamente di nubi quando dal cortile esterno ci
giunse un clamore improvviso, poi un rumore di uomini armati che attraversavano le porte a passo di
marcia.
«Dove stanno andando?» chiesi a Palatine.
«Come faccio a saperlo? Forse si nasconderanno nei boschi, per attaccare la città dopo la
tempesta, prendendo tutti di sorpresa.»
«Palatine, il tuo piano è pazzesco» protestai. «Dipende dal fatto che tutto vada nel modo
giusto... che io raggiunga la città, che tu riesca a oltrepassare le guardie... ed è impossibile che ogni
cosa fili alla perfezione.»
«Sei sempre così pessimista, oppure ti sei appena arreso?» ribatté lei, incrociando le braccia sul
petto. «Come credi che possiamo riuscire a fuggire, altrimenti? Devi dimostrare a te stesso di non
essere un fallimento.»
«Forse potrò anche percorrere a nuoto il torrente in piena, ma questo non giustificherà il fatto
che sia stato io a mettere tutti noi in questa situazione.»
«Cathan, è tutta colpa di Midian. È stato lui a dare il via a questa faccenda, ed è l'Avarca. Cosa
avremmo potuto fare per impedirlo? Allora, vuoi seguire il mio piano, oppure no?»
«Tu sei certa di poter portare a termine la tua parte?»
«Sì, lo sono, ma tu sei più importante... devi avvertire tuo padre, altrimenti sarà tutto inutile.»
«Ci riuscirò» promisi, levando una silenziosa preghiera a Thetis e ad Althana perché a nessuno
venisse in mente di spostarci di stanza prima che scoppiasse la tempesta.
Qualcuno venne nella nostra cella improvvisata un'ora più tardi, ma si limitò ad aprire la porta e
a controllare che fossimo ancora lì, per poi andarsene subito. Noi ci eravamo passati i lacci allentati
intorno ai polsi per dare l'impressione che fossimo ancora legati, e comunque il guerriero non mostrò di
notare nulla di sospetto.
Pochi minuti più tardi, le luci aetheriche vennero accese, e la pioggia prese a cadere.
Le prime gocce cominciarono a battere contro la finestra, colando lungo il lato esterno del
vetro, e nel guardarle pensai che presto non sarebbero state semplici gocce, ma vere e proprie cortine
d'acqua che avrebbero fatto somigliare la finestra più a una cascata che a una lastra di vetro; l'unica
fortuna era che il vento non soffiava direttamente verso di noi. Io mi guardai intorno ancora una volta
nella stanza, che se non altro era asciutta, calda e illuminata. Fuori, il rumore dell'acqua che batteva sul
tetto, unito al fragore del ruscello sottostante, era assordante, e l'ululato del vento sembrava il
lamentarsi di mille anime in pena; il cielo, che già si era tinto di un blu cupo, si stava facendo sempre
più scuro, e non c'era traccia di luce all'orizzonte.
«Sei pronto?» chiese Palatine.
Io rabbrividii al pensiero di quello che mi aspettava, ma poi ricordai come mi ero sentito lungo
la strada, e quando avevo visto il capo tribù aggirarsi da padrone nel recinto della miniera.
«Sì, sono pronto» risposi. Dopo essermi sfilato gli stivali, che lasciai in un angolo, mi avvolsi
intorno al polso uno dei lacci di corda ritorta, che mi avrebbe protetto il braccio e sarebbe potuto
tornarmi utile anche per altri scopi, poi aprii la finestra e mi sedetti sul davanzale, cercando di apparire
calmo quando mi girai per rivolgere un cenno di saluto a Palatine. Con la coda dell'occhio potevo
vedere l'acqua, ora più alta di almeno due metri rispetto a come lo era stata in precedenza, un ribollente
torrente di onde e di detriti che arrivava quasi all'orlo del fossato. Dal momento che la finestra era a
stento larga abbastanza da permettermi di passare, dovetti girarmi un poco, fino a trovarmi in una
posizione tale da evitare che i miei vestiti si impigliassero nello stipite, ed entro pochi secondi mi
ritrovai fradicio a causa della pioggia che scorreva lungo i muri e penetrava ora anche all'interno della
stanza.
Lentamente, protesi le gambe verso l'esterno, rischiando quasi di cadere a causa della forza del
vento, poi sussurrai una rapida preghiera a Thetis, perché le Sue acque mi conducessero al sicuro, e
spiccai il salto.
CAPITOLO VENTITREESIMO
La prima sensazione fu di un gelo devastante. L'acqua ghiacciata, dolorosa come le punture di
migliaia di aghi, mi si riversò sui piedi, sulle gambe e sul torso ancora prima che la mia testa scivolasse
sotto la superficie del torrente che mi stava trascinando a valle. Io mi lasciai sprofondare con gli occhi
serrati, e mi sentii girare su me stesso a causa della forza del torrente, che si muoveva con una velocità
incredibile: se non fossi stato in grado di respirare nell'acqua, di certo sarei morto in quei primi, terribili
minuti, mentre venivo trascinato dalla corrente senza riuscire ad affiorare in superficie.
Non avevo idea di dove mi trovassi, e nell'oscurità creata dalla tempesta non si capiva più dove
fosse il fondo del canale e dove la sua superficie; a dire il vero, c'era ancora un fioco chiarore, ma io
ero così stordito dall'impatto con l'acqua che non riuscivo a individuare da dove venisse, così come non
ero in grado di valutare la distanza percorsa restando immerso; d'altro canto, non osavo affiorare per
timore di sbattere con la testa contro il ponte levatoio.
D'un tratto il ruscello cambiò direzione, e io venni scagliato contro la parete di pietra del canale,
ammaccandomi un braccio. Da lì, il mio mondo si ridusse a un maelstrom confuso di onde e di
mulinelli mentre venivo trascinato dalla corrente, annaspando nell'oscurità e sentendomi pervadere da
un gelo spaventoso. Non avevo mai avuto tanto freddo, e non pareva che ci fosse modo di sottrarsi a
esso, o di uscire da quella situazione, e anche se stavo ormai tremando in maniera incontrollabile non
c'era nulla che potessi fare per cercare di scaldarmi.
Qualcosa mi passò accanto a precipizio, mancandomi la spalla di pochi centimetri, poi ruotai
completamente su me stesso quando il ruscello descrisse una nuova svolta. In preda al panico, confuso,
ero ormai incapace di pensare o di pregare i poteri celesti perché ponessero fine alla mia ordalia, non
ero in grado di fare nulla se non tenere le mani protese davanti a me per proteggermi la testa.
Improvvisamente, affiorai in superficie e annaspai, perché ero ancora impostato sulla
respirazione subacquea, ma prima che potessi fare qualcosa di più del rendermi conto di essere
affiorato, una corrente di profondità mi afferrò i piedi e tornò a trascinarmi sotto il pelo dell'acqua,
facendomi rotolare su me stesso in una serie di capriole sotto la spinta della piena.
A fatica, riuscii a raddrizzarmi e a scalciare contro corrente, nel tentativo di tornare in
superficie, poi d'un tratto ebbi l'impressione che il mondo mi fosse scomparso di sotto e sentii il cuore
che mi balzava in gola nel trovarmi a precipitare nell'oscurità...
La caduta s'interruppe, improvvisa com'era iniziata, e io quasi strisciai con i piedi sul fondale
prima di tornare ad affiorare in una ribollente polla d'acqua ai piedi di una cascata.
Per un momento, mi guardai selvaggiamente intorno, scoprendo una nuova forma di freddo
ancora più intenso quando il vento prese a soffiarmi sui capelli fradici incollati alla testa e alla faccia.
Dove mi trovavo? Quanto ero sceso a valle? Di certo non potevo essere ancora arrivato in città... a poco
a poco, mi resi conto di un fortissimo fruscio che pervadeva l'aria, come se migliaia di alberi
stormissero al vento, e fu allora che compresi dove mi trovavo.
A causa della pioggia che mi sferzava il volto, dovetti girare la testa prima di poter riaprire gli
occhi, ma quando lo feci non ebbi problemi a scorgere la linea indistinta della foresta da un lato e il
terrapieno che dall'altro correva lungo la riva; sopra di me, le nubi erano scosse dai rimbombi dei tuoni
e solcate dai fulmini che illuminavano a tratti frammenti di paesaggio. Quando un'altra di quelle
esplosioni di luce bianca rischiarò il cielo, io sollevai lo sguardo verso il sovrastante calderone di nubi
vorticanti, strati su strati di cirri temporaleschi, che salivano nell'atmosfera con il momentaneo aprirsi
delle fasce inferiori.
Mentre intorno a me calava di nuovo il buio più fitto, mi resi conto di essere vicino alla strada e
che il torrente mi stava trasportando lungo la Valle dei Cedri; era possibile che, annidati nella foresta
adiacente la riva, il capo dei nativi e il suo esercito stessero aspettando il segnale dell'attacco.
Se non altro, grazie a quella tempesta non sarebbero stati in grado di fermarmi.
D'un tratto, alle mie spalle echeggiò un violento crepitio, che non era dovuto a un tuono ma a
qualcosa che si rompeva, poi ci fu uno sciacquio quando uno dei rami alti di un cedro, che si era
spezzato, venne a cadere nella polla, generando in me una nuova ondata di panico: infatti, se uno di
quei rami mi avesse colpito, per me sarebbe stata la fine.
Per breve tempo fui di nuovo risucchiato in profondità e trascinato verso il fondale, tanto che la
camicia mi si lacerò contro il fondo di pietra irregolare del canale, ma di lì a poco riuscii a risalire e
quando riaprii gli occhi distinsi accanto a me la forma di un ramo. D'istinto, mi aggrappai a esso, e
sebbene fosse scivoloso mantenni disperatamente la presa con entrambe le mani. Intorno a me c'erano
altri rami, alcuni grossi quanto giovani alberi, e per evitare di urtarli mi addossai maggiormente a
quello a cui mi ero afferrato, spingendo più in alto su di esso la mano sinistra per avere una presa più
salda. Se solo fossi riuscito a resistere, avrei potuto rimanere in superficie e vedere dove cadevano gli
altri rami, in modo da evitarli in tempo.
La corrente spinse via il mio ramo e, nel tenermi stretto a esso, mi sentii assalire da un
improvviso senso di esaltazione, quasi di gioia, nel seguire le svolte e le curve descritte dalla corrente.
Prima di allora non avevo mai viaggiato così in fretta, non senza trovarmi dentro una manta o un razzo
di mare, e non mi ero reso conto della sensazione che poteva dare. La pioggia mi martellava sulla nuca,
il mio corpo non avvertiva più il freddo e cominciava a essere pervaso da un torpore quasi piacevole, e
tuttavia, nonostante quei segnali di avvertimento piuttosto pericolosi, io mi sentivo più vivo di quanto
fossi mai stato.
Mentre la corrente mi trasportava lontano dalla foresta e verso la costa, fra la strada e il muro di
pietra che correva al limitare dei nostri campi, presi a scalciare per cercare di ripristinare la circolazione
nelle gambe. Se non altro, qui non c'era più il pericolo di rami che potessero cadere dall'alto perché non
c'erano più alberi, ma questo significava anche un minore riparo dal vento, che soffiava ululante sul
paesaggio vuoto.
Guardando davanti a me, scorsi infine le luci di Lepidor, che scintillavano sotto l'emisfero di un
azzurro carico dello scudo aetherico sovrastante l'abitato, e notai che le mura erano sempre più vicine.
Ormai avevo le braccia ghiacciate e cominciavo a essere preoccupato, nonostante il senso incredibile di
esaltazione che mi aveva pervaso, perché sapevo che il freddo mi stava prosciugando le energie e che
non possedevo il fisico di Laeas, e neppure quello di Palatine, per poter sopravvivere a lungo a
condizioni del genere.
Finalmente mi venni a trovare accanto alle mura torreggianti del quartiere nuovo, e sulla mia
sinistra i campi cedettero il posto a un terreno cosparso di arbusti, sostituito di lì a poco dalla spiaggia
vera e propria.
Adesso mi ero liberato dalla corrente gelida del ruscello e mi trovavo nelle più tiepide acque
dell'oceano, che durante il giorno erano state riscaldate dal sole; sentendo le energie che mi si
rigeneravano almeno in parte, abbandonai il mio ramo: esso mi era stato molto utile, ma adesso era
giunto il momento di nuotare. Sapendo bene che la corrente che seguiva le mura del quartiere nuovo mi
avrebbe trasportato fino al porto sottomarino, presi a scalciare con tutte le forze che mi erano rimaste, e
nonostante i muscoli pesanti e intorpiditi, riuscii a spingermi fuori dalle acque ferme alla foce del
ruscello, fino a raggiungere la corrente che seguiva la curva della spiaggia.
La superficie del mare era punteggiata dalla pioggia, e sulla mia destra le onde si abbattevano
violente contro il muro, mentre il porto pareva d'un tratto essere molto, molto lontano: sfinito com'ero,
mi sembrava improbabile che sarei riuscito ad arrivarci a nuoto.
Pensa a Lepidor, continuai a ripetermi. Tu sei la sola persona che possa salvarlo... salvarlo...
salvarlo. La tua è la parte più importante, Cathan, senza di te, qualsiasi cosa chiunque altro possa fare
è inutile.
Però mi sentivo così gelato, e così stanco; ero venuto meno a mio padre, e non me la sentivo di
affrontarlo.
Ma non vuoi venirgli meno anche adesso, mi dissi. Soltanto tu puoi avvertirlo.
Stavo ancora nuotando, ma le mie bracciate si facevano sempre più lente, e anche il calore
relativo dell'acqua dell'oceano non era più sufficiente ad aiutarmi, mentre venivo sballottato su e giù, in
balia delle onde: cercare di nuotare rimanendo sulla loro cresta era quasi più faticoso di quanto lo fosse
stato discendere il ruscello.
D'un tratto, un suono spettrale che echeggiò alla mia sinistra ebbe l'effetto di terrorizzarmi, ma
di lì a poco mi rilassai nel vedere che si trattava solo di una foca, che era affiorata in superficie e aveva
ruggito in direzione della tempesta prima di tornare a immergersi; io mi ero semplicemente trovato
abbastanza vicino da far sì che il suo abbaiare non venisse soffocato dal fragore della tempesta, e
qualche momento più tardi vidi un'altra foca affiorare a sua volta, più avanti.
Se loro ce la possono fare, perché tu non dovresti riuscirci? pensai. Io però non avevo strati su
strati di grasso, soltanto una camicia fradicia e un paio di calzoni, a proteggermi dal gelo. Nuota, mi
ingiunsi, quindi.
In qualche modo, continuai a procedere lungo i frangenti e oltre la linea delle mura, mentre i
miei pensieri sembravano rallentare progressivamente il loro ritmo, al punto da non essere più neppure
certo di dove mi trovassi. All'improvviso, avvertii un colpo deciso contro l'avambraccio destro, quello
protetto dal laccio ormai fradicio, e nel girarmi con lenta indignazione per vedere di cosa si fosse
trattato, vidi emergere accanto a me una testa baffuta, e sentii un abbaiare assordante echeggiare a
pochi centimetri dal mio orecchio. Evidentemente, dovevo apparire assai poco minaccioso, dato che le
foche non parevano temermi.
Ormai ero al punto in cui il quartiere nuovo cedeva il posto al quartiere del porto: una ventina di
metri sulla destra e sotto di me, potevo vedere il bagliore opaco delle luci di avvertimento del porto
sottomarino.
Dopo essermi guardato intorno ancora una volta, pensando in modo vago che quella poteva
essere l'ultima volta che vedevo il cielo e la città... no, non lo sarà, altrimenti nessuno potrà
perdonarti... costrinsi le gambe stanche a muoversi ancora, e mi immersi.
Sotto la superficie, nella strana luce rossastra emanata dalle lampade, vidi le foche che
s'inarcavano nella loro silenziosa danza subacquea, fluttuando pigre sotto la superficie in mezzo a nubi
di plankton, illuminate da quel chiarore: era uno spettacolo quasi artistico, una danza in un mondo
rimosso dalla furia della tempesta.
Non voglio morire, non qui, non ora, con tante cose ancora irrisolte. Mi piacerebbe rivedere un
giorno questo spettacolo, quando sarò in grado di apprezzarlo davvero, riflettei.
Sotto di me, la torre d'accesso superiore si protendeva nella penombra, e potevo già vedere le
luci del mozzo centrale. A meno di venti metri da me, poco sotto la superficie, c'era la parete
dell'altura, con uno scaffale di roccia sporgente che costituiva l'entrata alla polla più meridionale del
porto, da dove uscivano gli addetti alle riparazioni. Io mi diressi da quella parte, passando fra le foche
intente nella loro danza aggraziata, sentendo gli arti che, chissà come, tornavano a rispondere ai miei
comandi. Davanti a me scorsi il candore delle luci aetheriche, lasciate sempre accese nel caso che
qualcuno rimanesse bloccato all'esterno, e mi immersi maggiormente per passare sotto un'affilata
sporgenza rocciosa, per poi risalire nella polla, dove fui quasi abbagliato dal chiarore delle luci
aetheriche.
Annaspando, cercai la scaletta con i piedi, e quando la trovai non riuscii quasi ad avvertire al
tatto i gradini a causa del torpore che mi aveva pervaso gli arti; a fatica, mi issai su di essa e mi
accasciai in un mucchio grondante sulla piattaforma di legno, sentendomi completamente esausto.
Non so per quanto tempo rimasi fermo là, in stato di stordimento... sentivo qualcosa che mi
premeva contro la coscia sinistra, ma non riuscivo a muovermi, prossimo a collassare del tutto.
Animato dalla consapevolezza che ancora non potevo permettermelo, mi issai in piedi e attivai una
delle camere di asciugatura, una nicchia nella parete dotata di ventole d'aria calda inserite nel soffitto e
nei lati; non riuscivo a ricordare se il suo utilizzo fosse pericoloso o meno, ma sapevo che dovevo
riattivare la circolazione, perché altrimenti non sarei neppure riuscito a salire i gradini che portavano
alla cabina di superficie, a ridosso delle mura cittadine.
Per parecchi minuti, rimasi seduto sotto quei getti d'aria calda, fino a quando gli abiti
cominciarono ad asciugarsi e mi sentii in grado di muovermi di nuovo. Ero consapevole che non c''era
tempo da perdere, perché non sapevo quanto sarebbe durata ancora la tempesta; infatti essa poteva
protrarsi per giorni come per ore, e io dovevo agire il più in fretta possibile, nell'eventualità che
cessasse prima del previsto. Non volevo fallire proprio alla fine, solo per essermi concesso del tempo
per rimettermi in forze.
Con i vestiti ormai pressoché asciutti, disattivai i getti d'aria calda e mi avviai con passo incerto
verso la scala; sebbene mi fossi scaldato, non avvertivo ancora bene le gambe, e muovere ogni passo
costringendole a obbedirmi senza cedere era una vera tortura.
Finalmente mi venni a trovare nell'interno buio della cabina d'immersione. La porta era chiusa a
chiave, ma non avevo il tempo di cercarla, quindi accesi la luce, presi un attrezzo grosso e pesante
dall'equipaggiamento e spezzai la serratura con pochi colpi, pesanti e imprecisi, che danneggiarono
quasi più il legno della porta che non la serratura.
Un momento più tardi mi ritrovai all'esterno, sul lato più lontano del quartiere del porto, vicino
all'edificio degli oceanografi, e mi avviai lungo le strade deserte sotto le cortine di pioggia; esse erano
assai meno violente all'interno dello scudo di quanto lo fossero all'esterno, ma ebbero comunque
l'effetto di inzuppare i miei vestiti asciutti, e io fui nuovamente attanagliato dal gelo; a causa del
torpore che mi rendeva insensibili gli arti, mi tagliai un piede su una pietra affilata, accorgendomene
solo quando sentii lancinanti fitte di dolore corrermi lungo la gamba a ogni passo che mossi a partire da
quel momento; potevo anche avvertire sul piede la sensazione appiccicosa del sangue, ma sapevo che
non potevo fermarmi per cercare anche solo di fasciarlo.
Dolorosamente, procedetti zoppicando lungo le strade, fino alle porte del Quartiere del Palazzo,
senza che nessuno mi fermasse. Senza dubbio, le guardie erano rinchiuse nel loro casotto, intente a bere
e a giocare, e in giro non c'era nessuno perché chiunque avesse un minimo di buon senso era chiuso in
casa, a quell'ora, e con una simile tempesta; dietro la maggior parte delle finestre, però, potevo vedere
le luci accese, calde e accoglienti.
Sapevo che dovevo tenere nascosto il mio ritorno ai preti, e soprattutto a Midian, che doveva
senza dubbio avere qualcosa a che fare con quella situazione e che quindi era meglio rimanesse
all'oscuro di tutto. Imboccata la prima strada sulla sinistra, percorsi tutte vie secondarie per arrivare alla
pusterla sul dietro del Palazzo; mentre passavo lungo il retro del Tempio, sentii i rintocchi di una
campana, che annunciava la nona ora: evidentemente era meno tardi di quanto avessi creduto, il che
significava che nel Palazzo dovevano esserci ancora persone sveglie.
Per fortuna, le guardie non avevano ancora sprangato la pusterla dall'interno, dato che altrimenti
non avrei avuto modo di aprirla; quando mi richiusi la porta alle spalle, essa emise un acuto scricchiolio
che mi strappò un sussulto, poi mi trovai finalmente al sicuro nei giardini del Palazzo, sferzati dalla
pioggia, assaporando con piacere il contatto dell'erba morbida con i miei piedi doloranti.
Adesso dovevo entrare nel Palazzo senza essere visto, in quanto ero certo che sarebbe bastata
una sola persona che fosse andata a informare Midian perché tutto il nostro piano venisse scoperto.
Incerto sul da farsi, sollevai lo sguardo verso le finestre: da dove mi trovavo, potevo vedere le stanze
dei miei genitori, sul lato del Palazzo rivolto verso la città, ma esse erano del tutto buie, come pure
quelle della camera di Atek; per fortuna, la finestra di Ravenna era ancora illuminata. Nel riprendere a
camminare, urtai con un piede contro qualcosa e caddi in ginocchio.
Prossimo allo stremo delle forze, non riuscii a rialzarmi e proseguii strisciando attraverso il
prato, fino a raggiungere il tratto di vialetto sottostante la finestra di Ravenna, poi raccolsi una manciata
di sassolini e mi costrinsi infine a rialzarmi in piedi, barcollando, per lanciarli verso i vetri. Il mio
primo tentativo andò a vuoto, e i ciottoli colpirono un traliccio di rose rampicanti, a due finestre di
distanza da quella che mi interessava; anche i lanci successivi mancarono pietosamente il bersaglio, ma
per fortuna nessuno si affacciò per vedere cosa stesse succedendo e, al quinto tiro, centrai finalmente la
finestra di Ravenna con la manciata di ciottoli; seguì un momento di attesa, e quando non accadde nulla
cominciai a temere che lei non fosse nella sua camera. Preoccupato da quell'eventualità, tentai ancora,
mancando la finestra al primo lancio ma centrandola di nuovo con il secondo.
Il momento successivo emisi un sospiro di sollievo quando i vetri si aprirono e Ravenna si
affacciò alla finestra.
«C'è qualcuno?» chiese, impossibilitata a vedermi perché mi trovavo nell'ombra, alla base del
muro.
«Ravenna!» tentai di chiamare, ma dalle labbra mi uscì solo un suono rauco e inarticolato; dopo
essermi schiarito la gola, provai ancora: «Ravenna! Sono io, Cathan!»
«Non riesco a sentirti» replicò lei. «Chi sei?»
«Cathan!» esclamai, quasi gridando per la frustrazione.
«Non ti sento, chiunque tu sia» affermò Ravenna. «Aspetta un momento, scendo di sotto.»
Io mi accasciai nell'erba, senza badare alla pioggia e al fango che mi si accumulava sui vestiti,
aspettando che lei mi raggiungesse. Per quella che mi parve un'eternità, non accadde nulla, poi la porta
si aprì e sentii un rumore di passi, seguito da una luce che si riversò sull'erba; questa volta Ravenna mi
vide subito e si affrettò a raggiungermi.
«Chi... nel nome di Thetis! Cathan, cosa ti è successo?»
«I barbari delle tribù» risposi con voce gracchiante. «Sono fuggito. Devo entrare... senza essere
visto... ho un messaggio di Palatine.»
«Non sono abbastanza forte per trasportarti di peso. Puoi camminare, appoggiandoti a me?»
Io cercai di alzarmi, ma per quanto mi sforzassi, non ci riuscii.
«Ti sei anche ferito a un piede» osservò Ravenna, mentre si spostava dall'altro lato rispetto a
me, aiutandomi a raddrizzarmi.
Passandole un braccio intorno alle spalle, ce la feci infine ad alzarmi barcollando, con buona
parte del mio peso che le gravava addosso; con estrema lentezza, raggiungemmo la porta, e io mi
appoggiai al muro mentre lei richiudeva il battente, poi ci fu l'agonia di salire due rampe di scale, con
fitte di dolore lancinanti che mi trafiggevano il piede a ogni passo, fino ad arrivare alla stanza di
Ravenna, dove lei mi adagiò con gentilezza sulle coltri, su cui mi abbandonai completamente, in preda
allo sfinimento più assoluto.
Per qualche momento rimasi in silenzio, mentre Ravenna mi avvolgeva il piede in un panno per
ripulirlo dal sangue, ma alla fine la consapevolezza di non aver ancora esaurito il mio compito si fece
largo nella mia mente offuscata dal dolore e dalla stanchezza.
«Va... per favore, porta qui mio padre... devo riferire un messaggio... nessun altro deve sapere.»
«Sei certo che posso lasciarti solo?» domandò Ravenna, e quando annuii debolmente si decise a
uscire in fretta dalla stanza.
Mentre me ne stavo lì, disteso sul letto di Ravenna, ognuno dei lividi che avevo accumulato
cominciò a pulsare, senza che avessi la forza di fare nulla, tranne fissare il soffitto; dopo qualche
tempo, la coperta su cui ero sdraiato si fece sgradevolmente calda, ma neppure questo ebbe il potere di
darmi la forza di muovermi.
Passarono forse un paio di minuti, poi mio padre fece irruzione nella stanza, seguito da
Ravenna; con loro non c'era nessun altro.
«Nel nome del Cielo, Cathan, cosa ti è successo?» esclamò mio padre, attraversando la stanza in
due rapidi passi, un'espressione inorridita sul volto. «Abbiamo saputo che siete stati catturati dai
barbari. Un boscaiolo li ha visti mentre vi scortavano nella miniera ed è riuscito a venire ad avvertirci.»
«Sono fuggito» spiegai, con voce debole. «Mi sono fatto trasportare dal ruscello, ma questo non
è importante.»
Gli riferii poi quello che Palatine mi aveva chiesto di dirgli, parola per parola, così come lo
ricordavo, e soltanto una volta lui mi interruppe per chiedermi di confermargli un particolare.
«È la sola via di uscita che abbiamo» affermò infine, «e mi sembra che sia una buona soluzione,
ma come faremo a liberare i prigionieri senza che io vi rimanga coinvolto?»
«Al Tempio c'è una ragazza, Elassel. La conosco superficialmente. È la figlia di uno dei preti,
ma odia Midian e il Dominio, ed è una specie di artista delle evasioni; credo che lei ci potrebbe
aiutare.»
«Che aspetto ha?» domandò Ravenna.
«Capelli castani, ricciuti, e un'espressione ribelle» risposi.
«Ho capito a chi ti riferisci» intervenne mio padre. «Ma chi la contatterà?»
«Ci penserò io» si offrì Ravenna. «Se sarà disposta ad aiutarmi, farò uscire i prigionieri. C'è
qualcun altro di cui ci possiamo fidare? Non credo che basterà essere in due.»
«Vedrò di trovare qualcuno, ma prima andrò a chiamare il guaritore» affermò mio padre.
«Per favore, padre» dissi, «chiama pure il guaritore, ma non perdere tempo prezioso.»
«Non lo farò» mi garantì lui, poi si chinò su di me, mi strinse le spalle per un momento e uscì
dalla stanza.
Il mondo prese allora a oscillarmi intorno, e mi accorsi che Ravenna mi stava guardando con
espressione preoccupata.
«La troverò e li libereremo, te lo prometto» ribadì.
Intanto, io mi sentii assalire da un bisogno incontrollabile di dormire, e chiusi gli occhi; la sentii
stringermi la mano, e cercai di dire ancora qualcosa, ma le parole si rifiutarono di uscire e l'istante
successivo scivolai nel sonno.
Appresi il resto di ciò che accadde quella notte soltanto al mio risveglio, da mio padre, da
Palatine e da Elassel.
Quando Ravenna lo aveva rintracciato, mio padre stava parlando con Atek, e nel lasciare la
stanza si affrettò a tornare nel suo ufficio. Senza informarlo del piano per liberare i prigionieri, perché
era meglio che ne fosse a conoscenza solo il numero di persone strettamente indispensabile, gli ordinò
di radunare i marine, cercando il più possibile di non dare nell'occhio, e di mandare a Palazzo il
capitano delle guardie, un veterano che era un suo compagno d'armi di vecchia data, poi convocò due
dei miei cugini e ne inviò uno al Tempio, a chiamare Elassel, e l'altro a cercare Tetricus.
Quando il messaggero venne a cercarla, Elassel si era appena liberata del mantello verde,
gettandolo per terra, e aveva tirato fuori da sotto il letto la custodia del liuto; nella stanza minuscola che
le avevano assegnato in quel Tempio non c'era quasi lo spazio per esercitarsi, e mancava un leggio per
gli spartiti, ma lei riusciva comunque ad arrangiarsi, e aveva appena appoggiato lo spartito su un
tavolinetto, prelevando il liuto dalla custodia, quando qualcuno bussò alla porta. Dopo essersi affrettata
a spingere di nuovo lo strumento sotto il letto e a nascondere lo spartito, nel caso che si potesse trattare
di Midian o di uno dei suoi uomini, la ragazza andò ad aprire.
Chi aveva bussato non era però un prete, bensì un giovane dagli arruffati capelli castani e
dall'espressione incerta.
«Che cosa vuoi?» domandò Elassel, irritata per quell'interruzione delle sue esercitazioni. Già in
precedenza, quando si trovava fuori, aveva dovuto rimandarle a causa della tempesta e di tutta
quell'agitazione per l'attacco dei nativi, che aveva destato in lei una notevole preoccupazione per la
sorte di Cathan. I suoi genitori adottivi, infatti, le avevano raccontato storie terribili di quello che i
barbari facevano ai prigionieri, anche nelle zone più pacifiche in cui loro si erano trovati a lavorare.
«Tu sei Elassel?» controbatté il giovane.
«E chi altri potrei essere?»
Vedendo il ragazzo sussultare sotto il suo tono sferzante, Elassel decise di essere più gentile con
lui... dopo tutto, non apparteneva al Dominio.
Intanto il suo visitatore inatteso sollevò lo sguardo a scrutare con nervosismo il corridoio.
«Il Conte Elnibal richiede la tua presenza a Palazzo» affermò quindi, abbassando la voce. «Ha
bisogno del tuo aiuto per qualcosa.»
«E vuole proprio me? Ne sei certo?» chiese Elassel, perplessa.
«Assolutamente. Per favore, facciamo in fretta, perché non voglio che qualcuno ci trovi qui»
rispose il giovane.
Dopo aver messo via il liuto, Elassel si avvolse di nuovo nel mantello e guidò il messaggero
attraverso gli alloggi della servitù e fino alla porta usata dai fornitori del Tempio, certa che nessun prete
sarebbe andato a controllare cosa facessero i servi a quell'ora di notte.
I due si avviarono poi a passo svelto per le strade percosse dalla pioggia, e il messaggero la
introdusse a Palazzo attraverso la pusterla e le stesse scale che in precedenza Ravenna mi aveva aiutato
a salire; nel notare il sangue secco che macchiava i gradini, Elassel chiese di chi fosse, ma la sua guida
si limitò a scrollare le spalle, nel precederla lungo un corridoio coperto da tappeti per poi introdurla in
un ampio studio, ben illuminato da lampade aetheriche colorate. Alla scrivania era seduto un uomo, che
lei sapeva essere il conte, anche se quella notte aveva un aspetto molto stanco e preoccupato, mentre
una ragazza dai capelli scuri e dall'aria molto seria occupava una sedia vicino alla libreria che rivestiva
una parete.
Al suo ingresso, il conte si alzò e le rivolse un lieve cenno del capo, a cui Elassel rispose con un
inchino, non essendo mai stata amante delle riverenze.
«Tu devi essere Elassel» affermò quindi il conte. «Io sono il Conte Elnibal, e questa è
Ravenna.»
La ragazza seduta vicino alla libreria, che pareva molto fredda e distaccata, accompagnò quella
presentazione con un cenno del capo.
«Cosa posso fare per te?» domandò Elassel.
«Prima che te ne parli, sei disposta a giurare di non rivelare a nessuno quanto io e Ravenna
stiamo per dirti, nel caso che tu decida di non aiutarci?»
Perplessa, Elassel si chiese cosa stesse mai succedendo, e il perché di tutta quella segretezza.
Non riusciva a capire in che modo lei potesse essere di qualche utilità, ma siccome la cosa sembrava
interessante, pronunciò un giuramento su Ranthas.
«Bene» approvò il conte, quando lei ebbe finito. «Dunque, cosa sai di quello che è successo
oggi?»
«So che c'è stato un attacco dei barbari e che Cathan è stato catturato; pare che i nativi abbiano
il controllo della miniera e del passo.»
«Le notizie viaggiano in fretta» commentò Ravenna.
«Ciò che nessuno ancora sa, a parte noi due, è che Cathan è riuscito a fuggire dalla miniera
nuotando lungo il torrente, e che ce l'ha fatta a tornare qui.»
Cathan era fuggito... per Ranthas! Aveva nuotato lungo il torrente, durante una tempesta? In
quel ragazzo doveva esserci qualcosa che andava oltre le apparenze, visto che lei non si sarebbe mai
immaginata che una persona tanto fragile potesse essere capace di una cosa del genere.
«Prima di crollare... anche se si rimetterà presto... ci ha detto che tu potresti aiutarci a fare una
cosa, che rientra nel nostro piano per bloccare i nativi, che probabilmente si stanno ammassando per
attaccare la città. Inoltre, è possibile che ci sia un traditore all'interno delle mura.»
«Cosa volete che faccia?»
«Che ci aiuti a liberare i nativi che Midian ha catturato, e a farli arrivare alle porte. Se riuscirai
nell'impresa, nessuno saprà mai del ruolo da te avuto in questa storia, se è questo che ti preoccupa.»
Elassel rifletté per un momento. Se l'avessero sorpresa si sarebbe trovata in guai seri, e non
voleva essere rinchiusa di nuovo sotto chiave, e anche se le celle dei penitenti di Midian erano un
paradiso, paragonate alle prigioni di Haleth, lei era comunque una musicista, non un agente segreto;
d'altro canto, mettere a segno un colpo del genere sarebbe stato infliggere una notevole umiliazione a
quell'ipocrita e lascivo bastardo di Midian, senza contare che partecipando a quell'impresa avrebbe
avuto modo di conoscere persone nuove.
«Vi aiuterò» decise quindi. «Chi altri parteciperà alla cosa?»
«Ravenna avrà il comando dell'operazione, a cui prenderà parte anche un oceanografo di nome
Tetricus, che è un vecchio amico di Cathan. Tu però sei la sola che conosca l'interno del Tempio, e che
sappia cosa vi succede» spiegò il conte, aggirando la scrivania per dirigersi alla porta. «Ora devo
andare a radunare i miei soldati. Da questo momento, il comando passa a Ravenna. Sono stato chiaro?»
Elassel non protestò.
«Il capitano della guardia sarà qui fra breve per darvi tutto l'aiuto possibile e per garantire che lo
riconosciate, quando lo vedrete al casotto di guardia. Buona fortuna a entrambe» aggiunse, uscendo.
Un momento più tardi, prima che Ravenna avesse il tempo di dire qualcosa, bussarono alla
porta.
«Avanti» disse Ravenna.
Nell'osservare il nuovo venuto, Elassel suppose che dovesse trattarsi di Tetricus. L'oceanografo
era alto quanto Cathan, ma lì si arrestavano le somiglianze, perché Tetricus era tozzo e largo di spalle
quanto Cathan era snello e slanciato, i suoi capelli erano neri, aveva un volto ampio e rude, e mani
enormi.
«Buona sera, Tetricus» salutò Ravenna, e nell'ascoltarla, Elassel si accorse per la prima volta
che il suo tono era del tutto piatto, uniforme e scandito.
Ravenna procedette poi a presentare Elassel e a far giurare a Tetricus di mantenere il segreto su
quanto stava per sentire, prima di riferirgli tutto quello che il conte aveva già detto alla ragazza; dal suo
modo di fare, pareva che la collaborazione dell'oceanografo fosse già data per scontata, e in effetti
Tetricus non si concesse neppure un istante di riflessione prima di accettare l'incarico.
«Come procederemo, e quando?» chiese soltanto.
«Dobbiamo farlo prima che la tempesta si esaurisca» rispose Ravenna,
«ma non sappiamo quando questo succederà. Elassel, quali misure di sicurezza ci sono
all'interno del Tempio e qual è l'ora in cui ci sono meno persone sveglie?»
«Midian ha rinchiuso tutti i prigionieri nelle celle dei penitenti, che si trovano in un breve
corridoio con una sola via di accesso, o di uscita. Sono sorvegliati di continuo da un servo armato, ma
anche se è probabile che le chiavi siano in mano a Midian o a uno dei suoi compari, non credo che
questo sarà un problema. La maggior parte della gente sarà a letto entro le undici, e per mezzanotte non
ci sarà più nessuno sveglio, tranne il custode, che effettua i suoi giri. Tutto il Tempio è circondato da
uno scudo di legnofiamma, ma posso disattivarlo dall'interno, una volta tolto di mezzo il custode.»
«Quanto sono vicine le celle dei penitenti agli alloggi?» volle sapere Tetricus.
«Si trovano sotto di essi, al livello delle cantine, insieme ai magazzini: c'è un solo modo per
accedervi, dall'anticamera principale.»
«Sembra che sia sufficiente mettere fuori gioco il custode e la guardia, per poi aprire le celle»
commentò Tetricus. «Una cosa abbastanza semplice, se useremo le cerbottane, con dardi intrisi di
sostanze soporifiche. Sono armi utilizzate dai nativi, quindi conferiranno un tocco convincente alla
cosa, dando l'impressione che siano stati i barbari a operare il salvataggio.»
«Però dovremo farvi entrare nel Tempio, e dopo che avremo aperto le porte delle celle dovremo
far uscire i prigionieri e scortarli attraverso la città senza svegliare nessuno. Non possiamo aprire le
porte principali senza svegliare tutti, quindi non potremo entrare da quella parte.»
«Hai qualche idea, Elassel?» domandò Ravenna.
«Credo che dovrete scavalcare il muro di cinta» suggerì la ragazza, dopo un momento di
riflessione. «Per riuscirci, avrete bisogno di rampini, avvolti nella stoffa per non fare rumore.»
«Nessun nativo potrebbe disporre di una cosa del genere» obiettò Tetricus.
«Suvvia, nessuno crederà comunque che i barbari siano penetrati in città» ribatté Elassel, in
tono sprezzante. «Tutti partiranno dal presupposto che si sia trattato di un altro tradimento.»
«Prima di andarcene, possiamo aprire le porte principali?» domandò Tetricus.
«Sono sbarrate. Far scivolare di lato la sbarra non dovrebbe essere difficile, ma farà un rumore
terribile.»
Più tardi, nulla parve davvero così facile a Elassel, mentre se ne stava accoccolata nel buio
dietro una colonna, in attesa che il custode notturno la oltrepassasse; si sentiva le gambe in preda ai
crampi, e non era certa di poter scattare in piedi abbastanza in fretta, quando fosse venuto il momento.
Ma dov'era il custode, nel nome di Ranthas? Elassel se lo chiese per l'ennesima volta, nel fissare la
lampada aetherica schermata appesa alla parete opposta, l'unica fonte di luce presente in quell'area del
Tempio; la lampada, e i dipinti sulla parete, dietro di essa, erano le sole cose che le fosse possibile
vedere con chiarezza.
Finalmente, sentì un rumore di passi che si avvicinavano lungo il corridoio, e tirò fuori dalla
faretra uno dei minuscoli dardi in essa contenuti, badando a non avvicinarne la punta aguzza alla
propria pelle mentre lo infilava nella cerbottana. Non era la prima volta che ne usava una, ma il
capitano delle guardie aveva comunque impartito a tutti e tre una veloce lezione sul suo impiego,
avvertendoli che quell'arma aveva una portata di pochi metri.
Accostatasi la cerbottana alle labbra, Elassel la puntò approssimativamente verso il punto in cui
doveva esserci lo stomaco del custode... il bersaglio più ampio... e attese. Un momento più tardi l'uomo
aggirò la colonna, una figura tozza in calzoni e giacca di stoffa grezza, munita di una lanterna
schermata, e nell'istante che precedette il tiro Elassel si chiese se il dardo sarebbe riuscito ad
attraversare lo spesso tessuto.
Le sue preoccupazioni risultarono peraltro prive di fondamento. Un secondo più tardi, infatti, il
custode emise un'imprecazione soffocata e si batté un colpo contro il fianco, poi si guardò intorno, e nel
fissare il punto in cui Elassel si trovava, avanzò direttamente verso di lei. Spaventata, anche se aveva il
volto quasi del tutto coperto e si trovava nell'ombra, Elassel si ritrasse d'istinto, ma poi le gambe
dell'uomo cedettero, mentre ancora stava attraversando i pochi metri che li separavano, e lui si accasciò
al suolo con una smorfia perplessa sul volto, addormentandosi profondamente nel tempo che Elassel
impiegò a emergere dal suo nascondiglio.
Dopo, fu un gioco da bambini sfilargli le chiavi dalla cintura e raggiungere il suo piccolo
ufficio, nel cortile, dove si trovavano i controlli dello scudo aetherico; essi erano chiusi dietro un
pannello protettivo, ma Elassel trovò al primo colpo la chiave giusta fra le cinque o sei del mazzo, aprì
il pannello e premette la mano sul quadrante luminoso al di là di esso, concentrandosi sul compito di
disattivare lo scudo. Per fortuna, finora nessuno aveva ancora elaborato quadranti aetherici non
manomettibili, e chiunque era in grado di utilizzarli.
Il debole suono ronzante si spense subito, segno che adesso lo scudo non era più attivo, ed
Elassel tornò nel cortile in tempo per vedere Tetricus scavalcare la sommità del muro e saltare giù, per
raggiungere Ravenna nel cortile.
«Un buon lavoro» bisbigliò il tecnico; Ravenna, invece, non disse nulla.
«Da questa parte» sussurrò Elassel, e mentre sgusciavano attraverso la porta interna ora buia,
penetrando nell'anticamera, si rese conto che si stava divertendo.
Poi il buco nero della scala apparve alla loro sinistra, con un piccolo chiarore che s'intravedeva
appena in fondo a esso.
«Pronti?» sussurrò Ravenna, e non appena gli altri due annuirono, prelevò da una sacca una
palla per bambini fatta di corda intrecciata, lasciandola rotolare giù per i gradini.
Il servo di guardia apparve un momento più tardi e si chinò sulla palla, che era andata a fermarsi
contro una parete. Elassel e Tetricus gli scagliarono contro i dardi, nascondendosi subito dopo alla
vista, e l'istante successivo Elassel sentì un grido di sorpresa e di dolore, seguito da un paio di passi
incespicanti, prima che il servo si accasciasse a sua volta, addormentato.
Il corridoio era immerso nel buio, e il solo rumore che si sentisse era il debole suono di
qualcuno che respirava profondamente; a un cenno di Ravenna, il tecnico oceanografico si avvicinò
alla prima cella, e lanciò un richiamo sommesso attraverso le sbarre.
In un primo momento non ci fu risposta, e per lunghi, tormentosi secondi, Elassel si sentì
assalire dal timore, chiedendosi il perché di quel silenzio, poi un nativo si presentò alla porta e li scrutò
con espressione sospettosa.
«Cosa c'è?» chiese, a voce troppo alta.
«Parla più piano» ingiunse Tetricus. «Siamo qui per liberarvi.»
«Liberarci?» ripeté il mercante, perplesso. «Perché?»
«Siamo nemici del prete che vi ha catturati, e la vostra tribù vi aspetta. Vuoi aiutarci a svegliare
i tuoi amici e venire via senza far rumore? Dobbiamo farvi arrivare alle porte, altrimenti non avrete
modo di lasciare la città.»
«Aspetta un secondo» disse l'uomo, poi scomparve nella cella, e di lì a poco Elassel sentì un
suono di voci che discutevano; il nativo ricomparve qualche istante più tardi, annunciando: «Verremo
con voi.»
Elassel si mise subito all'opera per forzare le serrature, versando dentro di esse l'acido contenuto
in una fiala che aveva conservato nel suo bagaglio, e ben presto otto mercanti barbari dall'aria alquanto
sconcertata si radunarono nel corridoio, accanto a loro. Erano quasi arrivati al cortile quando una figura
sbucò da uno dei corridoi laterali, subito abbattuta da uno dei dardi di Tetricus. La persona colpita si
accasciò con un grido, e nel riconoscere la voce della matrigna, Elassel cercò di tornare indietro,
trovandosi però il passo sbarrato dall'oceanografo.
«Cosa stai facendo?» sibilò questi.
«È la mia matrigna» rispose Elassel, in tono preoccupato.
«Presto starà bene. Ora corri» ingiunse Tetricus.
Insieme, i tre guidarono i barbari nel cortile, dove Tetricus e Ravenna rimossero la sbarra delle
porte che, come aveva previsto Elassel, emise un acuto stridio nello scorrere all'indietro sui sostegni.
Seguì una fuga lungo le strade fradice di pioggia, mentre dall'interno del Tempio si levavano le
prime grida d'allarme. Qualcuno era stato tanto previdente da lasciare aperta la porta fra i distretti, ma i
fuggitivi non videro nessuno finché non arrivarono alla porta sul lato del Quartiere Nuovo rivolto verso
la terraferma. Senza fiato, barcollando, Elassel avanzò fino al riparo da essa offerto e per poco non
andò a sbattere contro un muro, ma qualcuno protese un braccio per arrestarla, e nel girarsi lei si trovò
davanti il volto segnato del capitano delle guardie.
«Ormai è fatta» disse questi. «Ho tutto sotto controllo.»
In quel momento, sopra di loro si sentì un violento sibilo, seguito subito dopo da uno spettrale
bagliore azzurro che si diffuse su tutta la città in seguito all'esplosione di due proiettili d'energia. Nel
frattempo, qualcun altro si avvicinò a Elassel per aiutarla a entrare nel casotto di guardia; nel superare
la soglia, lei sentì un rumore di zoccoli e di lì a poco vide sopraggiungere gli irsuti pony dei barbari,
carichi di merci.
«Riferite ai vostri capi che...» cominciò a dire il capitano.
Elassel non sentì altro perché le guardie scortarono lei e gli altri nel casotto, al riparo dalla
pioggia, accompagnandoli al piano superiore, in una stanza dove era stato acceso il fuoco perché
potessero asciugarsi i vestiti. Accostatasi alla finestra, Elassel vide i mercanti barbari allontanarsi lungo
la strada, curvi in avanti sotto la violenza della tempesta; un momento più tardi, presumibilmente a
titolo di avvertimento, due proiettili a legnofiamma esplosero al di sopra del limitare della foresta, dove
era in attesa l'esercito dei nativi, e in segno di risposta un razzo di segnalazione si levò al di sopra della
valle, un intenso lampo di luce che venne spento quasi subito dalle cortine di pioggia.
«Quel razzo veniva dalla miniera» commentò con soddisfazione il capitano della guardia. «Ce
l'hanno fatta anche loro.»
Quindi Palatine aveva portato a termine la sua parte del piano, e a Midian era stata impartita una
bella lezione.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Mi svegliai nella mia stanza, con la luce del sole che filtrava attraverso le tende, accaldato a
causa delle troppe coperte che erano state accumulate sul letto. Sfregandomi gli occhi, fissai l'orologio
aetherico appeso alla parete di fronte, faticando però a metterlo a fuoco: il quadrante era illuminato per
poco più di metà, quindi doveva essere appena passata la sesta ora... del mattino, a giudicare dal sole...
ma di quale giorno?
Ricordavo di essere crollato sul letto di Ravenna e di aver riferito a mio padre il messaggio di
Palatine, ma dopo di questo non rammentavo più nulla. Di certo non potevano essere passate solo dieci
ore da allora, ma dato che era giorno, se era trascorso un tempo più lungo questo significava che
dovevo aver dormito per quasi due giorni.
Un sonno risanatore poteva essere la spiegazione più logica, in quanto sapevo che uno dei
metodi migliori per risanare qualcuno era farlo scivolare in un lungo sonno.
Sollevatomi a sedere, mi alzai in piedi e subito dopo imprecai, quando sentii una fitta di dolore
trafiggermi la gamba a causa del taglio al piede, di cui mi ero del tutto dimenticato; abbassando lo
sguardo, cercai di verificare se stesse guarendo, ma tutto quello che vidi fu una spessa fasciatura.
Indossata una veste da camera, mi diressi zoppicando fino al bagno per fare una doccia, senza vedere in
giro nessuno, così come non incontrai nessuno lungo il tragitto quando, dopo essermi vestito, scesi al
piano di sotto, perché la servitù si alzava alle sei e mezza e mio padre, che era sempre stato mattiniero,
alle sette.
Entrato nelle cucine, constatai che il fuoco era ancora spento, e mi servii da solo di quello che
riuscii a trovare nella dispensa, dato che il pane e la frutta della giornata non sarebbero stati consegnati
che fra un'altra mezz'ora.
Ancora non avevo idea di come fossero andate le cose, ma a giudicare dalla tranquillità e dal
silenzio che regnavano in giro, supposi che i barbari non costituissero più una minaccia immediata,
perché Lepidor non dava la sensazione di una città sotto assedio; ricordavo infatti bene l'attacco
sferrato da Lexan alla città quando io avevo sette anni, e come a quel tempo il Palazzo fosse stato
protetto costantemente, con marine spossati che dormivano nei corridoi.
Nel passare davanti a esse, vidi che le porte del Tempio erano aperte, ma non scorsi nessun
segno di vita; naturalmente mi chiesi se il salvataggio degli ostaggi fosse stato portato a termine, ma
sapevo benissimo che non era certo il caso di fare domande al riguardo al Tempio, anche ammesso che
avessi trovato qualcuno già sveglio.
Trovai le risposte che stavo cercando quando arrivai alle porte del Quartiere di Terra; vedendo
due soldati di sentinella sul tratto di muro sovrastante le porte, bussai al casotto di guardia, adiacente
l'arcata, e un momento più tardi il battente venne aperto da un soldato biondo, sulla quarantina, con
l'armatura che gli calzava male intorno alle spalle, perché troppo larga.
«Esconte Cathan» salutò, con un sorriso e un'espressione piena di rispetto che non avevo mai
visto prima. «Mi fa piacere vederti in piedi. Cosa posso fare per te?»
«Potresti dirmi che giorno è, e che cosa è successo.»
«Che giorno è, Esconte? Stai scherzando?»
«Sono stato immerso in un sonno risanatore per qualche tempo, ma non c'è ancora nessuno
sveglio e non so cosa stia succedendo.»
«Ecco, oggi è giorno di mercato, quindi hai dormito per un giorno e due notti. Non ricordi che
cosa hai fatto?»
«Rammento quello che ho fatto, ma soltanto finché sono arrivato a Palazzo» risposi.
«Senza dubbio il decurione, o qualcuno a Palazzo, potrebbe spiegarti meglio ogni cosa, ma
comunque sarò lieto di provvedere io. Vieni di sopra» mi invitò il soldato, poi mi accompagnò sui
bastioni, dove mi presentò al suo compagno, una recluta di uno dei Casati cittadini, più vecchio di me
di qualche anno, e procedette a raccontarmi ogni cosa.
«Stavamo giocando a carte negli alloggiamenti quando il centurione è arrivato di corsa e ci ha
ordinato di armarci e di radunarci nel cortile. Naturalmente, non ci ha detto il perché finché non siamo
stati tutti fuori, al freddo e fradici, poi ci ha spiegato che nel bosco c'era un esercito dei nativi, in attesa
di attaccare la città all'alba. La cosa ci è parsa sospetta... voglio dire, neppure i barbari sono tanto
stupidi da attaccare durante una tempesta, quindi forse pensavano che qualcuno avrebbe aperto loro le
porte.
«In ogni caso, di lì a poco è arrivato il tribuno, che ci ha condotti fuori degli alloggiamenti, ma
avevamo percorso appena pochi metri che è arrivato di corsa un altro decurione, dicendo che il Tempio
era stato attaccato e che i prigionieri erano fuggiti. A quel punto, il tribuno ci ha ordinato di tornare nel
cortile, e di aspettare mentre lui andava alle porte. Naturalmente, il tribuno aveva un mantello degno di
questo nome, mentre il resto di noi era completamente fradicio.
«In ogni caso, mentre eravamo fermi là, qualcuno ha cominciato a sparare con un cannone a
impulsi, sulle mura, ma da dove eravamo non riuscivamo a vedere a chi stessero sparando; poi il
tribuno è tornato, perfettamente asciutto, e ci ha detto di sciogliere i ranghi, affermando che le tribù
erano in fuga.»
«Sono semplicemente fuggiti?» domandai.
«A quanto è saltato fuori dopo, pare che qualcuno abbia rimandato loro i prigionieri perché
riferissero che non avevano nessuna speranza di farcela, dato che conoscevamo tutto il loro piccolo
piano. Nel frattempo, la tua amica è riuscita anche a riconquistare la miniera, quindi ai barbari non è
rimasto altro da fare se non tornare alle loro capanne, e da allora non li abbiamo più visti, grazie a te. Io
non me la sarei sentita di discendere quel ruscello su una zattera e in piena estate, tanto meno a nuoto, e
per di più durante una tempesta.»
«Hai davvero disceso tutto il corso del ruscello, fino alla baia?» mi chiese l'altra guardia.
«Sì, l'ho fatto» replicai.
Per qualche momento ancora rimasi a chiacchierare con le guardie, poi mi avviai per tornare al
Palazzo seguendo la cinta delle mura; sotto di me, la città cominciava a svegliarsi, ma io non avevo
voglia di addentrarmi nelle sue strade e di vedere gente; da come parlavano, le guardie sembravano
considerarmi una sorta di eroe, ma io sapevo di non essere tale e di non meritare il loro rispetto, perché
anche se esso mi faceva piacere, non riuscivo a perdonarmi per essere stato catturato la prima volta che
avevo avuto il comando di una missione, né a dimenticare la vergogna che avevo provato
nell'inginocchiarmi nella polvere del cortile della miniera.
Il retro dei giardini del Palazzo si trovava proprio sotto la sezione delle mura rivolta verso il
mare, anche se gli alberi lo nascondevano alla vista delle guardie; là, c'era un punto in cui avevo fissato
una scala di corda appena sotto il parapetto, sul lato rivolto verso il giardino, in modo da avere un'altra
via per uscirne: salita la scala di corda, entrai nel giardino e una volta a Palazzo, constatai che nel
frattempo i servi si erano alzati.
Mio padre mi fornì il resoconto completo dell'accaduto, mentre facevamo colazione nella sala
da pranzo quasi deserta, e mi confermò che le tribù si erano davvero ritirate oltre il passo, le cui
fortificazioni erano state riparate ed erano di nuovo in funzione.
«Cosa mi dici del traditore?» domandai.
«Uno dei soldati della torre è stato comprato dal Casato Foryth, ma non sappiamo il perché»
rispose mio padre, incupendosi in volto. «Quell'uomo è fuggito insieme alle tribù in ritirata e io l'ho
dichiarato un rinnegato, ma in realtà non c'è altro che possa fare. Pare infatti che i capi delle tribù siano
stati a loro volta ben pagati, per cui di certo lo proteggeranno.»
«Foryth ha corrotto i capi?» domandai, sorpreso, perché era difficile riuscire anche solo a
parlare con i capi delle tribù, se non li si conosceva da tempo; forse, Foryth aveva degli agenti fra i
missionari. «Come lo hai scoperto?»
«I barbari hanno reagito in modo eccessivo» spiegò mio padre. «In circostanze del genere, di
solito mandano un messaggero a chiedere la restituzione della loro gente, non ammassano un esercito
per attaccare... e comunque avrebbero dovuto accettare il prezzo di sangue che hai offerto loro, alla
miniera. Offrirsi di pagarli è stata la cosa più giusta da fare» proseguì, avendo forse notato la mia
espressione. «Bisogna sempre cercare di contrattare. Discendere a nuoto il ruscello è stato un atto
molto coraggioso, e di certo è stata la nostra salvezza, però non si può sempre agire in questo modo,
quindi la prima cosa da fare è sempre quella di tentare di trattare... con tutti tranne che con il Casato
Foryth.»
Nonostante le rassicurazioni di mio padre, non riuscii ancora a perdonarmi, però evitai di dirlo
apertamente perché sapevo che lui mi avrebbe risposto come aveva fatto Palatine, e io non riuscivo a
credere a nessuno dei due, per quanto desiderassi farlo.
Dopo la colazione, mio padre mi informò che si sarebbe messo in viaggio lungo la costa per
andare a Gesraden e a Ygarit, due cittadine del clan a sud della città, ma poco lontane da essa, e che
avrebbe lasciato a me la gestione di tutto fino al suo ritorno, il giorno successivo. Un'ora più tardi, partì
con mia madre e il suo seguito, e dopo averli salutati tornai dentro per chiedere ad Atek se c'erano
impegni ufficiali da assolvere.
Salito nell'ufficio di mio padre, aprii la porta, che era chiusa a chiave, e sedetti alla scrivania,
dove trovai un biglietto, stilato con la sua calligrafia ben precisa, in cui erano elencate tutte le cose di
cui mi sarei dovuto occupare nel corso della sua assenza... non erano molte, quindi non avrebbero
dovuto portarmi via troppo tempo. Alla fine, lui aveva aggiunto poche parole... ho provveduto io a
vedermela con Midian, che non costituirà un problema... che mi rassicurarono notevolmente, perché
ero stato preoccupato per quello che avrebbe potuto fare l'Avarca; placati i timori, mi rimasero la
curiosità di sapere chi aveva liberato i prigionieri, e in che modo mio padre avesse spiegato a Midian la
loro scomparsa.
Mi stavo accingendo a leggere alcuni documenti, con la speranza di togliermi al più presto dai
piedi la maggior parte del lavoro, quando bussarono alla porta.
«Avanti» invitai.
La visitatrice risultò essere Ravenna.
«Mi fa piacere vederti di nuovo sveglio» disse, mentre io posavo i documenti e mi alzavo in
piedi, perché non avevo intenzione di parlare con lei restandomene seduto dietro una scrivania.
Ravenna però aggirò la scrivania e mi abbracciò con forza, lasciandomi stupefatto nel
comportarsi, per una volta, senza la rigidità di un ghiacciolo.
«Per favore, non farti catturare ancora» sussurrò. «Ero così preoccupata.»
Io non replicai, commosso da quel suo improvviso calore: in tanto tempo che la conoscevo,
quella era solo la seconda volta che la sentivo esprimersi in modo diverso dal consueto tono freddo e
scandito; quel momento di grazia passò però in fretta, e pochi secondi più tardi lei si ritrasse, tornando
a sfoggiare il consueto accenno di sorriso.
«Anche se l'idea è stata di Palatine, hai agito in maniera molto coraggiosa, Cathan» affermò,
avvicinandosi a una finestra.
«In realtà, non avevo idea che sarebbe stata una cosa così terribile» confessai, avvicinandomi a
lei e soffermandomi a osservare la città e il quartiere del porto, al di là del quale, sulla baia, era
possibile scorgere alcune vele al largo. «Finora, non avevo incontrato acque a cui non potessi tenere
testa, per quanto fossero rapide o pericolose. Pensavo che il mio principale problema sarebbe stato
quello di oltrepassare i boschi senza essere preso, ma non ho visto traccia dei nativi e sono riuscito a
stento ad arrivare vivo al porto.»
Mentre parlavo, rammentai la danza delle foche nel loro mondo silenzioso, al di sotto delle
onde: quella era una cosa che avrei tenuto per me, senza mai condividerla con nessuno.
«Ma ci sei riuscito, e non ti sei arreso. Per questo le tribù sono state costrette a ritirarsi senza
versare una goccia di sangue, e il Casato Foryth ha sprecato una notevole quantità di denaro.»
«Però dovevano avere all'interno della città qualcuno che aprisse loro le porte, perché nessuno
avrebbe mai potuto attaccare le mura durante una tempesta.»
«Se c'è un traditore, lo troveremo» garantì Ravenna, girandosi a guardarmi. «Accettare il denaro
di Foryth per sostenere i suoi interessi, come ha fatto Mezentus, è un conto, ma non riesco a credere
che il Casato Foryth abbia trovato un secondo traditore, disposto a lasciar entrare le tribù in città. Forse
si tratta di qualche leccapiedi di Midian.» «Il che significa soltanto che non possiamo prenderlo.»
«Sono certa che troveremo il modo di farlo.»
Per qualche momento, restammo entrambi in silenzio, contemplando la città sottostante che si
stava svegliando.
Poi quella pace venne interrotta da un messaggio d'allarme proveniente dal comunicatore
aetherico sulla scrivania di mio padre. Avvicinatomi, premetti il pulsante di ricezione, e sul pavimento
antistante la scrivania apparve l'immagine del Mastro Portuale Tortelen, seduto davanti a una console
aetherica.
«Dov'è il conte?» mi chiese.
«Il conte è assente» replicai.
«Esconte, credo che faresti meglio a venire qui. Pochi minuti fa, il nostro sensore ha individuato
una manta danneggiata che si sta dirigendo da questa parte; abbiamo mandato un razzo di mare a
intercettarla, e non appena stabilito il contatto l'equipaggio della manta ha richiesto di essere trainato,
perché i danni subiti erano ingenti.»
«A chi appartiene la manta?»
«È arcipelaghiana... e pare trasporti una delegazione arcipelaghiana diretta a Thure, a capo della
quale c'è però un Cambressiano, l'Ammiraglio Karao.»
«Quanto impiegheranno ad arrivare qui, Janus?» domandai, senza distogliere l'attenzione dallo
schermo; alle mie spalle, un frusciare di stoffa segnalò che Ravenna si era avvicinata.
«Meno di mezz'ora. Non potranno attraccare al porto sottomarino, quindi dovremo trainarli fino
a un molo del porto di superficie.»
«Sarò lì al più presto» dissi, poi chiusi la comunicazione e attivai l'interfono del Palazzo, che
mio padre era solito utilizzare di tanto in tanto, e aggiunsi: «Per favore, il Primo Consigliere Atek
nell'ufficio del conte. È urgente.»
Soltanto allora mi girai verso Ravenna, constatando che il suo sorriso era svanito.
«Conosci questo Ammiraglio Karao?» le chiesi.
«È un nobile di un clan arcipelaghiano, oltre a essere un ammiraglio cambressiano, ha molta
influenza in entrambe le nazioni e può muovere una quantità di leve di potere.»
«E...» la pungolai, percependo qualcosa di non detto che aleggiava nell'aria.
«Ed è un eretico.»
Pochi minuti più tardi, dopo essermi consultato con Atek e aver inviato un messaggero a mio
padre, mi ritrovai su un molo del porto meridionale, intento a osservare la forma azzurro cupo di una
manta che veniva rimorchiata verso di noi. La torre di servizio di superficie, un'ingombrante struttura di
legno, era stata tirata fuori dai manovali del porto di superficie ed era già in posizione sul molo, pronta
a essere collegata non appena la manta arcipelaghiana, l'Esmeralda, si fosse avvicinata a sufficienza.
Mentre aspettavo, pensai che era un bene che quella fosse una calda giornata di sole, senza
l'inferno di acqua e di vento che si era scatenato un paio di giorni prima. A quanto mi aveva detto
Tortelen, l'Esmeralda era stata colpita dalla parte sottomarina della tempesta che si era abbattuta su di
noi, e che era stata molto più vasta di quanto avessimo supposto, tanto che soltanto la sua frangia più
esterna era arrivata fino a Lepidor.
Con me, per l'occasione, c'era un comitato d'accoglienza piuttosto ridotto, perché i membri del
consiglio cittadino non avevano ritenuto che quello fosse un evento abbastanza importante da indurli ad
abbandonare i loro affari, soprattutto considerato che mio padre non era lì per insistere, anche se io
sospettavo che quell'assenteismo fosse dovuto al fatto che non avevamo rapporti commerciali con
Cambress o con l'Arcipelago; di conseguenza, le sole persone presenti oltre a me erano Dalriadis,
Tortelen, Atek, Palatine e Ravenna, oltre a un paio di miei cugini che avrebbero svolto il ruolo di
messaggeri o di guide.
Con penosa lentezza, e con l'ala che si trascinava lungo il molo, l'Esmeralda finalmente si
arrestò stridendo, con il portello affiancato alla torre di servizio; notando le abrasioni che spiccavano
sulla sua superficie lucida, io mi chiesi che cosa potesse averle causate, considerato che in una tempesta
sottomarina scatenatasi al largo non potevano esserci state rocce o rami spinti dalla corrente.
Il portello infine si aprì, e un uomo che indossava un'uniforme cambressiana piuttosto
malconcia si avviò con passo rapido lungo la torre di servizio, mentre alle sue spalle altre persone
uscivano dal portello una dopo l'altra, insieme ad alcune volute di fumo, o forse di vapore, che si
levavano pigre dall'interno dell'imbarcazione.
Osservando l'uomo che era sbarcato per primo, supposi che dovesse trattarsi dell'Ammiraglio
Karao, considerato che c'erano due stellette... e uno spazio vuoto per una terza... sul colletto della sua
uniforme color indaco, lacerata in più punti e qua e là bruciacchiata. Il suo aspetto era quello di un
Thetiano... razza a cui del resto un tempo erano appartenuti anche i Cambressiani... con i lineamenti un
po' appiattiti propri degli abitanti dell'Arcipelago Meridionale e la pelle bruna.
«Benvenuto a Lepidor, Ammiraglio Karao» salutai. «Io sono l'Esconte Cathan.»
«Ti ringrazio» rispose Karao. «Temo di non avere un bell'aspetto, ma purtroppo gran parte del
nostro bagaglio è andato bruciato.»
Poi scese dalla passerella per fare spazio alle persone che si erano accalcate alle sue spalle e
permettere loro di passare sul molo. Alcune di esse erano marinai arcipelaghiani o cambressiani, che
indossavano malconce uniformi azzurre o verdi, mentre il resto era costituito da civili, un assortimento
di persone che a me parve piuttosto strano, per essere una delegazione commerciale, considerato che a
parte pochi uomini e donne di età matura, gli altri avevano tutti la mia età, o anche meno.
«Permettimi di presentarti la delegazione arcipelaghiana a Thure» disse intanto Karao,
presentandomi alcuni fra i civili e i marinai, mentre io mi chiedevo perché mai gli Arcipelaghiani
stessero inviando una delegazione proprio a Thure.
Toccò poi a me presentare le persone che mi accompagnavano, e l'ammiraglio le salutò con
calore, mostrando di conoscere già una di esse: Ravenna.
«Ancora tu» commentò, con un sorriso che non gli si estese allo sguardo. «Mi fa piacere
rivederti.»
«Anch'io sono lieta di rivederti, ammiraglio. Congratulazioni per la tua promozione... eri
soltanto un commodoro, l'ultima volta che ho avuto il piacere d'incontrarti. Spero che ricordi ancora
quello che ho detto.»
«E come avrei potuto dimenticarlo? Sei stata piuttosto esplicita.»
«Mi hai già sostituita?»
«Non potrei mai sostituirti, Ravenna. Ho un'altra pupilla, ma è succeduta a te, non ti ha
rimpiazzata.»
«Spero che, come tua pupilla, si trovi meglio di me.»
«Non ha il tuo vivace stile polemico.»
«Se volete seguirmi» intervenni, obbligato mio malgrado a interrompere quell'affascinante
battibecco, «vi troveremo un posto dove possiate ripulirvi e riposare.»
Lasciando a Tortelen il compito di scortare i marinai agli alloggiamenti della marina,
accompagnai quindi Karao e la delegazione a Palazzo, dove il personale era stato avvertito di aspettarsi
quel gruppo di malconci superstiti e aveva provveduto a preparare loro delle stanze; lungo la strada,
l'ammiraglio mi spiegò che l'Esmeralda era stata raggiunta dalla fascia esterna di un vortice abissale,
che l'aveva sbattuta di qua e di là, arrivando a farla ribaltare su se stessa. Per fortuna, erano riusciti a
liberarsi dalla presa del vortice, altrimenti ne sarebbero stati risucchiati, andando incontro a una morte
orribile. In virtù dei miei studi oceanografici, sapevo che tutti i vortici erano pericolosi, ma che i vortici
abissali erano di gran lunga i più grandi... sebbene ci fosse chi ipotizzava che potessero esistere terrori
anche peggiori, vortici anellari che potevano letteralmente ribaltare su loro stessi migliaia di chilometri
quadrati di oceano. I vortici abissali, invece, formavano delle specie di trombe marine subacquee larghe
parecchi chilometri e profonde centinaia, se non migliaia, di chilometri, quindi l'Esmeralda era stata
fortunata a riuscire a salvarsi.
L'ammiraglio, che mi aveva chiesto di rivolgermi a lui chiamandolo semplicemente Sagantha, si
dimostrò una compagnia piacevole e portò avanti quasi da solo la conversazione per la maggior parte
del tragitto fino al Palazzo; proprio mentre oltrepassavamo le porte, quando già potevo vedere più
avanti i servitori e i membri del Casato in attesa di aiutare i superstiti dell'Esmeralda a sistemarsi nelle
loro stanze, Palatine richiamò la mia attenzione battendomi un colpetto su una spalla.
«Nella delegazione c'è qualcuno che viene dalla Cittadella» disse.
«Di chi si tratta?» domandai.
«È Persea.»
Ripuliti e abbigliati con un assortimento di abiti presi a prestito, gli Arcipelaghiani pranzarono
con me nella Grande Sala. Persea si era mostrata felice di rivedere me e le ragazze, ma per il momento
non avevamo ancora avuto possibilità di parlare. In qualche modo, però, avevo trovato il tempo di
chiedere a Ravenna come mai conoscesse l'ammiraglio.
«Tre o quattro anni fa, per qualche tempo sono stata la sua pupilla» mi aveva risposto,
«all'epoca in cui lui era il console cambressiano a Xianar. Uno dei suoi... soci in affari... voleva
sposarmi, o per meglio dire voleva sposare il mio patrimonio, quindi gli ho detto che me ne andavo.
Sono poi arrivata alla Cittadella e da allora non l'ho più rivisto, fino a oggi, naturalmente.»
Io mi stavo chiedendo ora come avesse fatto Ravenna a lasciare la protezione di Sagantha,
considerato che i pupilli non potevano cambiare tutore senza il permesso reale... e che non c'erano
monarchi arcipelaghiani. Inoltre, come mai era stata la pupilla di Sagantha, considerato che lei era una
Tehamana? E perché se n'era andata dalla sua terra?
«Tehama non era sicura» si era limitata ad affermare, quando le avevo rivolto quella domanda.
«Là, il Sommo Prete aveva il controllo assoluto su di me. Mia madre era già molto ricca di suo, e
quando i suoi fratelli sono morti senza eredi io ho finito per ereditare anche il loro denaro; siccome la
sua famiglia non voleva che i Tehamani mettessero le mani su tutti quei soldi, mi ha affidata a Karao,
come sua pupilla.»
Non potevo fare a meno di chiedermi da dove fosse venuta tanta ricchezza, dato che i Tehamani
non erano noti per le loro attività commerciali, e oltre a questo rimaneva anche un altro mistero: come
mai una ricca famiglia arcipelaghiana avesse permesso a un'ereditiera di sposare un Tehamano.
Mentre pranzavo in compagnia di Sagantha e degli altri, Tortelen e Dalriadis procedettero a
ispezionare i danni riportati dall'Esmeralda.
«Le riparazioni richiederanno tre settimane, al massimo quattro» fu il loro verdetto, quando li
chiamai dall'ufficio di mio padre.
«Vuoi che vi trasportiamo a Pharassa, perché possiate cercare un'altra nave?» chiesi a Sagantha,
che era intento a contemplare la città dalla finestra accanto a cui avevamo sostato io e Ravenna, poche
ore prima.
Lui prese in esame quel suggerimento per qualche momento, poi scosse il capo.
«Nessuno salpa da Pharassa per Ralentis, e la Marina Imperiale non mi metterebbe mai a
disposizione una nave. Non potresti darci alloggio fino a quando l'Esmeralda sarà stata riparata? So che
per te sarà una seccatura, ma non riesco a vedere alternative.»
«Ammiraglio, se vuoi fermarti a Lepidor, sei il benvenuto» replicai.
«Temo che non vi potremo sistemare tutti qui a Palazzo, ma troveremo letti a sufficienza
altrove.»
«Ti sono profondamente grato, esconte» rispose, con un caldo sorriso.
C'era però un'altra cosa che gli dovevo dire, e non sapevo con certezza come avrebbe reagito.
«C'è solo un problema...» cominciai.
«Di cosa si tratta?»
«Ci è appena stato mandato un nuovo Avarca» iniziai, traendo un profondo respiro. «È un
Halettita ed è piuttosto fanatico, al punto che ha già scatenato una guerra con i nativi arrestando alcuni
loro mercanti con l'accusa di eresia. Se potessi avvertire la tua gente di stare attenta a quello che dice,
finché rimane qui...»
«Capisco» annuì Sagantha. «Attualmente la tensione è piuttosto alta anche nell'Arcipelago. A
proposito, come si chiama il vostro Avarca?»
«Midian... però non conosco il cognome.»
«Forse sull'Esmeralda stavamo meglio di quanto pensassimo. A quanto pare, voi state
decisamente peggio di noi. Se la cosa può consolarti, quell'uomo arriverà alla tiara di Esarca entro
quattro o cinque anni, e voi potrete liberarvene.»
Quattro o cinque anni? Ce l'avremmo fatta a sopravvivere fino ad allora?
Non appena saputo dell'arrivo di Karao, avevo mandato un messaggero al sud a richiamare mio
padre; l'ammiraglio era, infatti, un ospite troppo importante perché lui potesse permettersi di ignorarlo,
come dimostrò il fatto che rientrò entro il primo pomeriggio. Era stato raggiunto dal messaggero ancora
prima di arrivare a Gesraden e aveva quindi deciso di rimandare completamente il suo viaggio. Non
appena rientrato, mio padre mi assegnò il compito di organizzare la sistemazione in città degli
Arcipelaghiani, e io trascorsi un paio d'ore impegnato a trovare stanze a sufficienza per tutti, nel
Palazzo e nelle dimore dei vicini Casati; ovviamente, rifiutai con cortese fermezza l'offerta da parte di
Midian di alloggiare alcuni di loro al Tempio, perché avevamo già abbastanza problemi senza
crearcene altri.
Non appena ebbi trovato una sistemazione per tutti, togliendomi al tempo stesso la
soddisfazione di spedire i miei cugini a svolgere per me una quantità di piccoli incarichi, potei
finalmente sgusciare via per andare a parlare con Persea.
La trovai insieme a Palatine, a Ravenna e a parecchi fra gli Arcipelaghiani più giovani, tutti
seduti sul prato e intenti a far circolare una fiasca di un qualche liquore arcipelaghiano; al mio arrivo,
Persea procedette a presentarmi agli altri, due uomini e quattro donne, di cui due soltanto erano
originari delle isole vere e proprie, dato che gli altri quattro erano Qalathari.
«Tu sei quello che ha tolto di mezzo Hiroa, vero?» domandò uno di essi, non appena mi fui
seduto, dopo essersi guardato intorno come per accertarsi che non ci fossero spie nascoste fra i
cespugli.
«Eri alla Cittadella?» ribattei, stupefatto per il modo diretto e aperto in cui lui aveva affrontato
un argomento così delicato e pericoloso; Hiroa, infatti, era stato il capo delle forze dell'Acqua, nella
finta guerra fra Cittadelle, quello che io avevo "assassinato" scalando un muro con le ventose.
«Facevo parte della delegazione dell'Acqua» rispose. «Hai proprio scelto il momento migliore...
quando lui era sul punto di esporci la strategia con cui avremmo vinto.»
«Allora siete tutti eretici?» chiesi.
«Tutti quanti» replicò una delle ragazze, che sfoggiava un cappello informe di foggia strana. «È
per questo che siamo qui; nel Qalathar il pericolo era diventato eccessivo.»
«Quanto è grave la situazione, nell'Arcipelago?» domandò Ravenna.
«Non è buona» replicò un'altra ragazza. «Il Dominio ha mandato i suoi predicatori per cercare
di persuadere gli eretici a pentirsi, dato che laggiù hanno smesso di nascondersi; anche chi non è
eretico, comunque, non gradisce in ogni caso le interferenze del Dominio, per cui ci sono stati dei
tumulti quando l'Esarca ha cercato di arrestare qualcuno.»
«Ho sentito dire che Lachazzar sta pensando di scatenare una nuova crociata» interloquì Persea.
«In ogni caso, qualsiasi cosa il Dominio possa fare, nell'Arcipelago non darà risultati. Noi siamo stati
allontanati perché insistevamo presso gli Anziani per la costruzione di più navi e la restaurazione della
Pharaoh.»
«Perché?» domandò Ravenna. «Una cosa del genere non ha senso. Anche ammesso che
riusciste a trovarla, questo porterebbe soltanto al disastro, perché se doveste sceglierla come figura
emblematica intorno a cui radunarvi, Lachazzar non esiterebbe a scatenare una nuova crociata; se
invece il Dominio dovesse venire a conoscenza della sua esistenza, potrebbe rapire la Pharaoh e usarla
come figura di paglia tramite cui governare.»
«La Pharaoh è la sola persona che tutti sarebbero disposti a seguire, il solo strumento grazie al
quale potremmo indurre tutti i clan a combattere insieme.»
«Scusa la mia domanda» interloquì Palatine, con aria perplessa, «ma come fai a sapere che la
Pharaoh esiste davvero e che non è soltanto frutto dell'immaginazione? Dopo tutto, nessuno l'ha mai
vista.»
Numerosi Arcipelaghiani assunsero di colpo un'espressione furente, e uno di essi scattò in piedi.
«Come osi ipotizzare una cosa del genere?» esclamò. «Nessuno l'ha mai vista, certo, perché se
si fosse fatta vedere, il Dominio avrebbe scoperto dove si trovava e chi era.»
«Tekraea, siediti!» ingiunse la ragazza con il cappello. «Lei non intendeva insultarci. Non
offendere mai il nome della Pharaoh» proseguì, rivolta a Palatine. «Suo nonno ha fondato l'Arcipelago,
e lei è il simbolo di ciò che noi siamo.»
«Alcune persone conoscono la sua identità» interloquì Persea. «Sagantha è una di esse, ma le ha
giurato di non rivelare mai il suo nome.»
«Il fatto che nessuno l'abbia mai vista, e che quindi il Dominio non disponga di una sua
descrizione per poterla cercare, rende più facile nasconderla.»
«Quindi la Pharaoh è celata sotto le vesti di una comune cittadina» sintetizzò Palatine.
«Proprio così» annuì Persea. «Quando eravamo alla Cittadella, correva voce che anche lei vi si
trovasse, ma penso che sia stato solo il frutto dell'immaginazione troppo sfrenata di qualcuno.»
«Gli Anziani sanno dov'è la Pharaoh?» domandai.
«No, non lo sanno» fu la risposta.
Se loro lo ignoravano, chi era allora il detentore di quell'informazione?
Quella notte, Elassel venne a cercarmi al Palazzo, perché mentre era impegnata a danneggiare il
sistema idraulico degli alloggi di Midian, per vendicarsi di qualcosa che lui aveva fatto, lo aveva sentito
parlare con il mago della mente: a quanto pareva, Midian era convinto che la Pharaoh del Qalathar e
dell'Arcipelago fosse l'attuale pupilla di Sagantha Karao.
Nel qual caso, era possibile che lei fosse uno dei membri della delegazione trasportata
dall'Esmeralda.
CAPITOLO VENTICINQUESIMO
«Non intendo accettarlo!» esclamò mio padre, fissando l'ambasciatore tanethano con fredda ira.
«Il comportamento del Casato Foryth è imperdonabile, considerato che la sua contesa è con il Casato
Barca, non con il mio clan. Riferisci a Lord Foryth che se dovesse esserci un altro atto di sabotaggio,
non esiterò a utilizzare la forza.»
Atek mi scoccò un'occhiata piena di un disagio che non faticai a condividere, perché anch'io
temevo che mio padre si stesse spingendo troppo oltre riguardo alla faccenda del tentativo di
sabotaggio che si era verificato al porto, due giorni prima, frutto del più recente attacco di Foryth nei
nostri confronti. Sapevo che quella sua iperreazione era dovuta al fatto che per poco mio fratello Jerian
non era caduto vittima dell'attentato, costato la vita a tre manovali di cui avevamo appena svolto il
funerale; era solo grazie ai rapidi riflessi di uno di essi che avevamo ancora un porto attivo... alla sua
prontezza e all'incompetenza dell'agente inviato da Foryth. Personalmente, stentavo a credere che un
uomo spietato come Lord Foryth potesse aver utilizzato una persona tanto stupida per un compito di
quel genere: piazzando una sola carica, infatti, il sabotatore aveva soltanto ottenuto di abbattere la parte
superiore della torre di servizio, mentre se ne avesse usate due avrebbe potuto mettere fuori uso il porto
per settimane, o anche per mesi.
«Conte Elnibal...» cominciò il Tanethano, che appariva piuttosto nervoso; del resto, aveva tutti i
diritti di esserlo, considerato che era un funzionario di grado piuttosto basso, tutto ciò che noi
meritavamo in base alla scala di valori tanethana.
«Inoltre» lo interruppe mio padre, «ricorda a Foryth che lui è a capo di un Grande Casato, non
di un clan; per quanto notevole possa essere il potere che esercita a Taneth, per quante siano le navi di
cui può disporre, io sono pur sempre un Conte dell'Impero Thetiano. Rammentagli che è già accaduto,
in passato, che un clan abbia distrutto un Grande Casato.»
«Mio signore, Lijah Foryth è un uomo potente. Vuoi che gli riferisca proprio queste parole?»
azzardò l'ambasciatore.
«Se il Casato Foryth vuole comportarsi come se fosse un clan, io lo tratterò come tale» dichiarò
mio padre, poi aggiunse: «Riferiscigli anche, proprio con queste parole, che se nel corso della
Conferenza si fosse comportato da uomo civile e non come uno zotico barbaro, forse avrebbe ottenuto
il contratto che tanto desidera. Puoi andare.»
Senza osare di dire altro, il Tanethano s'inchinò e uscì dalla sala, accompagnato da un pesante
silenzio, infranto solo dallo scricchiolio sonoro delle porte che si richiusero alle sue spalle.
Mio padre sciolse quindi la riunione, e chiese ad alcuni di noi di seguirlo di sopra, nella stanza
segreta del Consiglio.
«Atek, prepara un contenitore per messaggi» disse, non appena ci fummo seduti, dopo esserci
chiusi la porta alle spalle. «Scriverò al re, per informarlo di quanto sta succedendo qui. I suoi contatti
tanethani sono prevalentemente con il Casato Canadrath, che non è in buoni rapporti con Foryth.»
«Mio signore, di certo stai esagerando» azzardò Atek, guardandosi intorno per cercare il
sostegno degli altri presenti nella stanza, Dalriadis, Shihap e io. «Questo potrebbe esporci a un pericolo
ancora maggiore.»
«Oggi siete tutti come un branco di pecore» ribatté lui, cupo in volto.
«Non fare nulla, servirà solo a peggiorare le cose. Per poco mio figlio Jerian non è stato ucciso
dagli agenti di Foryth, e tu mi dici che è troppo pericoloso intraprendere qualsiasi azione? Chi altri
credi che possa aver voluto danneggiare il porto? Se non facciamo nulla, Foryth ci riterrà deboli e
rinnoverà i suoi attacchi con forza maggiore.»
«Ma cosa accadrà se la lettera non dovesse arrivare al re?» cercò di insistere Atek. «Se dovesse
cadere nelle mani di uno dei sostenitori di Foryth, all'interno del Clan Pharassa? Questo potrebbe
spingerlo a una mossa ancora più drastica... e magari potrebbe addirittura riuscire a mettere il re contro
di te.»
«Foryth non ha abbastanza fondi per fare una cosa del genere, e se continuerà a spendere simili
quantità di denaro finirà per rimetterci più di quanto avrebbe guadagnato nell'arco di anni dal contratto
per il trasporto del nostro ferro. E poi, c'è sempre il Viceré Imperiale che lo terrà a freno.» Se non altro,
questo era vero. Come tutti i Tethiani, il Viceré, Arcadius Tar'Conantur, un cugino dell'Imperatore,
detestava i Casati di Taneth, e al contrario della maggior parte dei suoi connazionali del centro
dell'Impero, si interessava attivamente a quanto avveniva in esso... il che spiegava come fosse arrivato
alla carica di viceré. Stando a quanto avevo sentito dire, la maggior parte dei Tethiani, compreso
l'imperatore, dedicava quasi tutto il suo tempo e le sue energie a organizzare orge e a ubriacarsi, ma
Arcadius doveva essersi impegnato in maniera concreta nel suo lavoro per meritare quella carica, anche
se il suo potere effettivo era inferiore perfino a
quello detenuto da mio padre.
Quando Atek tentò nuovamente di dissuaderlo dallo scrivere quella lettera, mio padre ci
congedò tutti e procedette a stilare il messaggio senza l'aiuto del Primo Consigliere.
«Adesso cosa facciamo?» domandò Shihap, quando di ritrovammo nel corridoio, fuori della
portata di udito di mio padre.
«Limitiamo i danni» ribatté Atek, in tono secco, nervoso quanto lo era stato mio padre. «Tu
tornerai alla tua bottega e io cercherò di scoprire quale sia la situazione attuale a Pharassa. Cathan,
parla con quella tua amica che viveva a Taneth e vedi se sa qualcosa che può aiutarci... soprattutto se sa
qualcosa di più su quel bastardo di Foryth.»
«Ti ho già detto quasi tutto quello che so su Foryth» affermò Palatine, quando le posi quella
domanda, più tardi quello stesso giorno, nel mio salotto privato.
Anche se era soltanto metà pomeriggio, il fuoco era acceso e avevo chiuso le tende, perché era
scoppiata un'altra tempesta, che imperversava ormai da cinque giorni e non mostrava segno di volersi
placare. Secondo gli oceanografi, si trattava di una sorta di super-tempesta, che non era limitata alla
fascia delle tempeste di Haden; comunque fosse, negli ultimi giorni dormire era stato quasi impossibile
a causa delle scariche elettriche pressoché costanti e dei tuoni che facevano echeggiare di continuo il
cielo come scariche di artiglieria.
«Com'è probabile che reagisca a una cosa del genere?» domandai.
«Non ne ho idea. Hamilcar sarebbe una fonte d'informazione migliore, perché conosce Foryth
da più tempo. Io so soltanto che nessuno si azzarda a minacciare Foryth perché hanno tutti troppa paura
di lui, senza contare che viene spesso ammesso a far parte del Consiglio dei Dieci, che è organizzato
con uno strano sistema: si è Consigliere soltanto per un mese e non si può rivestire due volte la carica
nell'arco di quattro mesi. Oltre a questo, ha molto sostegno in seno al Senato. Quanto a ciò che tuo
padre sta facendo... prevedere la reazione di Foryth è impossibile, perché potrebbe sia infuriarsi, sia
ignorare la cosa.»
«Però è più probabile che s'infuri» osservai.
«Sì» convenne Palatine, appoggiandosi allo schienale del divano, con lo sguardo fisso sulle
fiamme. «Quindi dobbiamo chiederci quale sarà la sua prossima mossa, e se possiamo prevederla.»
La stanza venne rischiarata improvvisamente dal bagliore di un fulmine, seguito da una serie di
assordanti rombi di tuono, i cui echi si spensero lentamente; era davvero una fortuna che quella
tempesta non fosse scoppiata nove giorni prima, quando io avevo disceso a nuoto il torrente.
«Finora ci sono stati due assalti dei pirati, l'attacco da parte delle tribù, e adesso questo atto di
sabotaggio, e inoltre lui sta continuando a pagare persone come Mezentus» riassunsi.
«Però è possibile vedere che gli piace usare la forza e che non ama le sottigliezze. Se si trattasse
di un altro clan, non avreste mai accettato di subire una cosa del genere e avreste già approntato la
flotta, dichiarando guerra, ma lui pensa di essere diverso perché è a capo di un Grande Casato
tanethano, e ci vuole infliggere quanti più danni possibile» rifletté Palatine, protendendosi in avanti con
il mento appoggiato alla mano. «Ma cosa ottiene da tutto questo?»
«Il contratto per il trasporto del ferro, è ovvio» replicai.
«Se così fosse, che vantaggio avrebbe nel caso che i nativi dovessero conquistare la città? O se
il porto andasse distrutto? Perché si sta concentrando contro Lepidor, invece che contro il Casato
Barca? Tutto questo non ha senso. Avrebbe potuto assoldare una flotta di navi pirata spendendo la
metà di quello che deve aver pagato ai nativi, poi avrebbe potuto distruggere qualsiasi nave, perfino la
vostra manta, e ridurre Hamilcar alla bancarotta.»
«Mi chiedo se continuerà con questa linea d'azione. Siamo già stati fortunati due volte, ma temo
che tanta fortuna non possa durare.»
«Hai ragione» convenne Palatine, dopo averci pensato sopra. «Dobbiamo tentare di anticipare la
sua prossima mossa.»
«E come pensi che possiamo fare? Ci sono centinaia di modi in cui potrebbe danneggiarci, e
non siamo in grado di leggergli nella mente» protestai.
«Potremmo attaccarlo per primi. Credo sia questo ciò che tuo padre sta cercando di fare, indurre
il re a muoversi contro di lui. Anche se volesse invaderci, Foryth non potrebbe farlo, perché non ha
abbastanza uomini per sconfiggere i vostri marine e comunque le sue forze non hanno il permesso di
lasciare Taneth. Peraltro» proseguì Palatine, dopo una pausa, il volto atteggiato a un'espressione di
intensa concentrazione, «non potrebbe allearsi con un altro Casato, o un altro clan? Qualcuno ha mai
fatto una cosa del genere?»
«Non che io ricordi» risposi, cercando di rammentare le lezioni di storia che mi erano state
impartite. «Da quando è stata fondata Taneth, ci sono state nove guerre fra Grandi Casati e clan, e per
quel che ne so, la maggior parte di esse si è conclusa con la distruzione del Casato... o almeno credo. In
ogni caso, a meno che Foryth si allei con un altro clan oceaniano, per esempio quello di Lexan,
l'Impero muoverà contro di lui, e non può neppure pensare di coinvolgere in questa faccenda gli altri
Casati, perché una cosa del genere farebbe reagire perfino i Thetiani. Se poi Lexan dovesse attaccarci
direttamente, Moritan e Coutières verrebbero ad aiutarci, Lexan chiamerebbe a raccolta i suoi alleati e
Scoppierebbe una guerra civile.»
«Quindi abbiamo forze pari su entrambi i fronti, per cui è improbabile che Foryth tenti un
assalto diretto.»
«No, non lo farà» confermai.
In quel momento un altro tuono fece echeggiare il cielo, all'esterno, ma io quasi non vi badai
perché nell'arco degli ultimi tre giorni mi ero abituato a quei fragori improvvisi. D'altro canto, mi chiesi
come se la stessero cavando gli Arcipelaghiani, che si erano mostrati terrorizzati quando si era messo
inizialmente a tuonare; non capitava mai, infatti, che scoppiassero tempeste di queste dimensioni nel
Qalathar o nelle isole più piccole, e alcuni di loro non avevano mai visto una super-tempesta in tutta la
loro vita.
«Allora, se non si tratta di questo...» cominciò Palatine, poi levò in alto le mani di scatto, in un
gesto di frustrata disperazione. «Non possiamo restarcene qui seduti a cercare di indovinare che cosa
farà!» proseguì. «Ti ho detto tutto quello che so, ma devi trovare il modo di saperne di più. Perché non
cerchi di entrare in contatto con qualcuno che abbia una spia in seno al Casato Foryth? Hamilcar
potrebbe indirizzarti dalla persona giusta.»
«Per allora, potrebbe essere troppo tardi.»
«Inoltre, sarebbe bene...» continuò Palatine, inizialmente esitante, poi sempre più decisa.
«Sarebbe bene che pagaste tutto quello che dovete a creditori e corporazioni, il più presto possibile, e
che non spendiate altro denaro finché non avremo eliminato il problema costituito dal Casato Foryth. In
questo modo, se lui riuscirà a fare qualche serio danno, voi comunque non dovrete preoccuparvi di
eventuali creditori.»
In poche parole, mi stava dicendo che dovevamo prepararci al peggio.
«Riferirò la tua idea a mio padre» replicai, «ma non sono certo che gli piacerà.»
Seguì una pausa di silenzio, piena di disagio, poi fu ancora Palatine a parlare.
«Ricordi quella conversazione che abbiamo avuto con gli Arcipelaghiani, il giorno del loro
arrivo... là fuori sul prato?» domandò.
«Sì.»
«Hanno detto che il motivo per cui sono stati mandati con Sagantha era che si stavano
mostrando troppo aperti ed espliciti nel sostenere l'eresia e la Pharaoh... ma non ti pare un po' strano
che siano stati imbarcati su una nave diretta a Thure?»
Io non riuscii a capire dove lei volesse andare a parare. Certo, all'inizio anch'io avevo pensato
che quella fosse una cosa strana, considerato che i pochi Tuonetar superstiti che vivevano sul gelido
continente settentrionale non avevano quasi nessun interesse nel contattare il mondo esterno, e in
genere si limitavano a comprare soltanto lo stretto necessario di cui avevano bisogno per sopravvivere.
«Thure può anche essere un posto particolare, ma comunque anche là hanno bisogno di
commerciare, almeno in certa misura. E laggiù, il Dominio non esiste.»
«Il solo posto con cui Thure commerci abitualmente è Ral Tumar, nell'Arcipelago, ma anche
così in tutto questo c'è qualcosa che non quadra, perché comunque Thure ha un accordo con il
Dominio, e i suoi abitanti non amano gli eretici più di quanto facciano i preti del Dominio. Perché
quindi degli eretici dovrebbero andare proprio là?»
«A Thure, il Dominio non li può arrestare.»
«Però possono farlo i Thuriani, che sanno essere sgradevoli quanto gli agenti del Dominio,
quindi i casi sono due: o quelle persone stanno davvero andando a Thure, perché là c'è qualcosa
d'importante, oppure hanno una destinazione completamente differente.»
A me parve che Palatine stesse ingigantendo quella faccenda in maniera ingiustificata. Dopo
tutto, i Thuriani dovevano sapere che gli abitanti dell'Arcipelago erano eretici, e del resto che cosa
avrebbero ottenuto, arrestando la delegazione dell'Esmeralda? Forse l'Arcipelago non aveva molta
influenza politica, ma stando a quanto avevo sentito, non si poteva dire Io stesso di Sagantha Karao.
Possibile che la minaccia costituita dal Dominio e da Foryth avesse convinto Palatine che tutti avevano
piani reconditi e segreti? D'altro canto, lei aveva dimostrato così spesso di avere ragione, che non mi
sentivo di accantonare i suoi sospetti senza dovuta riflessione.
«Allora, cosa credi che stiano facendo, realmente?» domandai.
«È qualcosa che ha a che fare con questa loro misteriosa Pharaoh, ne sono sicura. Elassel ha
detto che il Dominio è certo che la Pharaoh sia a bordo dell'Esmeralda, nel qual caso dubito che la
manta fosse diretta a Thure; probabilmente doveva avere un'altra destinazione. Dimmi, se avessero
oltrepassato la punta settentrionale di quest'isola, dirigendosi a nord invece che a sud, dove li avrebbe
portati questa rotta?»
Io mi avvicinai al grosso mappamondo che mio padre teneva in un angolo, e Palatine si alzò per
venirsi ad affiancare a me, sotto la luce incerta delle torce aetheriche, che si abbassava all'unisono con
lo scoppio di ogni lampo e rendeva difficile leggere.
Lentamente, tracciai una rotta che aggirava la sommità di Haeden e si dirigeva a ovest, verso
l'Oceano e verso Thure, Tumarian, Liona, le Isole Settentrionali e Mons Ferranis. Quell'ultima
destinazione sembrava la più improbabile, in quanto si trovava appena poche migliaia di chilometri a
nordest del Qalathar e avrebbe potuto quindi essere raggiunta seguendo un percorso più diretto. Quanto
a Thure, ne avevamo già parlato, Tumarian sembrava essere escluso dal genere di rotta che la nave
aveva seguito, e per quel che riguardava Liona e le Isole Settentrionali, si trattava di poco importanti
province dell'Arcipelago. Anche consultando la mappa, non c'era modo di arrivare a una risposta certa,
la sola cosa che appariva evidente era che l'Esmeralda aveva puntato verso Thure seguendo il percorso
più lungo possibile.
«Sono certo che stai esagerando» dissi infine, anche se non ne ero veramente sicuro.
Palatine non era peraltro la sola a detenere quel punto di vista, come scoprii il giorno seguente
quando, con la tempesta che ancora imperversava all'esterno, qualcuno venne a bussare alla porta
dell'ufficio. Seduto alla scrivania, io mi irrigidii, chiedendomi se non si trattava di qualcuno dei preti di
Midian, venuto a tormentarmi a proposito di qualche aspetto del protocollo. Quel giorno, avevo già
avuto due visite dal Tempio, entrambe in merito a cose di nessuna importanza, che però Midian pareva
ritenere fondamentali; dal momento che mio padre era ripartito per la sua visita il giorno prima che
scoppiasse la tempesta, e che non sarebbe quindi tornato per qualche tempo, io mi trovavo a dover di
nuovo gestire ogni cosa, costretto più che mai a dipendere in modo massiccio da mia madre e da Atek,
e non stavo certo guardando con anticipazione all'assise prevista per l'indomani, dato che quella
sarebbe stata la prima volta che ne avrei condotta una da solo.
«Avanti» dissi, sollevando lo sguardo dal noioso documento contabile che avevo davanti, quasi
grato di quell'interruzione, anche se il visitatore fosse poi risultato essere un prete.
La porta si aprì e Ravenna entrò nella stanza, fradicia di pioggia. Possibile che la tempesta fosse
davvero così violenta? Oppure lei aveva attraversato a piedi tutta la città?
«Ho pensato che ti avrei trovato qui» disse, avvicinandosi al fuoco e lasciando lungo il tragitto
una serie di impronte umide. «Fuori c'è un tempo orribile. Sono arrivata soltanto fino agli
alloggiamenti, e tuttavia mi sono infradiciata, nonostante il mantello. Qui capita spesso che piova in
questo modo?»
«Abbiamo tempeste così violente circa una volta al mese, in primavera e in autunno.
Considerati fortunata che non si sia in inverno, perché in quella stagione il clima resta sempre così per
settimane, o anche per mesi.»
«Nel Qalathar non è mai così neppure d'inverno» affermò lei, sciogliendosi i capelli e facendo
colare grosse gocce d'acqua sul tappeto di mio padre.
«Sei venuta per qualche cosa d'urgente?» domandai.
«Midian è a caccia, e il mastro dell'armeria ha preferito evitare altri guai... anche se
naturalmente io costituisco un problema e Palatine no. Rimane il fatto che non riesco a capire perché
quel vecchio caprone abbia deciso di visitare l'armeria, per di più con un clima di questo genere, ma in
ogni caso non ho nessun desiderio di trovarmi nello stesso edificio con lui, a meno di esserci costretta,
ed è per questo che sono venuta qui. Ti piace il tuo lavoro?»
«È affascinante. Non sai cosa ti stai perdendo.»
«Ho dovuto fare anche cose di questo genere.»
«Quando è stato?» domandai, incuriosito.
«Quando ero con Sagantha, dovevo guadagnarmi da vivere» spiegò, e dopo un momento
aggiunse: «Palatine pensa che l'Esmeralda non sia davvero diretta a Thure, ma tu non sei d'accordo con
lei, vero?»
Quindi non era venuta a trovarmi soltanto perché non aveva niente di meglio da fare.
«A me sembra che il suo comportamento sia un po' paranoico, e che veda complotti dietro ogni
angolo» replicai. «Forse esistono davvero, ma sono per lo più opera di Lord Foryth.»
«In questo caso, la sua non è semplice paranoia» dichiarò Ravenna, volgendo le spalle al fuoco
e sedendosi su una sedia, accanto a esso, con il suo solito sguardo freddo fisso su di me. «Questo
viaggio non ha nulla a che vedere con il commercio. In qualche modo, il Dominio ha avuto qualche
informazione per arrivare alla Pharaoh, e sta cercando di mettere le mani su di lei. Io credo che
Sagantha abbia l'ordine di proteggerla in ogni modo possibile, cosa che non può certo fare andando a
Thure, perché là prenderebbero prigioniera la Pharaoh per usarla come pedina, a loro vantaggio, oppure
la venderebbero a Lachazzar.»
«Vuoi dire che la Pharaoh è sulla nave?»
«Mi sembra una supposizione valida... ma prima che tu me lo chieda, lascia che ti dica che non
ho la minima idea in merito alla sua identità, e che è improbabile che riesca a scoprirla, considerato che
neppure quanti erano a bordo hanno la minima idea al riguardo.»
«Allora tu come fai a sapere tante cose?»
«Evidentemente, tutti questi affari di stato ti hanno atrofizzato il cervello» affermò Ravenna.
«Ho esercitato pressioni su Sagantha... ha ancora degli obblighi verso di me, e io so come costringerlo
a fare quello che voglio.»
«Quindi conosci la loro destinazione effettiva?» «No, non la conosco, perché lui non ha voluto
dirmelo, ma se una delle ragazze che viaggiavano sull'Esmeralda è davvero la Pharaoh, allora si trova
in serio pericolo, perché Midian ha continuato a cercare di convocarli tutti davanti al suo tribunale da
quando sono arrivati. Se dovesse riuscirci, li arresterà e li manderà a Pharassa, lontano dalla nostra
portata, senza che noi si possa fare nulla per impedirlo. E sono certa che, una volta là, gli Inquisitori
riusciranno ad appurare l'identità della Pharaoh.»
Dentro di me, io nutrivo ancora parecchi dubbi su quella faccenda della Pharaoh, che mi
sembrava piuttosto fantasiosa e aleatoria, ma se perfino Sagantha l'aveva confermata...
«Dove vuoi andare a parare?» domandai.
«Palatine ritiene che il Dominio cercherà di far rimanere gli Arcipelaghiani qui il più a lungo
possibile, magari abbastanza a lungo da dare il tempo a un Inquisitore di arrivare. Ti sto chiedendo se
puoi cercare di aiutarli, facendo in modo che completino le riparazioni e ripartano il più in fretta
possibile. Forse tu non capisci, ma per noi la Pharaoh è quasi un dio. Hai visto come ha reagito
Tekraea, quando Palatine ha insinuato che lei potesse non esistere davvero. La Pharaoh è il solo
collegamento che abbiamo con l'antico Arcipelago e con i tempi antecedenti alla Crociata, oltre a
essere l'unico governante al mondo su cui il Dominio non ha nessuna influenza... al di fuori di Thure,
naturalmente, ma ormai Thure non ha più nessuna importanza.»
Nel portare avanti la sua perorazione, Ravenna aveva preso a parlare sempre più in fretta, e con
crescente urgenza, quasi temesse di non riuscire a dire tutto in tempo, mostrandosi appassionata come
non ricordavo di averla mai vista prima. E in effetti aveva ragione: se il Dominio era sulle tracce della
Pharaoh, era imperativo che riuscissimo a farla allontanare da Lepidor il più in fretta possibile.
Pur continuando a chiedermi quale potesse essere la destinazione effettiva dell'Esmeralda,
attivai l'unità di comunicazione aetherica presente sulla scrivania e aprii un canale diretto con l'ufficio
dell'Ammiraglio Dalriadis; lui era assente, ma il suo segretario sapeva dove potevo trovarlo e deviò la
comunicazione per indirizzarla a un'unità posta nel mozzo del porto.
«Parla Dalriadis» disse la voce dell'ammiraglio, mentre la sua immagine appariva davanti alla
scrivania. «Ah, sei tu, Cathan. Cosa posso fare per te?»
«Mi è stato fatto notare che alcune persone potrebbero essere interessate a ritardare la partenza
dell'Esmeralda. Da questo momento l'accesso alla nave o alla sezione del porto in cui si trova dovrà
essere vietato a tutti, tranne agli Arcipelaghiani, all'equipaggio e alle tue squadre di addetti alle
riparazioni. Voglio inoltre una sorveglianza armata e continua del portello di accesso. Se qualche
inviato del Dominio dovesse farsi vedere in giro, bloccategli l'accesso, adducendo come scusa una
perdita di una conduttura, o qualche altra cosa del genere.»
Dalriadis parve sorpreso, ma non obiettò.
«Benissimo, provvederà di persona» rispose, poi ritrovò il consueto sarcasmo, e aggiunse: «Sei
certo di non volere che sorvegliamo anche il Tricheco? Dopo tutto, potrebbero esserci spie tanethane a
caccia del tuo equipaggiamento oceanografico.»
«Dato che la cosa ti preoccupa tanto, puoi provvedere tu stesso.»
«È ovvio, ma in tal caso l'accesso sarà permesso al solo personale della marina» sorrise
Dalriadis, e interruppe la comunicazione.
«Questo ti soddisfa?» domandai a Ravenna.
«È un buon inizio.»
«Che altro ci si aspetta che faccia, a parte ammirare a tempo debito la tua saggezza e il tuo
talento precognitivo, nell'aver previsto un altro tentativo di sabotaggio?»
«Questo potrai farlo una volta che l'Esmeralda sarà ripartita senza problemi» rispose Ravenna.
Io mi chiesi se lei possedesse il benché minimo senso dell'umorismo, considerato che ne avevo
viste ben poche tracce nell'anno trascorso da quando la conoscevo. Possibile che dovesse essere sempre
così seria?
L'illuminazione della stanza tremolò sotto l'aggressione di una nuova scarica di fulmini, ben
visibili attraverso le finestre a causa delle tende aperte, perché era ancora soltanto mattina e trovavo
deprimente tenerle chiuse per tutto il giorno. Spinta indietro la sedia, mi accostai alle ampie finestre,
con il solo vetro fra me e la furia degli elementi.
In quel momento non stava piovendo, quindi potevo spingere lo sguardo molto lontano, oltre lo
scudo aetherico. Il cielo era coperto di nubi scure in tutte le direzioni, da un orizzonte all'altro, un vasto
fiume fra il blu e il grigio che scorreva verso occidente a una velocità vertiginosa; quella coltre di
nembi non era peraltro uniforme, e qua e là si squarciava a tratti, per rivelare fugaci immagini di altri
strati superiori di nubi, accumulati gli uni sugli altri. Al di sopra di quel ribollente calderone che erano
gli strati più bassi dei cirri temporaleschi, era possibile scorgere le sagome candide dei lampi che
solcavano le nuvole, illuminando le loro formazioni che si espandevano al ritmo di centinaia di metri al
secondo, sulla spinta dei venti titanici che imperversavano nell'atmosfera. Midian e i suoi preti avevano
innalzato il secondo scudo all'inizio del secondo giorno di quel fortunale, quando era risultato evidente
che esso si sarebbe protratto a lungo, e io non potevo che essere lieto di quella protezione aggiuntiva.
Duecento anni prima, non erano esistite tempeste del genere e non si era mai visto qualcosa di
simile a un inverno globale. Quella era un'eredità dei Tuonetar, anche se il Dominio ne aveva attribuito
la colpa al Sommo Prete Carausius, il solo uomo che avesse previsto quei danni all'inizio della Guerra e
che avesse cercato in qualche modo di prevenirli.
«Spaventoso, vero?» commentò Ravenna, che mi si era avvicinata senza che me ne accorgessi
ed era adesso ferma accanto a me. «I nostri antenati detenevano il controllo di tutto il potere degli
oceani, ma non potevano fermare queste tempeste. Noi non sappiamo nulla su di esse, o su come
funzionino, e non abbiamo quindi modo di dominarle.»
«Non è tutto dovuto alla forza della Natura» obiettai. «Senza il Dominio, avremmo potuto fare
qualcosa.»
«Nessuno è mai stato in grado di controllare le tempeste e il clima, neppure i più potenti maghi
del Vento. Non credo che si possa attribuire al Dominio anche questa colpa.»
«Per controllare una cosa, devi comprenderla» obiettai. «È per questo che il Dominio non ci
permette di studiare le tempeste, che non ammette sonde, OcchiCelesti o magia del Vento... senza
questi mezzi, come possiamo anche solo pensare di fare qualcosa?»
«Suppongo che tu abbia ragione» annuì lei, seguendo con lo sguardo un vortice di nubi che
attraversava il cielo. «Queste tempeste, però, sono la combinazione di molteplici elementi... Vento,
Acqua e Ombra... per cui nessuno può operare da solo su di esse. Per riuscirci, dovresti avere a
disposizione i maghi di tre diversi elementi, collegati gli uni agli altri in un modo che non possiamo
neppure cominciare a comprendere.»
«Si può sempre sperare.»
«E se pure riuscissi a controllare le tempeste, a cosa servirebbe? Senza dubbio, l'atmosfera è
come l'oceano, un sistema unico, e non si possono fermare le tempeste più di quanto si possano
arrestare le correnti oceaniche. Forse potremmo riuscire a usarle come arma, ma così come stanno le
cose dovremo continuare ad accontentarci di quel poco vento che riusciamo a suscitare con la nostra
magia del Vento.»
Per quanto fosse irritante, dovetti ammettere che, ancora una volta, aveva ragione lei. Prima di
allora, non mi ero mai reso conto della misura enorme in cui il controllo esercitato dal Dominio
dipendeva dalle tempeste. I preti, infatti, erano i soli che potessero proteggere le città dagli effetti
peggiori delle tempeste, i soli che conoscessero gli schemi del clima, e a causa di questo nessuno
poteva condurre una campagna militare o scatenare una guerra senza l'aiuto del Dominio, la sola forza
che ci impedisse di essere all'assoluta mercé delle tempeste. E tutto dipendeva da quegli OcchiCelesti,
le sonde che sorvolavano Aquasilva molto al di sopra dell'atmosfera, e che potevano vedere tutto ciò
che accadeva sul pianeta.
«Ravenna, sai da dove il Dominio controlli gli OcchiCelesti?» domandai.
«Presumibilmente, dallo stesso posto che utilizzava Aetius» replicò lei.
«Quelle sonde sono molto più antiche dell'Impero, e non è stato lui a metterle in orbita. Credo
che ci fosse un centro di controllo nella Valle di Ramada, a ovest di Mons Ferranis, in un antico forte.»
«Un luogo ideale, quindi, con una sola via di entrata e di uscita, sorvegliata da centinaia di
Sacri» commentai.
«In precedenza, però, dovevano avere avuto un altro centro di controllo» continuò lei, tornando
a osservare il mappamondo. «Aetius utilizzava già le sonde prima ancora di aver tolto Mons Ferranis ai
Tuonetar, quindi doveva avere un altro centro...»
Io cercai di ricordare tutti i riferimenti contenuti nell'Historia, il solo documento che ci
permettesse di sapere qualcosa della tecnologia che Aetius aveva avuto a sua disposizione, ma
purtroppo l'autore non era stato molto interessato a quell'aspetto dei fatti che aveva narrato; per lui, gli
OcchiCelesti erano stati utili strumenti, ma non aveva avuto nessun interesse per il loro funzionamento
o le loro origini, cosa che io trovavo irritante, perché c'erano così tante cose che avrebbe potuto
tramandarci e che invece aveva taciuto. Per esempio, riguardo alla manta che avevano utilizzato a quel
tempo... ma certo!
«L'Aeon!» esclamai. «Ecco dove si trovavano i controlli degli OcchiCelesti, su quell'enorme
sottomarino chiamato Aeon!»
«Allora continuiamo a non avere fortuna» replicò Ravenna, imperturbata, poi scrollò le spalle,
aggiungendo: «L'Aeon è stato distrutto per ordine di Valdur, perché era collegato in qualche modo a
Sanction, la città dei maghi di Carausius.»
Era stata un'idea interessante, anche se non aveva portato a nulla. A quanto pareva, Valdur
aveva molte colpe di cui rispondere, fra cui anche la cieca stupidità, dato che l'Aeon era stato la nave
più grande del mondo, con un potenziale immenso; del resto, senza dubbio era stato il Dominio a
spingere Valdur a distruggerlo.
Che spreco.
Mio padre tornò cinque giorni più tardi, quattro giorni dopo l'esaurirsi della tempesta, e mi riferì
che nei villaggi andava tutto bene, a parte le solite lamentele e una protesta da parte degli abitanti di
uno di essi per il fatto che a loro parere una parte troppo ridotta dei profitti portati dal ferro era stata
investita a loro vantaggio. Mio padre aveva promesso di porre rimedio alla cosa, ma quando gli ebbi
riferito l'avvertimento di Palatine, decise di rimandare qualsiasi cambiamento di gestione economica.
«In tal caso, mi accerterò che tutti i debiti siano saldati» disse. «Non voglio spaventarmi a
vuoto, ma la tua amica ha già dimostrato altre volte di avere ragione.»
Quella notte, la cena nella Grande Sala fu un evento allegro. Erano presenti tutti gli
Arcipelaghiani, più rilassati da quando la tempesta era cessata, e Sagantha stava intrattenendo tutti con
il suo umorismo. Quanto a Midian, non era stato invitato.
«Ancora una settimana, e le riparazioni saranno ultimate» affermò Persea. «Mi dispiacerà
andarmene, anche se qui avete quell'orribile prete che sta dando la caccia alla Pharaoh.»
«Sono lieto che Lepidor vi piaccia. Quanto tempo di navigazione avete ancora davanti a voi?»
«Non lo so con certezza... credo tre settimane circa, un tempo decisamente troppo lungo, con
poco spazio a disposizione e niente da fare. Un viaggio davvero noioso.»
«Sii grata che Laeas non sia con voi, perché allora lo spazio sarebbe ancora più scarso»
commentai.
Persea sorrise, e io mi chiesi come stesse il gigantesco Arcipelaghiano.
In precedenza, Palatine aveva affidato a Persea alcune istruzioni per i nostri amici, da
trasmettere loro quando fosse tornata nell'Arcipelago. Tre settimane erano però un tempo molto lungo,
tanto che io mi chiesi dove fossero diretti, perché senza dubbio venti giorni erano più di quanto ci
sarebbe voluto per arrivare a Tumarian, a Liona o anche a Thure. D'altro canto, potevo essere certo che
Persea mi avesse detto la verità? Senza dubbio, Sagantha doveva aver raccomandato a tutti di non
rivelare nessun indizio, quindi non potevo considerare affidabili le affermazioni della mia amica.
Avevamo appena finito la portata principale della cena, quando le porte della sala si aprirono ed
entrò un uomo che indossava la divisa blu della Marina Imperiale Thetiana; sul suo colletto spiccavano
i gradi di capitano, e io non potei fare a meno di domandarmi che ci facesse, a Lepidor, un capitano
della Marina Imperiale.
Il visitatore si avvicinò lentamente alla piattaforma, con modi estremamente formali, e qualcosa
nel suo aspetto mi fece contrarre lo stomaco in una morsa di apprensione.
«Conte Elnibal, dovrei conferire in privato con te, e con qualsiasi altro membro della tua
famiglia che sia presente» annunciò l'ufficiale.
Cosa stavano mai escogitando? Possibile che fosse un inganno di qualche tipo a nostro danno?
Alzatosi in piedi, mio padre segnalò a me e all'ufficiale imperiale di seguirlo e uscì dalla porta
laterale, passando nell'anticamera e richiudendo il battente alle nostre spalle.
«Conte Elnibal» affermò allora l'ufficiale, girandosi a fronteggiare mio padre, «è con il più
profondo cordoglio che devo convocarti a Pharassa per un Congresso Oceaniano. Il re è morto.»
CAPITOLO VENTISEIESIMO
Gettata per terra la sacca da viaggio, mi lasciai cadere sul letto, lieto di essere di nuovo a casa. Il
Congresso era stato un vero disastro, un'assoluta catastrofe dall'inizio alla fine.
Il Capitano Jerezius, l'ufficiale che ci aveva portato la notizia, aveva avuto l'ordine di muoversi
il più in fretta possibile, quindi ci aveva trasportati a Pharassa nell'arco di una notte e di un giorno di
viaggio, il che doveva costituire un tempo da record. Al nostro arrivo, avevamo trovato la città a lutto,
con bandiere nere che pendevano da ogni albero di nave e la cappa nera del fumo funebre che ancora
aleggiava sullo ziggurat; a Taneth vigeva inoltre ora la legge marziale, con punti di controllo militari
ovunque... avendo assunto momentaneamente il comando, il Viceré Arcadius non intendeva correre
rischi di sorta. L'atmosfera, nella città alta e nel Palazzo, era improntata a sgomento e tristezza, con i
capi dei clan ancora incapaci di credere che una cosa del genere fosse potuta succedere nella loro città.
Mentre la manta procedeva a tutta velocità verso sud, sfidando tempeste sottomarine e banchi
corallini, Jerezius ci aveva riferito tutto quello che sapeva sull'accaduto: a quanto pareva, il re non era
soltanto morto, ma era stato assassinato, e non era la sola vittima.
Era successo tutto nel corso di una sessione del Consiglio durata fino a tarda notte. Il re era
stato in riunione con due dei suoi figli e altri tre capi di clan, e si era trattato di una sessione del tutto
normale, anche se era insolito che così tanti capi di clan si trovassero contemporaneamente a Pharassa.
Stando a quanto avevano riferito i superstiti, sei assassini vestiti di nero, ciascuno armato con un paio
di spade corte, avevano fatto irruzione attraverso la finestra, e dal momento che erano per lo più
disarmati, i partecipanti alla riunione si erano trovati quasi tutti impossibilitati a difendersi. Jerezius,
che quella notte era stato di servizio a Palazzo, aveva visto con i suoi occhi la carneficina, il sangue che
gocciolava dalle pareti e formava delle polle sul pavimento, i corpi mutilati e i vetri rotti sparsi
ovunque.
Il re, il figlio maggiore, due attendenti e il conte del Clan Carvulo erano morti nel corso della
mischia, altri due attendenti e un altro conte erano morti in seguito, a causa delle ferite riportate, mentre
il figlio secondogenito del re e altri tre se la erano cavata con danni di poco conto. Un terzo conte, però,
era ancora fra la vita e la morte: Moritan.
Al nostro arrivo, ero andato a fargli visita all'ospedale, ma lo avevo trovato privo di sensi e
pallido come un morto. A quanto pareva, aveva tenuto a bada due sicari armato soltanto di una daga,
ferendone gravemente uno, ma poi era stato trafitto al fianco e alla spalla. Ricordando come lo avevo
visto a Taneth, pieno di vitalità e del consueto cinismo, avevo provato il desiderio di fare a pezzi quegli
assassini a mani nude... solo che nessuno aveva idea di chi fossero.
Pochi minuti più tardi, i sicari avevano assalito anche il Viceré, intercettandolo in un corridoio,
ma Arcadius era un Tar'Conantur, ed era risaputo che quelli della sua famiglia erano difficili da
uccidere. Fuggendo davanti agli assalitori, aveva afferrato una picca da una panoplia decorativa e si era
girato, lanciandosi alla carica; nel frattempo, sentendo sopraggiungere le guardie, i sicari avevano
deciso che non era il caso di correre rischi inutili, ed erano scomparsi nella notte. A quanto pareva,
erano poi riusciti ad arrivare al porto e a rubare un razzo di mare, spingendosi al largo, dove senza
dubbio qualche nave li stava aspettando.
Tutti erano sconvolti, perché erano anni che non accadeva una cosa del genere: un simile
massacro, soprattutto con un re fra le vittime, andava infatti molto al di là dei confini accettati delle
consuete faide fra clan.
«L'Imperatore deve essere furibondo» aveva commentato il capitano della manta, «e
probabilmente la colpa ricadrà sugli Halettiti. Del resto, se lo meritano, perché questo è il genere di
cose che loro sono soliti fare.»
Come aveva rilevato anche Palatine, però, quella era una pista d'indagine troppo ovvia... e poi,
cosa avrebbero avuto da guadagnare gli Halettiti, dalla morte del re? Nulla a cui noi riuscissimo a
pensare.
I capi clan che ancora non erano presenti, e gli eredi di quelli che erano morti, erano arrivati
poche ore dopo di noi, e il mattino successivo, Arcadius aveva presieduto un Congresso di emergenza,
che aveva incoronato come nuovo sovrano il figlio secondogenito del re.
In realtà, non c'erano state alternative. Il figlio maggiore, che sarebbe stato un buon re, era
morto nell'aggressione, e il figlio più giovane era un perdigiorno privo di qualsiasi talento. Il figlio
secondogenito, invece, possedeva la maggior parte delle doti paterne, e anche se non era intelligente
quanto lo era stato suo padre, era comunque razionale e competente. Arcadius, un aristocratico sulla
cinquantina, dal portamento regale, aveva mostrato di approvare il giovane sovrano, introducendolo
presso il Congresso con un vibrante discorso pieno di elogi. Del resto, anche se da un punto di vista
tecnico ogni nuovo capo di clan, compreso il re, doveva essere approvato dal Viceré, Arcadius non
avrebbe comunque avuto il potere di opporsi a quella nomina, e l'aveva quindi approvata con tutto il
peso della propria autorità, portando il Congresso a confermare la scelta del nuovo re. Per noi, questo
era stato un vero disastro, perché il nuovo sovrano era un fanatico religioso che si circondava di
consiglieri appartenenti al Dominio e non vedeva l'ora di garantire che tutto Oceanus fosse saldo nella
fede e obbediente al Dominio. Questo significava che adesso non avevamo più alleati in posizioni
altolocate, perché di certo il nuovo re avrebbe approvato Midian e gli avrebbe fornito tutto il suo
supporto, mentre al Viceré non sarebbe importato di nulla che non minacciasse direttamente la sua
posizione o quella dell'Imperatore.
Non rendendoci conto che il peggio doveva ancora venire, sia pure con riluttanza, noi avevamo
acclamato insieme agli altri il nuovo re, che si era presentato al centro della Sala del Consiglio
affiancato dall'Esarca e dal Viceré. Dopo il funerale, però, eravamo stati convocati per discutere di altre
questioni importanti e urgenti, fra cui la reggenza del clan di Moritan.
Cupo in volto, il medico del Palazzo aveva annunciato che la convalescenza di Moritan si
sarebbe protratta per mesi, se pure lui fosse riuscito a sopravvivere, quindi si era reso necessario
decidere chi avrebbe gestito nel frattempo gli affari del Clan Delfai, dato che Moritan non aveva un
erede maschio, e che nel suo Casato non c'era nessuno che avesse abbastanza esperienza per poter
governare al suo posto.
In quella situazione, era esistita la possibilità assai concreta che quello stato di cose segnasse la
fine della posizione di conte di Moritan, anche nel caso che lui fosse vissuto, perché poteva darsi che
un altro Casato ne approfittasse per spodestare il suo, con la scusa che lui non era in condizione di
governare.
Dal momento che la figlia di Moritan non poteva succedere al padre... non erano ammesse
infatti le donne a capo dei clan... il Congresso aveva infine deciso di assegnare il controllo all'Avarca di
Delfai fino a quando Moritan non fosse morto o fosse guarito; mio padre aveva proposto un altro
candidato, il cognato di Moritan, ma la votazione era stata pesantemente contraria e lui aveva dovuto
rinunciare.
«Qualcuno sta spendendo quantità notevoli di denaro» aveva commentato in seguito mio padre,
furente. Infatti, a parte Courtières, soltanto altri tre conti avevano appoggiato la sua proposta, mentre in
condizioni normali il risultato sarebbe stato più o meno di parità.
«Lexan sembra un gatto che abbia rubato il vasetto della panna» aveva replicato Courtières,
indicando il Conte di Khalaman, seduto in disparte con un'espressione compiaciuta sul volto.
«Lui non ha i fondi necessari per corrompere così tante persone, quindi ciò significa che il
Dominio vuole un controllo maggiore, o che Foryth sta facendo tutto il possibile per danneggiarci...»
D'un tratto, mio padre si era interrotto, e aveva esclamato: «Foryth! Pensate che possa avere qualcosa a
che fare con tutto questo?»
«Assassinare un re per ottenere un contratto sul trasporto del ferro» avevo replicato, tenendo
bassa la voce a mia volta per non essere sentito dai conti vicini. Infatti, la Sala del Congresso era una
struttura circolare con le file di seggi divise in palchi, uno per ciascun clan, distribuiti intorno alla sua
circonferenza. «Di certo neppure Foryth arriverebbe a fare una cosa del genere.»
Mio padre era rimasto cupo e di cattivo umore per tutti i cinque giorni della nostra permanenza
a Pharassa, anche se non aveva mai manifestato, neppure in privato, il cordoglio che doveva provare;
infatti, pur non essendo stato propriamente un amico, il defunto re aveva combattuto al suo fianco, e la
loro era una conoscenza che durava da quarant'anni.
L'ultimo giorno di apertura del Congresso, quando gli argomenti all'ordine del giorno erano
ormai stati discussi quasi tutti, nel lasciare la sala eravamo stati fermati dal Conte di Tamathum, capo
di un clan della fazione pharassiana, che aveva votato a nostro favore sulla questione della reggenza di
Moritan.
«Elnibal, non sono tuo alleato, e neppure di Moritan» aveva affermato, tenendo bassa la voce,
«ma non mi piace quello che è successo, e voglio darti un avvertimento. Portate via Moritan dalla città,
ricoveratelo all'ospedale di Courtières, a Kula, perché se rimarrà qui sarà morto entro un mese.»
Prima che potessimo rivolgergli qualsiasi domanda, Tamathum si era allontanato, perdendosi
fra la folla. Noi comunque avevamo deciso di seguire il suo consiglio, ed eravamo riusciti a trasferire
Moritan nell'ospedale di Courtières, che oltre a essere sicuro era anche il migliore di Oceanus.
Prima della nostra partenza, il nuovo re aveva poi letto alla presenza del Congresso un proclama
in cui dichiarava che l'eresia era la rovina di tutti i tempi e che lui non ne avrebbe tollerato traccia in
Oceanus, motivo per cui avrebbe dato agli Avarchi e agli Inquisitori ulteriori poteri per portare avanti
le loro indagini e per occuparsi di quanti adoravano falsi dèi. Il re aveva inoltre decretato che qualsiasi
eretico, noto o sospetto, che attraccasse alle coste di Oceanus, dovesse essere trattato come meritava.
Mentre il re leggeva il proclama, Arcadius gli era rimasto accanto, con un benevolo sorriso
stampato sulle labbra: senza dubbio, infatti, l'Imperatore avrebbe approvato che uno dei re a lui soggetti
agisse in modo tanto deciso per schiacciare quell'irritante eresia che di tanto in tanto emergeva a
turbare la sua tranquillità.
Per noi, quel proclama aveva significato che adesso Midian avrebbe avuto il potere necessario
per interrogare gli Arcipelaghiani al cospetto del suo tribunale. Lungo la via del ritorno io, Palatine e
Ravenna (che mio padre aveva portato con noi per poter usufruire dei consigli di Palatine e per tenere
Ravenna lontana da Midian, in nostra assenza) avevamo cercato di escogitare un modo per ostacolare
l'Avarca, senza però trovare nessuna idea valida.
E adesso, di ritorno nella mia stanza, a Lepidor, non mi restava che fissare le pareti e chiedermi
cosa avessimo fatto per meritare tutto questo.
Il mattino successivo, appresi che le cattive notizie non erano finite, perché gli Arcipelaghiani
non sarebbero riusciti a partire per un'altra settimana: a quanto pareva, qualcuno aveva infilato un sasso
nella ventola del motore di babordo dell'Esmeralda, provocando una falla e altri danni che, se fossero
passati inosservati, avrebbero portato a un'implosione del nucleo quando la manta si fosse messa in
navigazione. Sagantha era furente per l'accaduto, ma non c'era nessuno che potesse incolpare o
biasimare, dato che chissà come il sabotatore era riuscito a evitare tutta la nostra sorveglianza.
Due azioni di sabotaggio, e ancora non avevamo preso il colpevole... anzi, non avevamo
neppure il minimo indizio sulla sua identità.
«Con ogni probabilità, questa è opera del Dominio» commentò Ravenna. «Foryth non ha nulla
da guadagnare, trattenendo qui gli Arcipelaghiani.»
«Il danno, comunque, è anche nostro» replicò Palatine, giocherellando con un filo d'erba. La
giornata che stava volgendo al termine era molto calda, la più calda da settimane, e noi tre eravamo
seduti sul prato del Palazzo, in cerca di un po' di frescura.
«Midian non ha ancora applicato il proclama, ma dobbiamo supporre che intenda farlo. C'è
qualche modo in cui possiamo distrarlo, causargli altri problemi che gli impediscano di arrestare gli
Arcipelaghiani?» chiese Ravenna.
«Adesso, però, può arrestare anche noi, per averlo ostacolato» sottolineai.
«Ma davvero?» commentò una voce che non sentivo da anni, scaturendo da un punto alle mie
spalle. «Deve solo provarci.»
Vedendo Ravenna sgranare gli occhi per lo stupore, mi affrettai ad alzarmi in piedi e mi girai.
L'uomo che si era fermato alle mie spalle era tanto alto da far apparire bassa perfino Palatine.
Ricordavo bene come la sua statura mi avesse colpito, nel corso della sua ultima visita, quando avevo
tredici anni, e adesso non appariva meno impressionante, dato che era alto più di due metri, con un
fisico adeguatamente massiccio. Il Visitatore era la persona più grossa che avessi mai visto, o di cui
avessi mai sentito parlare... in effetti, era tanto alto e grosso da incutere paura, perché nonostante il
sorriso che gli aleggiava sul volto segnato, in lui c'era qualcosa di cupo, quasi di minaccioso. Quegli
occhi verdi avevano profondità indecifrabili, e in lui sembrava essere sepolta una gelida, agghiacciante
oscurità.
«Visitatore» dissi, d'un tratto imbarazzato dal fatto di non conoscere il suo nome.
Accanto a me, Palatine stava sorridendo.
«Conosci anche Cathan?» chiese al gigante.
«Perché non dovrei? È stato uno dei miei protetti, proprio come te.»
«Tu chi sei?» domandò Ravenna. Per una volta, la sua voce era priva del consueto tono
imperioso, ma del resto non faticavo a immaginare che le riuscisse difficile essere altezzosa alla
presenza di quell'uomo.
«Cathan mi conosce come il Visitatore, Palatine sotto un altro nome, che potrò rivelarti solo
quando saprò chi sei tu» replicò il gigante.
«Sono Ravenna Ulfadha, del Qalathar» si presentò Ravenna, senza mostrarsi offesa.
«Ravenna la maga?»
«Mi conosci?»
«Di fama. Quanto a me... hai mai sentito parlare di Tanais Lethien?»
«Ho letto di lui sull'Historia, certo» annuì Ravenna, socchiudendo gli occhi con aria d'un tratto
sospettosa. «Era un generale di Aetius.»
«Sono tuttora un generale di Aetius, anche se lui ha trovato la pace molto tempo fa, mentre io la
sto ancora cercando.»
«Stai parlando di duecento anni fa» gli fece notare Ravenna.
Quanto a me, mi sentivo altrettanto incredulo. Come poteva quell'uomo essere Tanais Lethien,
che era stato sulla cinquantina alla fine della Guerra, e che quindi adesso avrebbe dovuto avere oltre
duecentocinquanta anni? No, una cosa del genere era impossibile.
«Il tempo non passa per tutti alla stessa velocità» spiegò Tanais.
«Lui è Tanais Lethien, ve lo garantisco» intervenne Palatine, poi si rivolse al gigante, e
aggiunse: «Si può sapere cosa ci fai qui?»
«Potrei farti la stessa domanda. Ho impiegato dei mesi a scoprire dove eri finita; poi, prima che
potessi venire a cercarti, si è creata a Silvernia una nuova situazione idiota che ho dovuto districare.»
«Dove ero finita... cosa intendi dire?»
«Non lo ricordi?»
«Ho perso la memoria» spiegò Palatine, scuotendo il capo. «La prima cosa che rammento è di
essermi svegliata nella casa di Hamilcar, a Taneth. Con il tempo, ho recuperato alcuni ricordi, ma sono
molte le cose che ancora mi sfuggono, e non so neppure se ciò che rammento è esatto.»
«Sai chi sei?» domandò Tanais, indecifrabile in volto.
«Credo di essere Palatine Canteni, figlia del Presidente Reinhardt Canteni e della Principessa
Neptunia... è esatto?» domandò Palatine, con il volto atteggiato a un'espressione preoccupata e incerta
che la faceva apparire molto più giovane.
«Sì, è esatto» confermò Tanais.
Palatine emise un tale grido di gioia che gli uccelli appollaiati sugli alberi vicini spiccarono il
volo, spaventati, e io mi sentii felice per lei, che finalmente sapeva chi era, oltre ad avere la conferma
che i ricordi ritrovati erano corretti.
«Cosa mi dici di Cathan?» domandò poi Palatine. «È mio parente, questo lo so per certo.»
Tanais si girò verso di me, smettendo di sorridere.
«Mi dispiace, Cathan, ma non posso ancora dirti chi sei» affermò.
«E così adesso te ne andrai per altri sette anni, senza rivelarmi il mio nome effettivo?» esclamai,
sentendo divampare l'ira dentro di me. «Ho vent'anni, nel nome di Thetis, e ho il diritto di sapere chi
siano i miei veri genitori, se tu ne conosci l'identità.»
«Quando te lo dirò, dovrai lasciare Lepidor» replicò Tanais, rimanendo calmo. «Non ci saranno
alternative, per te come per Palatine. La sola differenza è che Palatine ha sempre saputo chi era, per cui
non posso nasconderle la sua identità.»
«Palatine non può avere molti parenti stretti» obiettai.
«Sei suo cugino, e credi di sapere chi sei. Quando questo clan sarà al sicuro, tornerò per dirti
tutto, ma per ora non aggiungiamo altro su questo argomento. Sono appena arrivato a bordo della nave
di Hamilcar, e ripartirò domattina con la nave costiera. Nel frattempo, mi piacerebbe vedere quello che
avete fatto alla città.»
Mi sentivo terribilmente deluso, anche se non quanto lo sarei stato se avessi saputo in anticipo
che il Visitatore stava per arrivare e avessi avuto modo di alimentare vane speranze. Sì, forse ero un
Tar'Conantur, il nipote di un imperatore, ma perché lui era così riluttante a confermarmelo? In un certo
senso ci ero già arrivato da solo, quindi cosa aveva da guadagnare a non confermare le mie
supposizioni?
Il gigantesco soldato rifiutò però di affrontare ancora l'argomento, e io preferii non insistere,
perché mi incuteva troppo timore: a parte il semplice impatto della sua presenza fisica, infatti, se era
davvero colui che sosteneva di essere, Tanais Lethien, aveva vissuto una vita davvero straordinaria, ed
era in grado di insegnarmi tutto ciò che l'Historia di Carausius aveva taciuto.
Come avevo supposto, Tanais era nato duecentocinquanta anni prima in un piccolo villaggio di
Thetia, era entrato nell'esercito del Vecchio Impero e aveva raggiunto il grado di Comandante degli
Eserciti sotto il regno di Aetius il Grande, combattendo al suo fianco in tutti i giorni più cupi della
Guerra dei Tuonetar, senza mai arrendersi neppure quando era sembrato che Thetia fosse perduta. Al
contrario di tanti amici e commilitoni, lui era poi sopravvissuto a tutto, perfino a quell'ultima, disperata
battaglia che era costata la vita ad Aetius e alla maggior parte del suo esercito.
Dopo, a quanto pareva, aveva continuato a vivere per tutti gli anni trascorsi dall'usurpazione, la
sola persona ancora viva dell'era della Guerra. Quando mi resi davvero conto di cosa questo
significasse, provai compassione per lui, perché se era davvero Tanais Lethien, nel corso degli anni
aveva perduto tutti gli amici e aveva assistito alla distruzione di tutto ciò in cui credeva... a parte il
decadente Impero Thetiano e il suo imperatore fantoccio, un uomo che non meritava di sedere sul trono
di Aetius.
Approfittando della presenza di Tanais, io cercai di apprendere tutto il possibile su Thetia, e
soprattutto su Aetius e i suoi compagni, i miei lontani antenati. Anche supponendo che non fosse
davvero chi sosteneva di essere, Tanais aveva conoscenze di una vastità impressionante in merito
all'epoca dell'Historia, e con il trascorrere della giornata io mi sentii sempre più convinto che fosse
davvero Tanais Lethien, per quanto improbabile potesse sembrare. Per lui, le persone di cui parlava
l'Historia erano individui in carne e ossa, che aveva visto di persona e con cui si era ubriacato, con cui
aveva litigato e combattuto. Aveva conosciuto l'Impero al culmine del suo potere, al tempo in cui
ognuno era libero di scegliere il dio che preferiva.
Quando provai a chiedergli qualcosa sul conto dell'Imperatore attuale, la sua espressione
s'indurì.
«C'è una cosa che devi comprendere sul conto dei Tar'Conantur, e cioè che possono volgersi
con la stessa facilità al bene e al male. Perfino due gemelli possono essere immagini speculari uno
dell'altro, e Orosius...» Per un momento s'interruppe, con lo sguardo perso in lontananza, poi riprese:
«Orosius non fa onore al nome dei Tar'Conantur. Suo padre era debole e manipolabile, ma lui è
ancora peggio, perché è un traditore e un vigliacco, incapace di assumersi le sue responsabilità, e si è
trasformato in un mostro. E ciò che lo rende ancora più pericoloso è il fatto che sarebbe potuto
diventare una persona speciale.»
«Prima d'ora, non lo avevo mai sentito definire un vigliacco» commentò Ravenna, in tono
neutro.
«Esiste più di un tipo di vigliaccheria. Orosius ha deciso di non essere vincolato dalle stesse
regole a cui il resto di noi è tenuto a obbedire, che essere un imperatore lo libera dai vincoli della
moralità» spiegò Tanais, con voce che grondava disprezzo, dando l'impressione di tollerare a stento che
Orosius continuasse a esistere.
Fedele alla promessa fatta, Hamilcar era tornato con la sua nave, portando le notizie più recenti
da Taneth. La richiesta fatta da mio padre, che Foryth si tenesse lontano da noi, non era ancora arrivata
al momento della sua partenza, ma Hamilcar era latore di altre novità non meno interessanti. Il Casato
Canadrath aveva aperto una faida contro il Casato Foryth, per vendicarsi di un'azione non specificata
commessa dagli agenti di Foryth. Ricordando che quello dei Canadrath era stato il Casato preferito dal
vecchio re, mi chiesi nuovamente se Foryth non avesse avuto qualcosa a che vedere, sia pure in
maniera indiretta, con l'assassinio.
C'erano poi notizie anche da parte dell'Impero Halettita, come Hamilcar ci riferì, sorseggiando
del vino in una delle stanze di ricevimento. Quel giorno, il mercante appariva più giovane di come era
stato quando lo avevamo conosciuto, anche se il suo aspetto era ancora alquanto preoccupato; del resto,
le fortune del Casato Barca si stavano risollevando, e lui aveva ricominciato ad accumulare profitti,
dopo anni in cui era riuscito a stento a rimanere a galla.
«Reglath Eshar ha guidato un esercito contro Kemarea, l'ultimo stato indipendente, e lo ha
conquistato in meno di un mese, impegnando una sola battaglia. Adesso gli Halettiti sono l'unica
nazione esistente a sud di Taneth, ma naturalmente a Taneth nessuno farà nulla al riguardo. Persone
come Foryth preferiscono morire piuttosto che rinunciare a parte dei loro profitti per ricostruire le
difese cittadine, e sono tutti sicurissimi che pochi chilometri di acque aperte rendano Taneth
inespugnabile.»
«Tu non la pensi così?» domandò Ravenna.
«Diciamo che sono un po' scettico. Se Eshar prenderà Malith o Ukhaa, le città che difendono le
nostre porte, gli Halettiti avranno accesso per la prima volta a un porto di superficie. Può darsi che la
maggior parte di loro non sappia neppure che aspetto ha il mare, ma sono certo che possano imparare a
navigare, e non è mai esistita una città che fosse inespugnabile.»
«Quanto tempo credi che passerà, prima che Eshar attacchi Taneth?» domandò Palatine.
«Entro un anno, al massimo, prenderà Malith e Ukhaa, poi non passeranno più di cinque anni
prima che attacchi Taneth. Quanto a stabilire se riuscirà a prenderla o meno... non so cosa dirti. Che io
sappia, Eshar non ha la minima esperienza, dal punto di vista navale.»
«Può assoldare dei rinnegati» replicò Palatine. «È quello che hanno fatto i Tuonetar.»
«Il tuo non è un paragone molto benaugurante.»
«Ma è esatto. All'inizio, i Tuonetar non avevano una marina, eppure guarda quanti danni hanno
fatto.»
«La sola cosa che può dare a Taneth un po' di respiro è un evento ancora peggiore della sua
caduta. Il Primate Lachazzar vuole prendere a prestito Eshar per una Crociata... contro l'Arcipelago o
contro un'alleanza di clan eretici, a Huasa. Ci vorranno almeno un paio di anni prima che siano pronti a
partire... perché neppure Lachazzar può scatenare una crociata sulla sola base di problemi
nell'Arcipelago e di semplice malcontento a Huasa, ma se le cose dovessero peggiorare...»
«Lachazzar vuole prendere a prestito Eshar? È una cosa che non avevo ancora sentito» osservò
Palatine.
«Significherebbe ulteriori sofferenze per l'Arcipelago» osservò Ravenna.
«Da chi hai appreso queste informazioni?»
«Il mio vecchio tutore è un funzionario del Dominio, nella Città Santa, e mi ha fatto visita
mentre ero a Taneth. Lui pensa che sia un acceso sostenitore di Lachazzar soltanto perché sono stato in
una scuola religiosa, quindi non sta molto attento a quello che dice in mia presenza.»
«Il tuo tutore era un membro del Dominio?» esclamò Ravenna, raddrizzandosi a sedere di scatto
sul divano. «E sei stato in una scuola religiosa?»
«Questo non vuol dire che mi piaccia quello che fanno» ribatté con freddezza Hamilcar, «così
come tu non approvi i Tuonetar, pur essendo una Tehamana.»
Ravenna si lasciò ricadere all'indietro sui cuscini, cupa in volto.
«Hai altre notizie da fornirci?» domandò Palatine.
«Non sono portato ai pettegolezzi, e non intendo tradire gratuitamente la fiducia del mio
tutore.»
Quelle parole mi indussero a ricordare che, dopo tutto, Hamilcar era pur sempre un mercante
tanethano, e che non mi sarei mai deciso a fidarmi completamente di lui.
In quel momento, i rintocchi della campana della cena interruppero la conversazione.
La cena nella Grande Sala fu un evento riservato al Casato, con la presenza di un paio degli
amici che mio padre aveva in seno al Consiglio; per l'occasione, Elnibal fece servire parte del suo vino
migliore, in onore di Tanais e di Hamilcar, e la serata procedette in mezzo all'allegria generale.
Verso la fine della cena, io stavo parlando con Tanais, seduto alla mia destra, e mi accorsi che
lui non sembrava concentrarsi sulle mie parole, ma continuava invece a guardare nella direzione
opposta, verso mio padre, che era alla sua sinistra. Da dove mi trovavo, non potevo spingere lo sguardo
oltre la mole di Tanais, per capire cosa lo stesse interessando tanto, e fu soltanto quando il cameriere
arrivò per riempire di nuovo la coppa a mio padre, che infine compresi: Elnibal stava bevendo vino
bianco e non quello azzurro, che gli piaceva molto di più.
Per un momento non riuscii a fare altro se non fissare inorridito mio padre, che era grigiastro in
volto e aveva le mani che tremavano, poi spinsi indietro la sedia e mi precipitai verso di lui, nel
momento stesso in cui Tanais afferrava di peso il cameriere e lo scagliava per terra, dietro la
piattaforma. Sulla sala scese un momento di silenzio assoluto, infranto infine da Atek.
«Mio signore?» disse questi, rivolto a mio padre.
Elnibal rotolò giù dalla sedia, accasciandosi sul pavimento.
«Veleno!» ruggì Tanais. «È stato avvelenato! Convocate un guaritore!» Io sentii lo stomaco che
mi si contraeva per il panico e la paura.
«Sigillate il Palazzo!» gridò mia madre, sovrastando il chiasso generale.
«Sorvegliate le uscite e chiudete tutte le porte. Subito!»
Qualcun altro continuò a impartire ordini, mentre Tanais sollevava mio padre fra le braccia e lo
portava fuori della sala.
Stordito, cercando di ripetere a me stesso che quanto vedevo non era reale, che era tutto a posto,
seguii il colosso nell'anticamera, mentre alle mie spalle, nella Grande Sala del Palazzo, scoppiava il
caos più totale.
...
.
...
FINE Parte 3.